Il Lenin di Guido Carpi, una biografia in due volumi, è un contributo utile e stimolante per pensare al marxismo e alla politica rivoluzionaria del XX secolo per formulare una guida per l’azione oggi.


Per i militanti, la biografia di un rivoluzionario del passato, si sa, è sempre prima di tutto un manuale. In queste biografie, l’approccio militante consiste, di solito, nel cercare di scovare delle indicazioni e dei modelli, per trasformare il racconto in precedente e per porsi lungo lo stesso tracciato storico percorso dal protagonista. Fare proprio un fatto storico, però, è possibile e doveroso, anche e soprattutto se lo si fa con lo scopo di darsi una guida per l’azione. Esisto-no, infatti, delle biografie che già di per sé sono concepite come manuali per la militanza. È questo, senza dubbio, il caso della biografia di Vladimir Il’ič Lenin scritta da Guido Carpi, intitolata Lenin, e uscita in due volumi (il primo nell’ottobre 2020, il secondo l’ottobre scorso) per Stilo Editore.

Si tratta di una pubblicazione che, pur collocandosi lungo un filone che sembrava ormai esaurito (si pensi alle opere di Gorkij (1927), Trotsky (1936) e Lih (2010), per citarne solo alcuni), presenta notevoli e numerosi elementi di originalità. Fra questi, spiccano sicuramente l’impostazione dell’opera e l’uso delle fonti. Quella di Carpi, infatti, non è la classica biografia da vertici di partito, basata esclusivamente su fonti ufficiali, dove il profilo del protagonista e quello dell’istituzione di cui egli fa parte faticano a distinguersi. Stavolta, la linfa da cui prende vita il racconto è la corrispondenza fra il rivoluzionario russo e i militanti di base del partito. Attraverso un ampio catalogo di frammenti epistolari, firmati quasi sempre da nomi che non hanno avuto la fortuna di essere consegnati alla storia, il lettore si scontra direttamente con la realtà dell’organizzazione politica nei suoi aspetti più crudi e pratici.

 L’utilizzo estensivo di questo materiale inedito e ancora inesplorato è proprio uno degli aspetti principali che contribuiscono a rendere l’opera di Carpi un vero e proprio manuale per la militanza. Grazie a una profonda conoscenza della lingua russa, l’autore riesce a ricostruire dal basso una storia di Lenin che sia allo stesso tempo anche una storia di partito; non il partito al potere o sulla cresta dell’onda rivoluzionaria, ma il partito in esilio, quando è ancora poco più che una rete clandestina. Carpi costruisce un nuovo ritratto di Lenin a partire dal livello zero, ossia dalla fase di costruzione del nucleo rivoluzionario, là dove la forza delle idee conta più di ogni altra cosa e dove la scelta di un metodo può segnare la svolta per gli anni a venire.

Dei molti spunti che si possono trarre da un’opera del genere, abbiamo scelto di isolarne uno che ci sembra particolarmente significativo per il rilancio della lotta di classe nella fase corrente: il rapporto tra egemonia e avanguardia. Il ruolo che questi due concetti giocano all’interno della formazione di Lenin come rivoluzionario, oltre a essere uno dei fili rossi lungo i quali Carpi tesse la sua trama, è senza dubbio una chiave di volta per comprendere la portata dell’innovazione che il nostro protagonista ha introdotto nel marxismo e nel pensiero politico in generale.

Partendo dal primo versante della coppia concettuale in esame, vale la pena sottolineare che il termine “egemonia” è raramente associato a Lenin; ciò non significa che questo non faccia la sua apparizione negli scritti leniniani. Anzi, come vedremo, il termine “egemonia” svolge un ruolo per nulla secondario, tant’è che il suo utilizzo nel corpus leniniano è tutt’altro che occasionale. Più in generale, è il concetto di egemonia stesso – e non solo l’uso che ne ha fatto Lenin – a essere stato molto discusso e molto frainteso. Volendo fare chiarezza con una definizione, potremmo dire che con egemonia si intende «una caratteristica importante del comando, dell’arte della direzione, e cioè la capacità, da parte di un gruppo, di una classe dominante, non solo di dominare i propri nemici, ma di dirigere i propri possibili alleati sociali, insomma di avere dietro di sé uno schieramento più forte, maggioritario, tramite un proprio ruolo di direzione» (Giampaolo e Turci 2021). Tuttavia, negli anni si è affermata una vulgata che, pur riconoscendosi nella definizione appena fornita e pur individuando correttamente in Gramsci il maggiore interprete di questo concetto, commette spesso l’errore di conferire all’egemonia una connotazione sovrastrutturale, ossia legata esclusivamente alla produzione e riproduzione di consenso all’interno di cultura, comunicazione e media. Come dimostra Dal Maso (2020) e come abbiamo avuto modo di argomentare nel primo numero di «Egemonia», al contrario, essa ha un carattere prevalentemente politico, con risvolti organizzativi e persino militari.

Non vogliamo in questa sede ricostruire l’intero dibattito attorno al marxismo di Gramsci. Per meglio inquadrare il concetto di egemonia per come lo usa Lenin – e, quindi, Carpi nella sua biografia – ci basterà segnalare che, all’interno dei Quaderni, l’egemonia corrisponde al secondo grado (o momento) dei rapporti di forza all’interno della

società, ossia al rapporto delle forze politiche. Si tratta di quel passaggio a cui corrisponde «la valutazione del grado di omogeneità, di autocoscienza e di organizzazione dei vari gruppi sociali». In questa fase, che Gramsci definisce la «più schiettamente politica», le ideologie si compattano in partiti. Questi, a loro volta, vengono a scontrarsi fino a che una forza politica riesca a

«diffondersi su tutta l’area sociale, determinando oltre che l’unicità dei fini economici e politici, anche l’unità intellettuale e morale, ponendo tutte le quistioni intorno a cui ferve la lotta non sul piano corporativo ma su un piano “universale”» (Gramsci Q13 §17: 1583–4);

in breve, affermando la propria egemonia su una serie di gruppi subordinati. Non a caso, nello schema gramsciano, al momento egemonico segue quello dei rapporti militari, decisivo per la rottura rivoluzionaria. Quindi, volendo essere ancora più sintetici, potremmo dire che, già in Gramsci – con buona pace di chi lo vuole fautore della via pacifica al socialismo – l’egemonia è la fase preparativa all’assalto1 .

Lenin di fronte al contesto russo e al rapporto operai-contadini

Veniamo, dunque, a Lenin e cerchiamo di capire da dove egli parta per costruire il suo progetto egemonico. Carpi riesce a individuare un germoglio di questa problematica già in Lo sviluppo del capitalismo in Russia, scritto del 1899. Qui, infatti, il problema dell’egemonia sorge direttamente, come esigenza tattica, dall’analisi della struttura socioeconomica, un compito che in questi primi anni impegna molto il rivoluzionario russo. La conclusione a cui Lenin approda nel suo scritto d’esordio, infatti, è che, «se lo sviluppo del capitalismo si attua grazie a una lunga disarticolazione e distruzione controllata di strati sociali che non sono né capitalisti né operai (in questo caso principalmente i contadini), la tattica dei socialdemocratici (e poi dei bolscevichi) dovrà consistere nel raccogliere attorno al proletariato gli strati non proletari dei lavoratori» (Carpi 2020: 117). Ritroviamo, quindi, già nel primo Lenin, il tema del passaggio dalla prima fase dei rapporti di forza alla seconda.

Dal rapporto fra raggruppamenti sociali stretta-mente legati alla struttura e dal grado di sviluppo delle forze produttive in un dato paese, si passa a un livello in cui detti raggruppamenti comincia-no a gravitare attorno a un’unica forza sociale, in questo caso il proletariato. Il proletariato russo, osserva Lenin, deve riuscire a esercitare una funzione dirigente rispetto a tutti quegli strati sociali spossessati e declassati dal processo di accumulazione originaria che sta rapidamente cambiando il volto della società russa; solo così, esso potrebbe raggiungere «la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro sviluppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di altri gruppi subordinati» (Gramsci, Q13 § 17). Parafrasando: nell’affermarsi del progetto egemonico al di fuori della propria classe si sostanzia il passaggio dall’economia alla politica.

Il Lenin di Guido Carpi: Volume I, La formazione di un rivoluzionario (1870-1904).

Carpi, del resto, individua il nucleo vitale del bolscevismo proprio nella centralità del momento politico, ossia nell’«orientamento a condurre, formulare e divulgare l’analisi dei processi in corso esclusivamente nella forma di un concreto programma di organizzazione e di azione» (2020: 167). Abbiamo, infatti, visto come, alla riflessione sull’elemento strutturale segua direttamente «l’obiettivo di fare della propria classe di riferimento il nucleo di un più ampio blocco sociale popolare» (Ibidem). Dalla conformazione socioeconomica dell’impero russo sorgono, però, anche quelle che, a detta di molti critici, sono le principali limitazioni per il programma leniniano. Nonostante la rapida e forzata modernizzazione, il proletariato industriale costituisce, infatti, ancora un’esigua minoranza rispetto alla “marea” contadina; quest’ultima, dal canto suo, pur vedendosi privata delle antiche forme feudali-comunitarie di possesso della terra, resiste ancora alle infiltrazioni del modo di produzione capitalistico nelle campagne, all’inurbamento dei suoi strati più poveri e alla borghesizzazione dei suoi strati medi. D’altronde lo stesso Lenin nutre forti dubbi riguardo alle potenzialità rivoluzionarie dei contadini che pur cominciano a dimostrare una montante insoddisfazione nei confronti dei grandi proprietari terrieri. «Il malcontento dei piccoli produttori genera molto spesso […] l’aspirazione a difendere la propria esistenza di piccoli proprietari, cioè a difendere i principi dell’ordinamento contemporaneo e persino a farlo ritornare indietro» (1959: 40). Le premesse del ragionamento di Lenin sembrano quindi minarne le conclusioni: i contadini sono effettivamente predisposti a lottare al fianco della classe operaia riconoscendola come classe dirigente, oppure aveva ragione Ferdinand Lassalle, il capo di uno dei settori socialisti che fondò poi la SPD tedesca, quando parlava di un’unica massa reazionaria che si parava di fronte al proletariato? (cfr. Marx 1972: 40).

Ma è proprio attorno a questo nucleo problematico che Carpi riesce a cogliere il punto centrale forse di tutto il leninismo. Date le condizioni oggettive appena illustrate, sembra, infatti, che un affiancamento di contadini e proletariato in un unico blocco sociale debba portare inevitabilmente al dissolversi di quest’ultimo nella nebulosa delle masse sfruttate (il che vuol dire subire l’egemonia, piuttosto che esercitarla). Tuttavia, di fronte a questo ostacolo, Lenin rilancia le sue posizioni: il proletariato non deve semplicemente aggiungersi e allearsi agli strati sociali declassati e sfruttati, ma deve ergersi a vero e proprio punto di riferimento. Per svolgere tale funzione dirigente, però, c’è bisogno di un decisivo lavoro preliminare e di una delimitazione politica chiara, netta, contro impostazioni che tendono a identificare lotta di classe e lotte popolari. I due piani devono essere distinti. «Non ha senso, infatti, coinvolgere da subito in una sola organizzazione segmenti sociali dagli interessi e dalle prospettive differenti».

Per Lenin, «è assolutamente necessario, inizialmente, delimitarsi da tutti, distinguere soltanto, unicamente ed esclusivamente, il proletariato, e soltanto dopo dichiarare che il proletariato libererà tutti, chiama tutti, invita tutti» (1959: 65). E ancora: «[…] dobbiamo inizialmente delimitarci da tutta questa gentaglia definendo nel modo più netto la sola lotta di classe del solo proletariato, e soltanto dopo dichiarare che facciamo appello a tutti, che faremo tutto e che allargheremo a tutti» (Ibidem: 66).

Carpi aggiunge, giustamente, che «motore di questa dialettica di separazione-organizzazione-egemonia dovrà essere il partito» (2020: 169). Del resto, non può essere altrimenti. Il proletariato è, sì, una minoranza esigua, ma solo epurandosi e rimarcando il proprio particolare punto di vista può diventare una minoranza con una maggioranza sociale dietro di sé, unita da un programma e da una prospettiva politica comune, ovvero un’avanguardia. Arriviamo quindi al punto centrale: la definizione di egemonia implica quella di avanguardia (e viceversa).

Se c’è un aspetto del pensiero di Lenin che Carpi riesce a cogliere con massima precisione è proprio quanto questi due concetti siano inseparabili e vadano analizzati l’uno in funzione dell’altro. La linea avanzata negli scritti di inizio secolo sulla costruzione del partito e sul giornale come organizzatore collettivo non poteva essere più chiara di come emerge dalla biografia di Carpi. Solo un partito organizzato in forma di avanguardia, infatti, può ambire a costruire un progetto egemonico ad ampio respiro e, quindi, a guidare l’attacco al potere costituito. Solo la forma d’avanguardia può legare gli interessi particolari del proletariato agli interessi universali di tutti gli sfruttati e oppressi. Senza troppa esagerazione, potremmo affermare, insieme a Lenin, che il partito vive tra i due poli dialettici di avanguardia ed egemonia, dove si connettono la sua funzione di dirigente politico-organizzativo, da un lato, e di dirigente politico-ideologico, dall’altro, rendendolo egemone al tempo stesso della sua intera classe e di un blocco sociale più ampio.

Il Lenin di Guido Carpi: Volume II, ”Verso la rivoluzione d’ottobre” (1905-1917).

Nelle fasi di attività e costruzione che precedono per un tempo più o meno lungo quelle rivoluzionarie, in cui mancano le condizioni per andare all’assalto, il partito deve serrare le proprie file e cercare di allargare la propria influenza sulla società, così da poter accumulare le forze necessarie per passare poi all’offensiva. Ritornano qui dei notevoli parallelismi con il pensiero di Gramsci. Possiamo notare, infatti, come, in Lenin, il momento egemonico sia collocato alla stessa altezza alla quale lo pone anche il comunista sardo. Questa linea di pensiero, però, pur essendo sposata da due dei più grandi rivoluzionari del ‘900, non è esente da criticità. Ad esempio, può sembrare paradossale – o, per lo meno, controintuitivo – che a un serramento dei ranghi debba seguire un ampliarsi delle alleanze sociali. Del resto, uno dei principali capi d’accusa alla visione del partito d’avanguardia è sempre stata – molto spesso a ragione – la tendenza all’isolamento dalle masse. Nella sua prefazione a Il marxismo di Gramsci, Fabio Frosini prova a sciogliere proprio questo nodo, mostrando, da un lato, perché è necessario che il momento egemonico politico preceda quello militare e, dall’altro, perché una maggiore disciplina interna porti a un consolidamento ideologico-politico anche al di fuori della propria classe di riferimento.

«Le battaglie non si vincono solo perché si hanno le armi, ma per una strategia, un piano per disintegrare l’avversario e perché si ha una politica dell’esercito, relativa al modo in cui vengono trattati i soldati: quali sono le regole che governano un gruppo organizzato come l’esercito, che non è un partito, ma è comunque un gruppo umano e quindi è caratterizzato da rapporti non solo amministrativi e di comando/obbedienza, ma politici (di “consenso” e di motivazione), e così via» (Dal Maso 2020: 18-19).

Questo stimolo sui rapporti politici interni a un gruppo sociale ci può aiutare a comprendere anche il rovescio della questione, ossia perché, in Russia, i contadini non sono riusciti a imporsi come classe rivoluzionaria nonostante il loro sproporzionato peso demografico ed economico. Innanzitutto, la vastità e dispersione della realtà contadina impedì che si riuscisse ad affermare al suo interno un consenso nei confronti dell’autocrazia zarista; alcuni strati cominciavano a nutrire un forte risentimento nei confronti dello status quo, altri invece vi rimanevano fortemente attaccati. Già Marx, in questo senso, aveva caratterizzato quella dei piccoli proprietari contadini come una classe strutturalmente incapace di costituirsi come soggetto rivoluzionario autonomo (Turci 2020) e quindi, a maggior ragione, incapace di proporsi come classe dirigente ed egemone. Una sorte comune agli strati sociali intermedi tra la borghesia e la classe lavoratrice. Eppure, ai contadini il partito non mancava; i socialisti rivoluzionari mantennero a lungo un saldo consenso all’interno d questa fetta consistente di popolazione russa, soprattutto fra gli strati più poveri. E tuttavia, agli esery (abbreviazione di “socialrivoluzionari”) mancava la rigida struttura d’avanguardia che Lenin invece impose ai suoi; questo li rese di fatto un mero contenitore, dei portavoce o, nel migliore dei casi, uno strumento di rappresentanza all’interno delle istituzioni, più che una vera e propria

dirigenza politica. Sul lungo corso, la strategia di Lenin – al contrario di quella degli esery – si rivelò vincente, anche perché egli si accorse, prima di tutti, che i bolscevichi disponevano dei mezzi per organizzare non solo il proletariato, ma anche i contadini.

Da operai a rivoluzionari di professione

Passiamo ora a esaminare più da vicino il concetto di avanguardia che, come quello di egemonia, è stato spesso frainteso e demonizzato, anche nella sinistra sedicente radicale. Quando si dice “avanguardia”, infatti, si è spesso portati a pensare a una visione verticistica e gerarchica dell’organizzazione politica, in cui le masse vengono indottrinate da un’élite intellettuale. Lenin viene spesso associato a questa concezione “illuministica” del partito, soprattutto per il programma che viene delineato nel suo Che fare?. Il tema di questo scritto, lo ricordiamo, è la costruzione di un partito rivoluzionario nella Russia zarista a partire da un giornale necessariamente clandestino. Per Lenin, com’è risaputo, questo compito può essere assolto soltanto con la direzione di una ristretta cerchia di “rivoluzionari di professione”, completamente devoti alla causa e dotati di un’elevatissima preparazione politica. Anche attorno a questo dibattito, Carpi dimostra la sua abilità nel riuscire a ricostruire la profondità del pensiero di Lenin, al di là dei miti e delle semplificazioni, senza per questo scadere nel tecnicismo o, peggio ancora, nel citazionismo.

Innanzitutto, Carpi ci ricorda che il Lenin di inizio secolo è un accanito difensore dell’idea che il nucleo di rivoluzionari professionisti possa essere composto da operai particolarmente politicizzati, in netto contrasto con i menscevichi che, invece, preferiscono elementi intellettuali piccolo o medio-borghesi. L’errore menscevico – che è lo stesso di chi oggi inorridisce al solo sentire il termine “avanguardia” – sta sostanzialmente nell’indisponibilità ad ammettere una possibile sovrapposizione fra elemento operaio e intellettuale. Questo limite politico e ideologico è sintomo, più che di un sincero credo in un’organizzazione spontanea e orizzontale, di una profonda sfiducia nei confronti della classe operaia. Tagliata con l’accetta: l’operaio deve fare il suo lavoro e intraprendere la lotta economica, mentre l’elaborazione politica può essere appannaggio solo degli intellettuali (borghesi). Da qui, il non sequitur che porta ancora oggi molti comunisti (stavolta “sinceramente” spontaneisti) a ripudiare l’idea di avanguardia sulla base del pregiudizio di origine menscevica riguardo al rapporto fra intellettuali e operai.

A Lenin, invece, va il merito di essere riuscito a cogliere la necessità per la classe operaia di dare a sé stessa il proprio elemento intellettuale: la figura dell’operaio-intellettuale, del resto, è forse la sua più brillante invenzione di questo periodo.

A tal proposito, fra i suoi più notevoli biografi, anche Lih si sofferma sul rapporto tra operai-seguaci e operai-leader, chiedendosi «che cosa accade quando questi si incontrano, quando interagiscono». La parafrasi del Che fare? proposta da Lih è particolarmente illuminante a tal proposito:

«Compagni, guardatevi intorno! Non vedete che i lavoratori russi mordono il freno per ricevere il messaggio della rivoluzione e agire di conseguenza? Non vedete le potenzialità di guida che già esistono tra gli attivisti, i praktiki? Non vedete che dagli operai verrà fuori un numero ancora maggiore di leader, se ci mettiamo in testa di incoraggiarne la nascita? Davanti a tutto questo potenziale, cosa ci ostacola? Perché abbiamo ancora lo zar? Noi, compagni, siamo noi il collo di bottiglia! Se riuscissimo ad affinare le nostre abilità nascoste e mettere insieme ciò che il regime zarista vuole disperatamente tenere diviso – leader operai e seguaci operai, il messaggio e l’uditorio –, allora, per Dio, potremmo distruggere questa galera!» (Lih 2010).

In estrema sintesi, «Lenin si aspetta dai bolscevichi non un freddo sapere oggettivo, ma una posizione soggettiva e di parte, del tutto impegnata, che possa mobilitare i seguaci» (Žižek 2017: 70). Quel “dall’esterno” che tanto spaventa le anime belle della sinistra radicale indica, in realtà, un particolare punto di vista che il proletariato stesso riesce a guadagnare, non una dottrina imposta da frange estranee alla classe. Carpi scrive:

«si tratta di un orizzonte esterno che l’operaio stesso si conquista attraverso una serie di dure lotte inizialmente economiche, cavalcando come un surfer sempre più esperto e arrivando a scorgere oltre di esse tutto un mondo infinitamente complesso, per poi imparare a comprenderlo e dominarlo nella dimensione della politica» (2020: 173).

E ancora:

«risulta chiaro come Lenin non sempre concepisca questo esterno come una setta di detentori della dottrina impegnati in un’opera pedagogica presso gli operai, ma anche – e soprattutto – come esterno rispetto ai rapporti economici immediati, tra datori di lavoro e forza lavoro: è la capacità di ricollegare nella pratica particolare e generale, tattica e strategia, problemi economici e problemi politici» (ibidem).

È la classe stessa, quindi, a produrre la propria intellighenzia, in un processo di «nomogenesi endogena, di auto-formazione indotta da cause esterne» (Ivi: 177)2. Ma, giunti a questo punto, potrà sembrare che Lenin finisca addirittura per collocarsi dalla parte opposta della dialettica in questione, passando di fatto dal verticismo sfrenato allo spontaneismo operaista. Anche qui, però, Carpi ci avverte della sostanziale differenza fra spontaneismo e «spontaneo convergere di intellettuali e operai in una figura nuova» (ibidem): il militante o rivoluzionario di professione, per l’appunto. Lo stesso Lenin, del resto, è chiaro a riguardo:

«dobbiamo preoccuparci non solo affinché la massa “avanzi” rivendicazioni concrete, ma anche affinché la massa “produca” rivoluzionari di professione in numero sempre più grande […] la massa, che si ridesta spontaneamente, produrrà anche dal proprio seno un numero sempre più grande di “rivoluzionari di professione”» (1971: 130-131).

La spontaneità, quindi, per quanto possa costituire un elemento della lotta di classe, non può esserne l’ultima parola o il vertice, a prescindere dal livello di conflittualità che essa riuscirà a esprimere. La spontaneità può connettersi e mano a mano trasformarsi in coscienza e organizzazione, grazie prima di tutto all’azione cosciente, organizzata, dell’avanguardia. Ciò equivale, storicamente, all’ascesa del partito rivoluzionario come presenza politica affermata all’interno della società. Perché, come ben sappiamo, questa avanguardia, se non vuole ritornare alla dimensione di setta, una volta formatasi e consolidatasi – «demarcarsi e delimitarsi» ripete Lenin – dovrà uscire dalla propria trincea e rivolgersi non solo alle altre sezioni della classe operaia, ma a tutti gli strati sociali i cui interessi potrebbero in qualche modo – anche se parzialmente e in maniera del tutto circostanziale – coincidere con quelli del proletariato3 . Da qui, l’imperativo di abbinare un progetto egemonico a quello d’avanguardia, pena il rischio di rimanere impantanati nel primo momento dei rapporti di forza (quello economico) e ritrovarsi con una minoranza di intellighenty isolati e del tutto ininfluenti.

Il metodo di Lenin: il “principio connettivo” del bolscevismo

Rimane da chiedersi, a questo punto, se le cose non fossero potute andare diversamente. Era veramente necessario organizzare la classe operaia in un partito d’avanguardia per poter raggiungere l’esito rivoluzionario del 1917? La risposta di Carpi – e di Lenin – a questo quesito non potrebbe essere più chiara ed è corroborata anche dalla corrispondenza degli avversari di Vladimir Il’ič (fonte spesso sottovalutata, se non del tutto ignorata). «La costruzione del partito “dall’alto in basso” – scrive Carpi – non è affatto indice di un atteggiamento antidemocratico», ma è piuttosto il riflesso della disciplina e del lavoro coordinato a cui la classe operaia è stata addestrata dalla vita di fabbrica (2020: 183-184). Persino il menscevico Martov riconoscerà che «la straordinaria popolarità» dell’impostazione leninista «veniva chiaramente incontro allo stato d’animo degli organizzatori e degli agitatori più attivi del partito, i quali, dopo anni di lavoro sterile nelle organizzazioni locali, piccole e isolate le une dalle altre, erano stanchi» (Martov e Dan 1973: 60). Al contrario, «i partigiani di un partito che nasca spontaneamente “dal basso”» non solo non sarebbero mai riusciti a integrarsi completamente con la classe operaia per la loro incapacità di accettare la disciplina di partito, ma non sarebbero nemmeno mai riusciti a depurare il mov­imento dalle sue componenti corporative, opportunistiche ed estremiste (Carpi 2020: 183). Senza una concezione d’avanguardia del partito, in sintesi, è impossibile realizzare quella mediazione con i momenti politico-egemonico, da una parte, e militare, dall’altra, di cui parla Gramsci.

Gely Korzhev, ”Conversazione”.

La connessione Lenin-Gramsci che abbiamo provato a sviluppare in questa sede, cercando di instaurare un circolo virtuoso tra il concetto di avanguardia e quello di egemonia, è senza dubbio presente nel testo di Carpi, anche se in maniera non così esplicita da renderla un asse portante della sua opera. L’autore è comunque abile a coglierne l’essenza, servendosi anche della metafora del “principio connettivo” ideata da Leone Ginzburg (2011). Il principio connettivo formulato e messo in pratica da Lenin è, in poche parole, quella sintesi tra una serie di scelte e di tattiche che trovano una propria coesione e finalità in senso rivoluzionario soltanto nel quadro di un piano strategico. Un esempio storico significativo è quello della pace separata di Brest-Litovsk, su cui Lenin insiste trovando una forte resistenza tra gli stessi quadri bolscevichi: la prospettiva tragica delle perdite territoriali ed economiche a favore dell’impero tedesco rende apparentemente più onorevole e valida la scelta di intraprendere una guerra rivoluzionaria contro la Germania, ma quest’ultima risultava velleitaria, idealista nel contesto strategico concreto di quel dato momento, col paese stremato e l’esercito completamente sbandato, come Lenin argomenta magistralmente nella polemica di quel frangente (1969). La vita di Lenin è costellata di esempi del genere: dalla spinta verso l’insurrezione operaia nell’ottobre, fino al passaggio dal comunismo di guerra alla NEP. Tutte scelte che, come ben sappiamo, furono fortemente osteggiate da settori importanti dei quadri bolscevichi.

In questa recensione, abbiamo cercato di mostrare come anche il rapporto egemonia-avanguardia sia stato declinato da Lenin nella forma di un simile principio collettivo. Per una compagine politica ridotta ai minimi termini e falcidiata dagli attacchi del regime, infatti, poteva sembrare una mossa controproducente, se non del tutto suicida, serrare i propri ranghi e auto-imporsi una ferrea disciplina; nell’immediato, una scelta del genere rischiava semmai di esasperare l’isolamento dei militanti dalle masse. Tuttavia, collocandosi su un piano temporale differente, ci si accorge di come un consolidamento dei propri principi fosse precondizione necessaria per guadagnare la solidità e la credibilità sufficienti a mettersi alla testa di tutti gli “apartito”. Da qui, la natura, in un certo senso, arcana e misteriosa del rapporto avanguardia-egemonia. Per chi lo osserva dal presente, rimane qualcosa di statico, imperscrutabile o semplicemente impraticabile, visto che i due termini incarnano – almeno in apparenza – poli concettuali diametralmente opposti; passando al piano della strategia, però, ecco che quel rapporto acquista senso, alla luce delle potenzialità che potrebbe realizzare e delle conseguenze che potrebbe produrre in un futuro prossimo. Solo smarcandosi, quindi, dall’istante presente si può compiere una vera continuità fra metodo e obiettivo:

«il metodo è l’unità dinamica, “policroma” di pensiero e pratica, continuamente ricalcolata e riformulata nel punto focale dell’organizzazione; l’obiettivo – come bene intuì e formulò Gramsci – riguarda quello che è il nucleo stesso del politico: la realizzazione di un apparato egemonico» (Carpi 2020: 236).

Vladimir Tatlin, Progetto per il monumento alla Terza Internazionale, 1919-1920.

Carpi ci invita non solo a usare la sua biografia come un manuale di militanza, ma ci ricorda anche che oggi, a oltre cento anni di distanza, ci troviamo in una posizione ideale per comprendere, “ripetere e rielaborare” l’operato di Lenin; o, per lo meno, in una posizione sicuramente più favorevole rispetto a quella dei suoi compagni. Il libro di Carpi ci invita a riscoprire e a valorizzare l’importanza dell’auto-formazione in una fase che, non diversamente da quella in cui Lenin mosse i suoi primi passi, è segnata da un profondo ristagno politico, soprattutto fra le organizzazioni comuniste e rivoluzionarie. Certo, viviamo in un contesto in cui la formazione di operai-intellettuali risulta ostica nel migliore dei casi, ma, da queste pagine, possiamo comunque trarre delle preziose indicazioni su come i mezzi di comunicazione – quale era, per i bolscevichi, il giornale – possono fungere da catalizzatore politico, contribuendo enormemente alla preparazione dei militanti. Sul piano dell’analisi, un monito quanto mai prezioso e attualissimo che Carpi estrapola dal primo Lenin recita «mai combattere una tendenza storica senza disporre di un’alternativa di pari grado» (2021: 19). Guardiamo, quindi, innanzitutto al nostro nemico di classe. Studiamolo e, dai suoi metodi e dalle sue pratiche, ricaviamo ricette per abbatterlo; d’altronde,

«la ricomposizione di un blocco sociale popolare egemone […] ha […] come presup­posto un’analisi precisa degli interessi in gioco, nonché una definizione del possibile blocco egemone alternativo a quello che il proprio avversario persegue […]: solo la previsione delle sembianze che il nostro avversario è in procinto di as­sumere ci rende in grado di combatterlo» (Carpi 2021: 84).

Scrive Carpi, ma è come se ci stesse parlando direttamente l’avvocato di Simbirsk. 

Marco Duò

Note

1. Va sottolineato come tra i tre momenti costitutivi dei rapporti di forza esista un rapporto dialettico e sussistano importanti zone di sovrapposizione. Ciò non significa però che Gramsci li abbia concepiti come “tappe” disposte in un ordine precostituito e immutabile. Più avanti, si fa accenno alla mediazione che il momento propriamente egemonico svolge nelle oscillazioni continue tra il primo e il terzo momento, punto su cui Gramsci e, del resto, anche Dal Maso insistono particolarmente. Purtroppo, non è possibile delineare con completezza la questione in questa sede. Rimandiamo pertanto a Dal Maso (2020).

2. Più in generale, l’elemento che contraddistingue la concezione leninista di partito non è tanto la cerchia illuminata che si pone alla guida della massa informe, quanto piuttosto l’esistenza di un nucleo centrale di operai politicizzati che si collocano a metà strada tra il proletariato e il partito stesso. Questo nucleo viene costantemente formato e riformato affinché gli operai più coscienti diventino quadri rivoluzionari. Si tratta di una concezione per nulla scontata e che, anzi, ha delle notevoli ricadute nel processo rivoluzionario. Può essere utile ricordare come, nell’aprile del 1917, Lenin riesca a portare

a termine il cosiddetto “riarmo del partito” contro la svolta destroide di Kamenev e Stalin appoggiandosi proprio su questo strato presente nel partito bolscevico. Una fonte che illustra con chiarezza questa dinamica che vede, per l’appunto, Lenin appoggiarsi sui sottufficiali operai o quadri intermedi è il capitolo omonimo della Storia della rivoluzione russa di Trotsky (1932).

3. Chiaramente, Lenin non credeva che il proletariato dovesse allearsi a tutte le classi sociali al di fuori di nobiltà e borghesia. Un’alleanza di classe può instaurarsi là dove si può raggiungere un consenso, se non anche sui metodi, per lo meno sui fini politici da perseguire. Osserva Carpi che «a Lenin non importa nulla di conquistare all’egemonia del proletariato la totalità delle classi medie e dei segmenti popolari non proletari, né lo ritiene auspicabile, ma capisce benissimo quanto sia indispensabile differenziare le classi medie e i ceti popolari, legando al movimento operaio i loro settori più subalterni e sfruttati per plasmare un blocco politico di forze sociali capace di disarticolare il potere politico avversario» (2020: 175-176).

Riferimenti bibliografici

Carpi G (2020) Lenin. La formazione di un rivoluzionario (1870-1904). Bari: Stilo Editore.

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Questo articolo fa parte del numero 3, autunno 2021, della rivista Egemonia.

Nato a Rovigo nel 1996, vive a Padova, dove studia Scienze Filosofiche. Ha conseguito una laurea triennale in lingue (inglese e russo) presso l'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi in studi postcoloniali su Frantz Fanon e la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università degli Studi di Padova. Lavora come precario nel mondo della scuola.