Lo studio degli approcci storici, da parte del potere politico e degli intellettuali nei confronti del fenomeno sociale della stregoneria, mostra il carattere contraddittorio di varie critiche a questo insieme di pratiche, spesso accompagnate da repressioni anche sanguinose. In particolare, come possiamo leggere il fenomeno della caccia alle streghe? Proponiamo in tal senso un articolo che pubblichiamo in due parti, che parte dalla lettura di “Dalla magia alla stregoneria”.


Leggi qui la prima parte


 

Le radici della persecuzione: crisi e reazione

Il furore persecutorio della Chiesa, messa in crisi dal diffondersi della Riforma nel Cinquecento, pervade in diversi momenti (con distanze temporali anche di secoli) tutto il potere politico cristiano europeo: questo è un dato accettato e ricostruito in Dalla magia alla stregoneria. L’interpretazione politica di questa dinamica storica è ciò su cui vorrei soffermarmi in questa seconda parte dell’articolo. Il libro ha il merito di segnalare il carattere contraddittorio dell’emersione della moderna mentalità scientifica europea:

Il pensiero moderno acquisisce tecniche conoscitive razionali, scopre [o meglio riscopre, ndr] il ricorso all’esperienza e prende le distanze dalle auctoritates medievali, ma la tradizione magico-ermetica continua ad esercitare una forte influenza sui maggiori esponenti della “rivoluzione scientifica” [p. 105].

Abbiamo però già rilevato come i mutamenti dei sistemi di credenze non avvengono “grazie alla semplice scoperta di un dato contraddittorio” e, in questo senso, passaggi successivi del volume contraddicono queste posizioni espresse sul piano antropologico e della filosofia della scienza da parte di Ciattini, restituendoci, mi pare, da una parte un reale processo di lungo periodo, che “fa epoca”, di rottura dei paradigmi sovrastrutturali connessi alla lunga epoca di ascesa e di supremazia della Chiesa cattolica nel continente; dall’altra, nei saggi di Martino, Martocchia e Polcaro emerge, mi pare, un’idea di entrata in scena più o meno rapida e in forte rottura col periodo precedente da parte del Rinascimento come epoca che apre le porte alla ragione e alla modernità. Inquadrando il discorso con categorie marxiste – che d’altronde fa lo stesso Martino, come vedremo meglio ora -, è necessario evitare di utilizzare il concetto di “modernità” come un prisma in grado da solo di dare una lettura complessiva dell’epoca di ascesa europea (e in realtà già in parte “globale”) della borghesia, e di tutti i fenomeni politici e sociali ad essa connessi. In altre parole, concepire un cambio d’epoca attraverso le etichette del Rinascimento e della modernità ci allontana da un’analisi della società europea del tempo che tenga conto dei suoi caratteri e conflitti di classe, e di come questi abbiano inevitabilmente influenzato lo sviluppo del pensiero e delle istituzioni culturali a tutti i livelli.

In realtà, Martino propone una lettura politica del fenomeno tramite la categoria di rivoluzione passiva: pur condividendo in toto diverse sue considerazioni, tenterò di dare una lettura che mi pare più aderente al fenomeno stesso, centrata sulle nozioni di reazione ed egemonia instabile. Un’argomentazione che, per avere una profondità adeguata e toccare una serie di aspetti che necessariamente esulano la portata di questo scritto, meriterebbe un libro a sé: qui non posso che limitarmi a toccare alcuni punti che mi paiono fondamentali per inquadrare ed affrontare l’argomento. Ma riportiamo, innanzitutto, così da averla ben presente, la lettura di Martino:

Quella che appare durante il Rinascimento è una modernizzazione senza Modernità, effetto di una rivoluzione passiva, in cui la forma sociale storicamente superata – colpita da una crisi sovrastrutturale irreversibile – mantiene ancora potenzialità evolutive che le consentono di dirigere “dall’alto” la trasformazione in atto. La capacità di direzione si esercita, prevalentemente, nella produzione di una cultura riconosciuta e accettata come egemone anche dalla classe antagonista, che ha esistenza “in sé”, ma non ancora “per sé”.

   Per gli inquisitori, le streghe travagliano il Mondo perché i giuristi non accettano la sottoposizione del diritto alla teologia, i dotti pretendono di pensare liberamente, i mercanti accumulano ricchezze e i poveri non si acquetano nella loro condizioni. Negli individui e nelle comunità, la “grande paura” delle seguaci di Satana nasce per le contraddizioni reali causate dalla dissoluzione del vecchio modo di produzione e del mondo da quello creato, ma è “modellata” e assume forma concettuale grazie ad un pensiero che denuncia come diabolica ogni modifica dell’ordine sociale esistente. È un pensiero che costituisce ancora “senso comune”, anche per la grandissima maggioranza dei soggetti portatori delle istanze di rinnovamento [pp.104-5].

Martino ha perfettamente ragione quando sottolinea alcuni aspetti pregnanti del periodo secolare di erosione del potere dell’aristocrazia come classe dominante ad opera della borghesia, con l’immagine centrale di questi mercanti provenienti dal popolino che accumulano ricchezze senza freni – e che si muovono per abbattere ogni barriera alla loro ascesa sociale, non soltanto quelle di natura prettamente economica. Il punto è proprio ricavare conclusioni coerenti col fatto che la persecuzione della stregoneria, così come altri fenomeni religioso-politici tramite i quali inevitabilmente si legano la storia dell’Europa e della Chiesa, non rappresenta un fattore (per quanto magari particolarmente scabroso e contraddittorio) di una generale “modernità” che coscientemente e volutamente rompe e si distacca dal precedente “medio evo”. Dovremmo tenere sempre in conto che nessuno dei protagonisti di queste vicende pensa in termini di rottura tra secoli di feudalesimo e una nuova, “moderna” società. In questo senso, l’utilizzo di concetti di gran lunga posteriori a quelli utilizzati da chi ha vissuto l’epoca della caccia alle streghe ci pone nella condizione di proiettare il nostro modo di pensare su quello, diverso, degli europei del tempo, che peraltro (dato che stiamo parlando di un periodo di oltre tre secoli!) si evolve nel tempo e, non meno importante, non può essere pensato come omogeneo né a scala continentale né a scala nazionale, ma deve tenere in conto delle peculiarità e delle contraddizioni ideologiche legate alla divisione e alla dialettica tra classi sociali particolareconcreta di quel periodo.

La “cultura riconosciuta e accettata come egemone anche dalla classe antagonista” è, in altre parole, l’ideologia dominante dell’epoca, ancora caratterizzata dal dominio sociale dell’aristocrazia e del suo sistema feudale, di cui è parte integrante, e non una colossale anomalia o un ente dedicato al superamento di quel modello di società, la Chiesa (inizialmente unitaria, poi divisa in più chiese istituzionalizzate non più identiche tra loro anche al di fuori del piano teologico). È una cultura che assume inevitabilmente tratti conservatori di fronte all’ascesa della borghesia come classe sociale in grado di avanzare verso il ruolo di futura classe dominante. Mano a mano che si moltiplicano i presupposti anche culturali e ideologici per l’espansione e il consolidamento del ruolo di classe dirigente della borghesia [intendendo qui il diverso concetto, formulato in particolare da Gramsci, di classe dominante  e classe dirigente], non possono che svilupparsi e approfondirsi i caratteri reazionari della politica del potere allora dominante, così come dell’ideologia che esso diffondeva in tutta la popolazione, interagendo dialetticamente con la stessa cultura della classe antagonistica, la borghesia, cosa che però non era sufficiente a fermare la spinta oggettiva che muoveva quest’ultima ad abbracciare e sospingere gli sviluppi progressivi e rivoluzionari in molteplici campi della cultura.

Mi sembra, dunque, che il fenomeno della caccia alle streghe vada letto alla luce di questo tentativo di reazione politica della Chiesa e dell’aristocrazia, cioè del blocco di potere decadente nell’Europa cristiana (poi cattolica e protestante) nel periodo che stiamo esaminando (XIV-XVII secolo): c’è un fenomeno di modernizzazione della società, se vogliamo usare questo termine, che va aprendo molte delle porte necessarie ad arrivare alla società borghese ottocentesca, che passa per il superamento anche del paradigma totalizzante legato al vecchio equilibrio politico-religioso feudale, per cui razione ed irrazionale, naturale e sovrannaturale sono tutti immanenti alla stessa realtà dominata da Dio e dai suoi intercessori laici e religiosi. Questo è certo. Ma questo fenomeno passa per la lotta economica, politicaideologica delle classi subalterne del periodo – non soltanto la borghesia commerciale-produttiva, ma anche (e con un ruolo assolutamente non secondario in campo ideologico-scientifico) tutti quegli intellettuali provenienti dai ranghi della piccola borghesia e del funzionariato in espansione in primis grazie ai processi di costituzione degli Stati nazionali e dei loro apparati in via di centralizzazione rispetto ai vecchi assetti feudali. Insomma, la Chiesa soffre del fenomeno di modernizzazione, che le toglie potere in tutte le sfere sociali (al pari dell’aristocrazia) e reagisce rilanciando e aggiornando il suo apparato ideologico, di controllo politico e di polizia-repressione, a partire dall’opera degli inquisitori nei confronti delle streghe. Ma Kramer e Sprengergli autori del Malleus Maleficarum, non attraversano l’Europa con l’idea di operare una modernizzazione, una “rivoluzione” condotta dall’alto: vogliono conservare la vecchia società, la vecchia teologia, il vecchio potere della Chiesa. In questo senso, non mi sembra interpretabile come “rivoluzione passiva” questo fenomeno, come suggerisce Martino. Lo stesso Gramsci, nel suo “Primo epilogo” nel Quaderno 15 dei suoi Quaderni del carcere, mette se stesso in guardia contro l’utilizzo generalizzato della categoria di rivoluzione passiva “come interpretazione dell’età del Risorgimento e di ogni epoca complessa di rivolgimenti storici […] come criterio di interpretazione in assenza di altri elementi attivi in modo dominante”, al fine di evitare un “pericolo di disfattismo storico, cioè di indifferentismo” [A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, p. 1827, corsivo mio]. In questo senso, i fenomeni di protagonismo dell’aristocrazia nella formazione dello Stato nazionale “moderno”, di riforma della sua struttura e delle leggi pregnanti nel rapporto con la nuova classe antagonistica in ascesa, il proletariato, si prestano senz’altro più legittimamente a una lettura basata sul concetto di rivoluzione passiva, come politiche che effettivamente combinavano la permanenza dell’aristocrazia al potere (per quanto in ambiti via via più ristretti e parziali a favore della borghesia) con cambiamenti strutturali e sovrastrutturali che andavano smantellando la vecchia società feudale, in una dinamica, come scrive Gramsci stesso, di rivoluzione-restaurazione, dove a prevalere è il secondo elemento ai danni di una vera rivoluzione sociale.

 

Potenze in declino: la persecuzione della stregoneria come politica di egemonia instabile

Si tratta, allora, di caratterizzare più precisamente il contesto politico della caccia alle streghe. In particolare, si può individuare un fattore comune alla Chiesa cattolica e a diversi regimi che fanno propria, seppure con diverse forme e intensità, la persecuzione della stregoneria tra Medio Evo ed età moderna, sia nel caso delle emergenti chiese protestanti, sia in quello dei regimi statuali: si tratta di poteri che attraversano periodi di crisi, legati a uno o più fattori tra guerre, epidemie, carestie, o che più significativamente non emergono come potenze dominanti dello spazio politico, o che non emergono abbastanza come potenze in ascesa di quello spazio. Così, il calvinismo consolida una sua posizione a rischio anche grazie a politiche di persecuzione politico-religiosa brutali, come ricorda Martino; il Sacro Romano Impero, potenza formalmente cattolica, nella stagione della “caccia grossa” alle streghe è attraversato da crisi di vario tipo, diverse delle quali intrecciate nel significativo periodo della Guerra dei Trent’Anni (1618-1648). L’impero tedesco, così come altri Stati europei, è un grande perdente dell’espansione coloniale nello spazio atlantico, che vede protagonisti sostanzialmente l’Inghilterra, la Francia, i Paesi Bassi, la Spagna e il Portogallo. L’associazione del trono del Sacro Romano Impero a quello di Spagna per un periodo, peraltro, più che stabilità – e dunque egemonia stabile – per il primo, stimola una temporanea espansione della Chiesa cattolica che si trova (non certo in modo casuale e disinteressato) a costituire l’organizzazione religiosa di riferimento di uno sterminato doppio impero. La stessa Spagna dominatrice di un vasto spazio coloniale si rivela una potenza arretrata nella nuova competizione tra potenze che, specie avvicinandosi al Seicento, ha caratteristiche capitalistiche preponderanti: un regime rimasto più ancorato al feudalesimo (e alla sua sovrastruttura religiosa!) è destinato a soccombere nella corsa all’espansione coloniale sotto l’ascesa della borghesia mercantile e industriale. Si tratta però, è bene ribadirlo riprendendo il discorso contro la visione di una modernità rinascimentale che “irrompe”, di un processo dove chi perde ha i secoli contati, non gli anni e tanto meno i giorni. Lo stesso modo di produzione capitalista, ben più “rivoluzionario” di quello feudale, da quando si è potuto formulare in modo scientifico, non mistico-idealista, il suo superamento rivoluzionario (cioè col Manifesto del partito comunista del 1848), ha avuto purtroppo anch’esso non i decenni ma i secoli contati… sperando che la conta si fermi appena a due e non arrivi a tre, lusso che la catastrofe ambientale sempre più vicina pare non consentire all’umanità.

Tornando alla stregoneria, la lettura che propongo del fenomeno, dunque, associata alle dinamiche di crisi reazione dei poteri protagonisti di tale persecuzione, è quella di politiche di egemonia instabile. Di cosa si tratta? Riprendo la categoria da Lev Trotsky, che la utilizza nella sua analisi dei rapporti di dominio mondiali, in particolare rispetto alla Francia del primo Dopoguerra che, in sintesi, non poteva fare meglio che gestire un ruolo decadente, instabile come potenza: da qui la definizione di Trotsky di una sua egemonia instabile. La Francia poteva esercitare politiche di egemonia a una scala “regionale”, per quanto larga, centrata su uno spazio politico, l’Europa, non più potentemente baricentrico come era stato nel periodo precedente, che aveva visto l’ascesa della Francia stessa, a partire da Napoleone I, come grande potenza borghese imperialista. In particolare, come segnala Dal Maso, Trotsky parte dall’appoggio francese dell’invasione della Manciuria da parte del Giappone nel 1931 – un evento che incideva direttamente sulla dinamica della rivoluzione cinese e rappresentava una minaccia non secondaria alla stessa URSS – per definire quella francese come una

“egemonia instabile, che non esprime più il reale peso economico relativo del paese”. Questa circostanza spingeva la Francia a cercare alleati “tra tutti gli elementi reazionari d’Europa e del mondo, e ad appoggiare la violenza militare, l’espansione coloniale, eccetera, ovunque si presenti” [cit. in Dal Maso, Juan, Hegemonia y lucha de clases, Buenos Aires, Ediciones IPS, 2018, p.27].

Dunque, la politica egemonica francese non rifletteva il suo reale peso nell’accumulazione di capitale e nella competizione commerciale e finanziaria, e costituiva in parte una rendita derivante dal Trattato di Versailles e dal disfacimento degli imperi centrali. 

In questo contesto, l’egemonia appariva come un potere trasmesso ma che, una volta conquistato, la Francia cercava di mantenere a ogni costo. Con questo obiettivo elaborava una serie di politiche tendenti a indebolire i nemici e a mantenere una sorta di equilibrio che le permettesse di prolungare la relazione di forza ereditata dopo la guerra [Idem, p. 28].

Il contesto a cui facciamo riferimento nel resto di questo scritto, specie nella parte interna al tardo medioevo, non può essere immediatamente sovrapposto a quello post-Prima Guerra Mondiale, dove la relazione sociale di gran lunga predominante è quella della riproduzione del capitale, già giunta alla sua fase finanziaria-imperialistica. Ciò non toglie che ci siano importanti elementi analoghi che, mi pare, permettono di applicare la categoria di egemonia instabile anche al caso in questione, sia al livello della grande strategia e della politica tra potenze, sia in quello della riproduzione e della conservazione del potere anche nelle sfere sovrastrutturali non immediatamente politico-statuali.

Per quanto riguarda il primo livello, possiamo perlomeno cogliere la parziale simbiosi di Impero e Chiesa nella persecuzione della stregoneria, quanto meno nella sua fase più significativa (dunque dopo la diffusione del Malleus Maleficarum, e non prima) come risposta allo spostamento del centro di gravità economico e geopolitico europeo dal Mediterraneo e dall’Europa centrale alle coste atlantiche europee… e poi nordamericane: nella lotta per non cedere la precedente posizione egemonica, si rivelava un’arma efficace la “normalizzazione” del proprio regime sociale interno contro le (fino a lì “trascurabili) anomalìe ereditate dal passato da un lato e contro le spinte progressive della cultura borghese dall’altro. Questo era possibile, analogamente con la situazione della Francia descritta da Trotsky, a partire da una posizione di forza conseguita dalla larghissima egemonia religiosa che la Chiesa aveva raggiunto nei secoli precedenti a quella della caccia alle streghe – un’egemonia non corrispondente al reale ruolo economico e politico della Chiesa fra Trecento e Seicento.

Da una parte, quindi, una lunga e minuziosa guerra di posizioni contro la prassi borghese in tutti i campi – economico, politico, giuridico, scientifico… -, storicamente in sé inarrestabile nel lungo periodo ma “gestibile” con una politica di ritirate tattiche studiate caso per caso. Dall’altra, si sguinzagliano e anzi si fomentano dall’alto le pulsioni e le forze reazionarie intimamente legate al consenso, all’ideologia dominante precedentemente creata, colpendo tra le masse subalterne quei soggetti eccentrici che tolgono spazio sociale, consenso, sul terreno della difesa di un paradigma religioso-esistenziale composto necessariamente da una serie di elementi mistici e irrazionali collegati a certi rapporti di classe e dunque a certe forme di dominio politico. Non è insomma lo stretto fatto in sé del collegamento, in ultima istanza, di alcune credenze e prassi, di alcune conoscenze di medicina popolare tramandate congiuntamente alla spiritualità “superstiziosa” pre-cristiana, che creò un problema politico maggiore da debellare con persecuzioni e uccisioni a decine di migliaia – sempre molte meno, comunque, di quelle provocate dalle sole guerre guerreggiate nello stesso periodo. Se così fosse, la caccia alle streghe nelle modalità proprie del periodo in esame avrebbe dovuto essere un fenomeno pressoché comune a qualcosa come un millennio e mezzo di storia cristiana in Europa. Ciò che invece diventava una questione politica rilevante era la necessità di rafforzare e, in un certo senso sì, di modernizzare, un antico consenso politico attorno al vecchio regime, alle sue istituzioni, alla sua ortodossia religiosa, al potere clericale che nei secoli si era legato a quello dell’aristocrazia. Al che, in una politica di indebolimento dei nemici, diventava logico favorire la concentrazione dell’odio sociale delle masse subalterne contro elementi tutt’altro che inarrestabili come erano le forze sociali mobilitate dalla borghesia in ascesa. Mentre quelle contro formazioni socio-politiche ostili alla grande aristocrazia e alla Chiesa, come i nobili minori e le borghesie cittadine in fermento, si configuravano spesso come guerre controinsurrezioni, quello contro le streghe fu un massacro unilaterale, un’azione di polizia priva di caratteri progressivi – e anche per questo ben difficilmente riconducibile a una dinamica di rivoluzione passiva – che tentava di rianimare e riconsolidare un blocco storico tra l’aristocrazia, il clero cristiano e la propria antica base sociale di massa, cioè la grande maggioranza contadina dispersa nel territorio, contrapposta alle concentrazioni urbane, bastioni della borghesia e delle sue, ben più pericolose di quelle stregonesche, nuove formulazioni culturali e scientifiche.

Senza voler entrare più nel dettaglio delle politiche delle singole realtà politiche europee coinvolte dalla politica della persecuzione della stregoneria, si può constatare che il successo, nei limiti di una politica di resistenza di un’egemonia instabile, della caccia alle streghe creò una prassi diffusa, una tradizione ripresa anche dai segmenti minori e/o periferici dell’aristocrazia, legati alle borghesie nazionali nel processo di formazione degli Stati regionali (in emancipazione dai vecchi imperi) e degli Stati-nazione, che d’altronde, al netto della “svolta umanista” rinascimentale, ereditavano (anche nella variante protestante) il poderoso e stratificato ideologico della vecchia Europa feudale cristiana.

Giacomo Turci


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