Abbiamo concluso la seconda parte della nostra riflessione sul salario minimo accennando alla questione dei rapporti di forza che si possono costruire a partire da questa rivendicazione e degli scenari che essa aprirebbe per la lotta di classe in Italia. In questa terza e ultima parte, ci apprestiamo ad approfondire questi due punti, spostando il focus del nostro ragionamento sull’arena politica.


Nella parte precedente, abbiamo esaminato e confutato alcuni miti sul salario minimo (SM) originati dall’ideologia borghese, dominanti nel dibattito pubblico (aumento della disoccupazione, circolo vizioso con l’aumento dei prezzi ecc.) Per meglio definire i risvolti politici che la questione ha per la classe operaia, riteniamo che sia utile invece concentrarci su alcune posizioni della sinistra radicale e riformista. Per quanto, infatti, queste posizioni possano divergere dalla logica padronale, rimane la loro intrinseca incapacità di connettere la lotta immediata per i bisogni dei lavoratori con una strategia di presa del potere da parte della classe operaia e di superamento del capitalismo. Tenendo a mente questa prospettiva per noi imprescindibile, prenderemo in esame alcune argomentazioni di Marta e Simone Fana, così come la campagna di Potere al Popolo! “Almeno 10” perché, al momento, costituiscono le voci più affermate nel dibattito sul salario minimo a sinistra.

Secondo la sinistra riformista radicale, i motivi per cui una campagna sul SM sarebbe centrale in questo momento sono 1) l’importanza della questione salariale in Italia («La questione dei bassi salari in Italia è ormai al centro del dibattito pubblico. Ne parlano i giornali, le televisioni, i social network, la politica», Basta salari da fame, Marta e Simone Fana) e 2) il ruolo che tale misura potrebbe avere nel migliorare i rapporti di forza all’interno della società a favore della classe lavoratrice, nella misura in cui una minore ricattabilità a danno dei lavoratori aprirebbe lo spiraglio a nuove lotte offensive («[il salario minimo creerebbe] un pavimento che consentirebbe ai sindacati di aggredire spazi di potere da restituire ai lavoratori, riportando al centro della contrattazione il tema dell’organizzazione del lavoro», Ivi).

Il primo dubbio che sorge da questo inquadramento della questione è il seguente: se è vero che il salario minimo sposterebbe i rapporti di forza a favore della classe operaia, con quali rapporti di forza si dovrà conquistare il salario minimo? La questione è di centrale importanza, tanto più se si concorda, come fanno i fratelli Fana e Potere al Popolo, nel diagnosticare alla classe lavoratrice italiana i soliti annosi problemi di frammentazione, demolizione delle sue strutture di riferimento ad opera delle classi dominanti e incapacità di riconoscersi come corpo collettivo. Date queste premesse, la sinistra riformista radicale conclude che proprio la campagna per il SM potrebbe fungere da leva per costruire i rapporti di forza. Una soluzione che, a nostro parere, risulta poco soddisfacente. Il punto, infatti, sta proprio in come va concepito questo processo di costruzione di nuovi rapporti di forza; se, per noi, tali rapporti possono essere cambiati solo con una mobilitazione sul terreno della lotta di classe, per Pap!, si tratta chiaramente di un percorso perlopiù elettorale – come testimonia anche la recente nascita di Unione Popolare. Non a caso, nella proposta sul SM di Pap non troviamo alcuna traccia di una strategia per rivolgersi alle organizzazioni del movimento operaio, né per sfidarle sul tema, né per costruire un percorso di lotta comune. Il metodo finora utilizzato sembra essere più quello delle petizioni popolari che quello dell’organizzazione politica della classe lavoratrice. Per queste ragioni, a nostro parere, la campagna di Pap sul salario minimo non è tanto una proposta di lotta, quanto una campagna politica mediatica, che non “esplode” fuori dal dibattito elettorale. 

La parola d’ordine del salario minimo, al momento, si sta rivelando efficace come strumento comunicativo, da spendere nei salotti televisivi, sui profili social e nelle pagine dei giornali nazionali, ma forse proprio per questo sta facendo fatica a diventare un catalizzatore di movimenti di contestazione dal basso. Questo risulta chiaro anche dalla logica compatibilista con cui viene elaborata la rivendicazione. 

Dobbiamo […] considerare la necessità di portare avanti una battaglia su una cifra che non appaia irrealistica. 10 euro lordi, circa l’83% del salario mediano, sono una cifra alta ma non irrealistica, e si colloca ad un livello che, secondo gli economisti che si sono occupati dell’argomento, non ha impatti negativi sulla dinamica occupazionale.

Cifra realistica per chi? viene da chiedersi. Chiaramente non per i lavoratori. Se l’obiettivo dev’essere quello di favorire la lotta di classe e le mobilitazioni di massa, le parole d’ordine devono essere articolate non secondo un realismo che finisce per essere inevitabilmente il realismo del re, ma secondo i bisogni delle lavoratrici e dei lavoratori. Che la cifra di 10 euro lordi soddisfi tali bisogni è tutto da vedere: la differenza con i 9 euro del M5S è, infatti, destinata a svanire completamente in un contesto in cui l’inflazione – già all’8% – continua a crescere senza dare segno di arresto nel prossimo futuro.

Scostandosi leggermente da Pap, i due autori di Basta salari da fame! inquadrano la loro proposta per un SM in stretta connessione con la corrente situazione della rappresentanza sindacale (di cui abbiamo parlato nella prima parte). Il loro auspicio è che un SM rilanci la contrattazione e, sempre attraverso il canale dell’azione sindacale, ricomponga il mondo del lavoro. Non si capisce, però, perché la battaglia per il salario minimo dovrebbe assumere priorità assoluta in questo contesto e trainare un processo di portata simile. Come si è visto nella seconda parte di questa riflessione e come anche la sinistra riformista radicale riconosce, il SM interessa direttamente solo una frazione di classe lavoratrice (quei settori di lavoratori dipendenti che hanno minimi contrattuali inferiori ai 10 euro orari). Ciò non significa che la questione salariale non rimanga centrale, ma se si vuole che il SM funga da leva per costruire una mobilitazione sul terreno della lotta, inquadrarlo in una campagna single issue (cioè non collegata ad un programma più ampio) non può bastare. Se si riconosce che il SM andrebbe nell’immediato a beneficio di una relativa minoranza di lavoratori e se si vuole, al contempo, coinvolgere in un percorso conflittuale vasti settori di classe, allora non ha senso lanciare il SM come parola d’ordine isolata.

Inoltre, è senza dubbio vero che, a differenza di Pap!, i fratelli Fana prendono come interlocutore il sindacato ma, al di là di questo vago richiamo alle organizzazioni del movimento operaio, la loro proposta si articola comunque in termini e metodi petizionisti, come dimostra la campagna “Up! Sotto dieci è sfruttamento” da loro appoggiata. Non solo questa sembra la copia degli “Almeno 10” di Pap!, ma le iniziative proposte sono forse ancora più lontane dalla lotta di classe dell’elettoralismo (si parla di banchetti informativi, presentazioni e coinvolgimento generico di persone). Insomma, anche qui la costruzione di nuovi rapporti di forza sembra essere del tutto ignorata in favore di una vaghissima “sensibilizzazione” del pubblico sul tema del SM.

In sintesi, l’impostazione petizionista delle campagne sul salario minimo le porta a collocarsi in un vuoto politico che difficilmente può essere colmato da un vago appello ai sindacati. Si ripresenta quindi il problema che avevamo già posto sopra: se il punto di partenza è la frammentazione della classe operaia, non resta che chiedersi cosa mettere al posto di questo vuoto. Si tratta di un problema che anche gli stessi riformisti riconoscono, ma che sono incapaci di risolvere. In un simile contesto di arretramento della classe lavoratrice, infatti, l’unica soluzione sembra essere quella di accettare le proposte calate dall’alto, ossia, nel nostro caso, dal governo o dall’UE, giusto per salvare il salvabile e avviare da lì un processo di ricostruzione. Tuttavia, sia Fana che PaP sono ben consapevoli dell’inganno celato dietro al disegno europeo o governativo del SM: i rischi principali sono di dare alle imprese e al governo uno strumento per controllare la dinamica salariale, di fornire la giustificazione per nuovi tagli compensativi sia al salario indiretto e differito, sia al cuneo fiscale. Del resto, negli ambienti di sinistra riformista radicale si osserva spesso – e giustamente – come il governo sia sempre disponibile ad assecondare gli interessi di grandi imprese e associazioni datoriali.

Tuttavia, anche dopo aver svelato l’inganno, manca nelle riflessioni di questi settori della sinistra quel tassello fondamentale che colleghi il giusto rifiuto delle proposte governative/UE alle attuali (in)capacità di mobilitazione della classe operaia. Su quale terreno favorire un processo del genere non può essere deciso a tavolino, come sembrano fare i sostenitori del SM come priorità assoluta.

La rivendicazione per il SM vada inserita in un programma di lotta più ampio che, al momento, deve coinvolgere il problema dell’inflazione in tutta la sua ampiezza. Un simile programma sicuramente non potrà emergere spontaneamente da una campagna di sensibilizzazione o a tema singolo, ma può emergere nel lavoro quotidiano di discussione, organizzazione e convergenza di settori di lavoratori e delle loro lotte – un processo che ha il bisogno di chiarirsi, consolidarsi e dotarsi di una direzione politica unica in un’organizzazione partitica della nostra classe. Una mobilitazione contro il carovita trarrebbe forza da processi già in atto – si veda lo sciopero dei trasporti in Inghilterra, il più grande degli ultimi 30 anni  – e andrebbe a coinvolgere ampi strati della classe lavoratrice, mettendo assieme, per forza di cose, una varietà di questioni cruciali e interdipendenti (problema salariale, crisi energetica, posizioni sulla guerra ecc.) Sarà l’attuale situazione oggettiva a porre inevitabilmente il problema dell’inflazione, un problema che, per l’appunto, non coinvolge solo i lavoratori più sfruttati che beneficerebbero dal salario minimo, ma anche i settori di classe più “tutelati”; del resto, anche questi vedranno il proprio potere d’acquisto ridimensionato dalla corrente spirale inflazionistica. I lavoratori dei trasporti inglesi sicuramente non rientrano tra i working poor, eppure hanno dato prova di saper dirigere un fronte ampio di opposizione al carovita, una dinamica che non può essere ignorata e che potrebbe prefigurare anche situazioni simili in Italia. 

All’interno del limitato quadro politico che presentano gli esponenti della sinistra riformista radicale, il tema del SM, fungendo da presupposto per lo sviluppo di lotte su altri terreni (ricordiamo: «Un pavimento che consentirebbe ai sindacati di aggredire spazi di potere da restituire ai lavoratori, riportando al centro della contrattazione il tema dell’organizzazione del lavoro», Basta salari da fame!), rischia di far finire in secondo piano lotte che hanno maggiore possibilità di svilupparsi spontaneamente, o che sono già in atto per obiettivi più radicali. Si ricade così in una logica del “primo passo” che, invece di innescare il conflitto, ne rimuove del tutto il bisogno. La storia del movimento operaio ha, infatti, dimostrato che le riforme – lungi dal favorire un incremento lineare dei rapporti di forza fino all’abbattimento del capitalismo – hanno contribuito a consolidare le burocrazie operaie, nonché l’ideologia passivizzante secondo cui il gioco democratico e i meccanismi di mercato possono bastare per risolvere i problemi della classe operaia, mentre la borghesia mantiene tutti gli strumenti per contrattaccare. Non è un caso se l’elemento che mancante in queste riflessioni è molto spesso proprio il riferimento al ruolo delle odierne burocrazie sindacali; i fratelli Fana riconoscono l’esitazione dei confederali di fronte alle proposte di SM – esitazione che in alcune occasioni si è tramutata in aperto rifiuto – ma non si interrogano sul perché di tale esitazione, né contemplano la possibilità che le burocrazie sindacali possano essere più interessate a difendere il proprio ruolo che i lavoratori. Si tratta i massimi burocrati sindacali come generici “compagni” provenienti dalle stesse radici politico-culturali del PCI o del PSI, senza considerare in prima battuta quale meccanismo di potere li porta a essere segretari generali di categoria o confederali, quale posizione sociale concreta occupano, che li preme ad adottare certe posizioni. 

Si pensi poi ai paesi che già hanno il salario minimo: senza dubbio, non si tratta di luoghi dove la classe operaia mostra eccezionali livelli di autonomia, men che meno di conflittualità. Questo non solo contraddice l’assunto per cui a maggior benessere seguirebbe maggiore emancipazione, ma dimostra anche che finora il salario minimo non ha quasi mai innescato la cascata di riforme in cui spera la sinistra riformista radicale. Semmai, una tale misura calata dall’alto ha favorito il riassorbimento di istanze sociali importanti all’interno dei piani di ristrutturazione post-pandemica guidati dalle classi dominanti. Si pensi alla Germania, dove la socialdemocrazia labour friendly si prepara al riarmo su grande scala, oppure alla Spagna, dove il governo di centro-sinistra con Podemos ha aumentato il salario minimo (con una riforma del lavoro non così tanto in rottura da quella precedente della destra del PP), al prezzo però di perpetuare il governo a guida PSOE, autore di politiche repressive contro gli immigrati e attualmente coinvolto nelle politiche militariste UE nel contesto della guerra in Ucraina. Non è un caso se le timide concessioni ai lavoratori portate avanti da tale compagine governativa, lungi dal condurre a un’avanzata della lotta di classe, stanno invece facendo il paio con l’impennata dei consensi all’estrema destra di VOX  e la crisi della stessa Podemos.

Conclusioni

Come abbiamo già dichiarato nella seconda parte di questa riflessione, non siamo contro l’introduzione di un salario minimo intercategoriale, né, più in generale, siamo contro le lotte per ottenere obiettivi parziali. Riteniamo, però, che questi obiettivi parziali possano essere conseguiti solo se inseriti all’interno di un programma anticapitalista della classe lavoratrice e che, quindi, richiedano il lavoro di organizzazione e direzione di un partito, che supera i limiti delle forme e degli obiettivi dei movimenti di settore e dei sindacati. In questo senso, non c’è da formulare un “programma minimo”, “fattibile” a un programma “massimo”, bensì un programma complessivo dove ciò che conta più di tutto è lo sviluppo della lotta, dell’organizzazione, della coscienza politica della classe lavoratrice.

La differenza sta nel metodo e nella prospettiva strategica. Se Pap dice che bisogna elaborare una proposta di salario minimo “realistica”, che non aumenti eccessivamente il costo del lavoro e che non causi disoccupazione, noi pretendiamo, invece, che il salario minimo sia tarato sui bisogni di sussistenza dei lavoratori, cioè sul loro paniere familiare di base. Contro il dilagare della disoccupazione (che c’è ora, anche senza SM) rivendichiamo che venga ridotto l’orario di lavoro a parità di salario. È chiaro, infatti, che la rivendicazione per il salario minimo qui e ora perde di efficacia se non è affiancata da una lotta contro il caro vita, contro la guerra in Ucraina e l’escalation militarista e, non da ultimo, sull’orario di lavoro. In una fase in cui i mezzi tecnologici e l’emergenza pandemica hanno permesso una dilatazione del tempo di lavoro potenzialmente illimitata, la lotta sul tempo di lavoro è più attuale che mai, oltre a essere corollario necessario della lotta per il salario. A poco, infatti, serve un salario minimo legale se poi le imprese possono estendere il tempo di lavoro a piacimento. 

Proporre un salario minimo in base ai bisogni di consumo stimolerebbe la formazione di commissioni di lavoratori che stabiliscono quali e quanti sono questi bisogni, senza lasciare questi calcoli a burocrati asserviti ai capitalisti. In questo modo, la classe lavoratrice si imporrebbe come forza autonoma e indipendente, invece di elemosinare sempre da governo e imprese. In Argentina, un progetto simile è già stato avviato, con i rapporti dell’Associazione Lavoratori dello Stato – Istituto Nazionale di Statistica e Censo (ATE INDEC) che calcolano periodicamente a quanto dovrebbe ammontare il salario minimo in base al paniere di consumi. Come si può notare, alla fine di marzo, il salario minimo era aumentato del 310%, mentre il costo dei consumi per una famiglia con due figli era aumentato del 538%. Si tratta di un approccio nettamente diverso rispetto a quello utilizzato da Pap, che calcola la cifra del salario minimo sull’80% del salario mediano, ovvero tenendo come presupposto la situazione salariale disastrosa in Italia. Il rapporto ATE INDEC, inoltre, è frutto dello sforzo di radicamento nel movimento operaio e di costruzione del partito che i compagni del PTS, l’organizzazione sorella della FIR, stanno facendo da tempo, a riprova del fatto che sono i movimenti sociali concreti e gli interessi delle classi a infondere vita ai programmi politici della sinistra, se vuole essere una sinistra rivoluzionaria. 

 

Marco Duò

 

Nato a Rovigo nel 1996, vive a Padova, dove studia Scienze Filosofiche. Ha conseguito una laurea triennale in lingue (inglese e russo) presso l'Università Ca' Foscari di Venezia con una tesi in studi postcoloniali su Frantz Fanon e la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università degli Studi di Padova. Lavora come precario nel mondo della scuola.