Nel seguente articolo riportiamo una versione ridotta del documento sulla situazione mondiale approvato nella XI Conferenza della FT-QI.


L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, le crescenti tendenze nazionaliste dei paesi centrali –Brexit, partiti xenofobi euroscettici, “sovranisti”- mostrano l’esaurimento del consenso globalizzato neoliberale, che divenne egemonico tra i processi di restaurazione capitalista in Russia e in Cina. Negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno esercitato la loro leadership attraverso organismi multilaterali come la OMC che hanno garantito al capitale nordamericano i massimi benefici possibili ma hanno permesso, non senza dispute e crisi, che di tali benefici potessero godere anche i loro alleati e competitori, come la Germania, il Giappone e più tardi la Cina. Nel 2008, con la Grande Recessione, quest’ordine (neo)liberale è entrato in crisi portando ad una profonda polarizzazione sociale e politica.

Independentemente dalle contradizioni che affronta nell’applicare il proprio programma nazionalista, è già un fatto che Trump abbia cambiato l’agenda internazionale ponendo al centro la disputa tra “Stati nazione” a detrimento delle tendenze globalizzatrici. Ciò non conduce ad un ripiegamento all’interno delle proprie frontiere quanto piuttosto il contrario, ovvero il perseguimento ancor più aggressivo dell'”interesse nazionale” copromettendo tutto il resto.

Nell’ultimo anno, di fatto, queste tendenze nazionaliste si sono rafforzate e sono quelle che dettano il clima della situazione internazionale, caratterizzata da tensioni economiche e instabilità geopolitica, pur nel mantenimento della struttura globalizzata dell’economia e di un commercio mondiale che ha continuato a svilupparsi. L’ imposizione da parte del governo di Trump di dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle dell’alluminio, sebbene facciano eccezione Messico e Canada, con i quali sta rinegoziando il NAFTA, pone in essere un precedente rischioso che potrebbe trasformare una disputa commerciale in un problema di “sicurezza nazionale”. Questa misura protezionista, a differenza di altri provvedimenti minori presi da Trump nel primo anno del suo governo, sta ravvivando i timori dell’inizio di un’escalation che potrebbe condurre ad una guerra di tariffe se coloro che sono stati colpiti da queste manovre rispondessero con misure punitive nei confronti delle esportazioni nordamericane, soprattutto se Trump utilizzerà le tariffe come metodo aggressivo di negoziazione.

Si apre un nuovo scenario di profonde rivalità, di minacce di guerre commerciali, di crescita di conflitti regionali nei quali sarà possibile il coinvolgimento di grandi potenze.

Contraddizioni e instabilità nella economia mondiale

Nell’economia mondiale si verificano due tendenze apparentemente contraddittorie. Da un lato la crescita nel 2017 è stata maggiore rispetto a quella degli anni post crisi 2008/9 e si osserva una crescita sincronizzata in USA, Cina, Giappone e Europa – anche se solo gli ultimi due sono cresciuti al di sopra della media in questo stesso periodo. Dall’altro proprio la crescita esuberante delle borse e l’attivo registrato nelle attività finanziarie, che negli USA, in Giappone e in Cina –come in vari paesi latinoamericani- nel 2017 e all’inizio di quest’anno hanno raggiunto il massimo dell’ultima decade, sono all’origine della caduta di Wall Street dello scorso febbraio che, nonostante sia stata di breve durata (solo pochi giorni) è stata particolarmente intensa; anche se arginata, in seguito a questa caduta, si è instaurata negli USA una situazione di instabilità – con conseguenze imprevedibili – che si ripercuote su tutte le borse e i mercati finanziari del mondo.

La differenza di velocità nella crescita -molto lenta- dell’economia e degli attivi dei mercati finanziari –molto veloce- accresce il divario tra il prezzo di tali attivi e i guadagni reali delle corporations che li sostengono. Il prezzo delle azioni tende a svincolarsi sempre più dai guadagni reali generati dalle imprese. Questa relazione che già nel 2016 negli Stati Uniti era di 1 a 27, nel 2017 e sotto il governo Trump è arrivata a 31, maggiore di quella registrata nel 2007 poco prima dell’inizio della crisi. Questa separazione è l’espressione della scarsità di fonti disponibili per un nuovo investimento profittevole del capitale; è la base di una instabilità strutturale e l’essenza della tesi borghese della “stagnazione secolare”.

L’origine dell’instabilità finanziaria è associata al timore che la Federal Reserve statunitense, sotto l’amministrazione Trump, possa prorogare l’aumento del tasso d’interesse a breve termine oltre i tre rialzi programmati per quest’anno. In questo caso i debiti delle aziende e il debito pubblico, cresciuti significativamente durante gli ultimi anni, porterebbero al fallimento circa il 14% delle imprese statunitensi. Per di più, se i già pianificati incrementi delle tasse avranno indubbi effetti negativi sull’economia semicoloniale e su quella latinoamericana in particolare, perché più indebitata e dipendente dai mercati finanziari –come nei casi di Brasile e Argentina-, aumenti significativamente maggiori di quelli previsti potranno generare effetti potenzialmente catastrofici che a loro volta avrebbero un impatto negativo sui prezzi delle materie prime che in questo momento costituiscono un fattore di relativa stabilità per molti paesi latinoamericani.

La possibilità di un aumento dell’inflazione è materia di discussione ma c’è chi sostiene che, se la causa ultima della deflazione degli ultimi anni è associata al ruolo della Cina e alla sua tendenza alla sovrapproduzione di merci, allora i nuovi piani interni della burocrazia di Pechino così come le tendenze ad un maggior protezionismo potrebbero rigenerare pressioni inflazionistiche. In un contesto tale, una combinazione futura di aumento dell’inflazione, deficit crescenti, aumento dei tassi d’interesse non è da scartare.

In termini più generali i limiti delle politiche di stimolo monetario nei paesi egemoni sono in gran parte il risultato di un dilemma derivante dall’impossibilità della Cina- motore fondamentale che, insieme al denaro a basso costo, ha garantito la crescita anche se debole durante il periodo post Lehman Brothers- di un ulteriore crescita al pari di quella avuta fino ad adesso. Questo problema si è presentato intorno al 2014 ed è in gran parte il fondamento delle crescenti tendenze nazionaliste in Cina, negli USA ed anche nell’Unione Europea e in Russia come in altri paesi e si esprieme con crescenti tensioni geopolitiche e elementi di guerra commerciale.

In definitiva la crescita economica mondiale non consente di ritornare ai valori precedenti la crisi e le contraddizioni che hanno determinato le debolezze di questi ultimi 10 anni non si sono sciolte. Il “risanamento” in corso è modesto e non riesce a ricomporre le conseguenze profonde, economiche, sociali e politiche, prodotte dalla Grande Recessione del 2008/9. Di fatto ciò che preoccupa le grandi aziende e le organizzazioni come la OCDE, il FMI o la Banca Mondiale sono tanto i pronostici di una diminuzione della crescita nei paesi egemoni, così come le conseguenze politiche derivate dalla debolezza economica. Inoltre il rischio di una intensificazione delle dispute commerciali, di nazionalismi e fattori extraeconomici, come una generalizzata crisi geopolitica o fenomeni politici incontrollabili, contribuiscono alla destabilizzazione economica.

Risposte alla crisi organica, neoliberalismo senile e lotta di classe

Dal punto di vista teorico, possiamo definire la situazione post crisi del 2008 come fase di sviluppo delle tendenze in risposta alla “crisi organica” in vari paesi.

Adoperando le categorie “classiche” fornite dal marxismo rivoluzionario analizziamo quella di “crisi organica”, come definita da A. Gramsci, per dare spiegazione alle situazioni intermedie (tra una non rivoluzionaria e una pre-rivoluzionaria o direttamente rivoluzionaria) che hanno preso forma dalle conseguenze politiche e sociali della crisi del 2008, nella quale si sviluppano elementi di crisi dell’egemonia borghese indipendentemente da una generalizzazione della lotta di classe e la radicalizzazione politica delle masse (anche se ci sono stati processi importanti come la Primavera araba). Queste situazioni sono in gran parte il prodotto dell’intervento statale col quale la borghesia ha evitato una catastrofe come quella del 1930 prolungando la crisi per vari anni rendendola “strisciante”.

Gli elementi della crisi organica si manifestano nella crisi dei partiti borghesi tradizionali (dell’“estremo centro”) visti come agenti degli adeguamenti e attacchi neoliberisti.

Sorgono su questa base nuovi fenomeni politici “populisti” sia da destra (partiti xenofobi europei) che da sinistra: le correnti neoriformiste come Podemos, Syriza, Momentum nel Partito Laburista, DSA negli Stati Uniti, in France Insoumise di Mélenchon, nel Frente Amplio in Chile, eccetera. L’ultimo esempio di questa crisi sono le elezioni italiane, dove i partiti più votati sono stati la Lega Nord (che si è presentata semplicemente come “Lega”) e il Movimento 5 Stelle.

Ciò non vuol dire che non si verifichino tentativi borghesi di superare questa situazione da destra (Macron o Ciudadanos potrebbero essere un esempio) o attacchi capitalisti come le riforme del lavoro o delle pensioni, che entrano in contraddizione con la generale debolezza dei governi che tentano di portarli avanti, i quali stanno già incontrando resistenze. Anche quando queste riforme passano (come la riforma del lavoro in Brasil) si tratta di un neoliberismo senile, non egemonico, che tende ad approfondire la polarizzazione sociale e politica, cosa che potrà eventualmente creare condizioni più favorevoli per lo sviluppo di processi di lotta di classe acuta e di radicalizzazione politica.

Trump: un governo bonapartista debole con forti contraddizioni

Il bilancio del primo anno di governo di Trump presenta aspetti contrastanti. Non è riuscito ad applicare la parte più ambiziosa dela sua agenda né per quanto riguarda la politica interna né per quella estera, ma tantomeno è stato neutralizzato. Per quanto riguarda il primo punto, per esempio, le misure protezioniste implementate durante il primo anno di governo risultano parziali e rispondono più alle esigenze di lobbies di industrie locali che ad una strategia d’insieme, il secondo punto invece, come detto, si realizza nell’imposizione delle tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio. La situazione politica assume un carattere del tutto volatile. La risposta a queste tendenze contraddittorie, che sorgono dalla divisione nella classe dominante dei suoi stessi partiti, è stata incrementare i tratti bonapartisti del governo.

Le divisioni nella Casa Bianca e nell’establishment politico esprimono le dispute interne della classe dominante e della burocrazia statale e anche la polarizzazione della società, tra le quali Trump cerca di fare da arbitro appoggiandosi all’ala militare dell’amministrazione, ma anche tramite una politica imprevedibile e pragmatica. Il licenziamento di Rex Tillerson e il suo rimpiazzo con Mike Pompeo rafforza il settore interamente alleato del presidente. Queste oscillazioni segnalano che è tuttora un governo bonapartista debole, con una base sociale ridotta e un presidente molto impopolare, il che lo rende relativamente instabile.

La preparazione strategica degli Stati Uniti ad un “conflitto tra potenze”

La contestazione di Trump delle istituzioni internazionali come la NATO, il disprezzo degli accordi multilaterali, come quelli firmati da Stati Uniti, Europa e Iran e, più in generale, la subordinazione della diplomazia all’obiettivo della riduzione degli squilibri commerciali sta compromettendo la relazione degli Stati Uniti con i suoi alleati occidentali, in particolare con l’UE.

D’altra parte ci sono due processi strutturali che in ultima istanza stanno facendo crollare la stabilità dell’ordine creatosi dopo la fine della guerra e in seguito alla guerra fredda e in certa misura chiariscono l’ascesa di Tump: uno è il declino dell’egemonia nordamericana, l’altro l’emergere della Cina in qualità di “competitore strategico” degli Stati Uniti, ma anche, in misura minore e con maggiori contraddizioni, l’attività di altre potenze come la Russia.

In linea generale, Trump esprime la volontà di una parte della classe dominante e dell’apparato statale che auspica l’inversione di queste coordinate mediante un programma nazionalista reazionario e una forte concentrazione del potere militare, il tutto sintetizzato nello slogan “America First”. La nuova strategia di sicurezza e difesa nazionale definisce come prioritario il conflitto tra potenze, riposizionando in secondo piano la guerra contro il terrorismo. Secondo i documenti elaborati dall’ala militare del governo, la principale minaccia per la sicurezza nazionale sono Cina e Russia, seguite da Corea del Nord e Iran e per ultimo il terrorismo islamico.

La chiave di questa strategia è rendere più forte e letale il potere militare degli Stati Uniti per aumentare la propria capacità dissuasiva. In concreto significa un aumento considerevole della spesa militare per modernizzare l’arsenale convenzionale e soprattutto per ampliare l’arsenale nucleare.

Porre come “stella polare”, obiettivo primario, la preparazione di un conflitto interstatale maggiore, dopo decadi in cui si è condotta una guerra asimmetrica contro attori che per lo più non erano “Stati”, è senza dubbio la svolta più significativa della presidenza Trump.

Questa sterzata strategica degli USA non capita nel vuoto; a ben vedere è una risposta non diretta, un riflesso alle risoluzioni del 19esimo Congresso del Partito Comunista Cinese dello scorso ottobre, nel quale il presidente Xi Jinping ha annunciato l’apertura di una “nuova era” che dovrà culminare con la trasformazione della Cina in una superpotenza mondiale entro il 2050, sotto la leadership del éCC che dovrà effettuare con pugno di ferro le riforme economiche.

In sintesi oggi la Cina non è in grado di contendere la leadership mondiale con gli Stati Uniti che continuerà ad essere la principale potenza imperialista per i prossimi anni. Il PIL pro capite della Cina è ancora inferiore -la settima parte di quello statunitense-, dietro ancora alla Russia e quasi allo stesso livello del Messico. Ed anche sul piano militare, sebbene stia modernizzando le proprie Forze Armate, la disparità continua ad essere schiacciante, lo stesso in campo tecnologico. Né in Cina né in Russia, per la particoòarità della restaurazione, si è consolidata una classe capitalista, per cui lo Stato ha un ruolo primario. Ma, a volte, la Cina sembra abbastanza grande, autosufficiente e ben finanziata per fronteggiare le pressioni economiche degli Stati Uniti, o di gruppi di potenze imperialiste. La duplice difficoltà della Cina, di dover liberarsi dal giogo che impone il dominio imperialista a livello mondiale e nel contempo da quello statunitense che colpì lo stato cinese con una brutale oppressione imperialista dalla metà del XIX secolo fino la metà del XX, è ciò che rende ragione delle tensioni della situazione attuale nella relazione di co-dipendenza USA/Cina del ciclo neoliberale/globalizzatore che sta concludendosi.

Il dato obiettivo è che il divario economico tra le due potenze si è ridotto. Nel 2000, gli USA costituivano il 31% dell’economia globale, la Cina il 4%. Oggi la proporzione è di 24 a 15. È su tale base che i settori protezionisti e i falchi del Pentagono esagerano le minacce tecnologiche assicurando che in alcuni anni la Cina raggiungerà gli USA, così da giustificare con argomenti difensivi una politica più offensiva come, ad esempio, esigere l’apertura del settore finanziario, o che il governo cinese ritiri la clausola che impone alle imprese nordamericane di formare joint ventures (società miste) e “condividere” la tecnologia per aumentare il proprio mercato. Questa linea dura si giustifica con lo sfacelo delle politiche amichevoli di addomesticare la burocrazia del PCCh, oltre che con la vana speranza che il mercato e l’ingresso della OMC faranno da traino per una democrazia borghese pro-imperialista e ad un mercato interno senza restrizioni per il capitale straniero. Ciò mostra che non c’è nessuna possibilità di una “via pacifica” allo sviluppo imperialista della Cina.

L’ipotesi a lungo termine di un conflitto tra potenze imposto come priorità ha messo in marcia una sorta di nuova corsa agli armamenti che coinvolge non solo USA, Cina e Russia, ma anche il Giappone e le principali potenze dell’UE.

Non bisogna fare l’errore di confondere il posizionameto strategico con la politica immediata. Oggi non è pianificata una guerra tra potenze, ma il solo fatto che appaia come prospettiva nientedimeno che nella politica statale degli Stati Uniti, influisce sugli eventi attuali e rende più probabile l’escalation di conflitti locali lì dove già competono diverse potenze, come la guerra civile in Siria e la crisi con la Corea del Nord -un conflitto con profonde contraddizioni e di difficile risoluzione.

Su un altro livello si incontra il mutamento nella strategia politica nordamericana verso il Medio Oriente. La guerra civile in Siria si è intensificata. È sorvolata da aerei da guerra di almeno una mezza dozzina di paesi, tra i quali Stati Uniti, Russia, Turchia e Israele. Sul campo si affrontano fazioni armate da potenze rivali. La decisione di Trump di trasformare la milizia curda in una sorta di forza di frontiera permanente ha fatto in modo che la Tuchia, membro della NATO, acuisse il conflitto aprendo un nuovo fronte di battaglia in Afrin.

Il sollevamento democratico contro Assad, che fu parte dei processi della primavera araba, è stato affogato nel sangue di una guerra civile completamente reazionaria, creando una situazione catastrofica. Millioni di sfollati che finiscono nei campi di concentramento o a morire nel Mediterraneo, come quelli che non sono riusciti a fuggire dai bombardamenti del regime e delle diverse fazioni in lotta. Un settore della sinistra, che sostiene che vi sia in corso una “rivoluzione democratica” contro il regime dittatoriale di Assad, appoggia il “campo ribelle” independentemente deal suo carattere di classe e dalla sua strategia. Noi abbiamo una posizione di principio: ripudiamo il regime dittatoriale di Assad, ci opponiamo a tutte le ingerenze imperialiste e delle potenze straniere come la Russia e appoggiamo il diritto democratico all’autodeterminazione nazionale del popolo curdo, ma non la sua direzione politica nazionalista, la cui strategia ha portato a sostenere un’alleanza con gli Stati Uniti e un accordo tacito con il regime di Assad.

L’altro punto caldo in quell’ area è l’Iran, dove la politica di Trump di rafforzare la sua alleanza con l’Arabia Saudita e Israele contro il regime degli ayatollah e rompere l’accordo nucleare sta esacerbando il conflitto intra-islamico tra sciiti e sunniti, che si esprime con guerre civili come quelle in Yemen e Siria. Gli USA auspicano un “cambio di regime” generato dalle contraddizioni della società stessa e dal regime iraniano. Senza dubbio, il processo sociale in Iran è più profondo, come si può vedere nei settori sociali coinvolti, e difficilmente può essere ricondotto a un tipo di “colorita rivoluzione” come quelle fomentate dagli Stati Uniti in Ucraina e in altri paesi.

La crisi del progetto imperialista dell’Unione Europea

La relazione tra Stati Uniti e Unione Europea è al suo punto più basso ed è quasi di rottura con la Germania. Questa ostilità manifesta unisce il motore franco-tedesco e allenta la ricerca di politiche indipendenti, come la proposta di costruzione di una forza di difesa europea. Ma esistono anche tendenze centrifughe di gruppi di membri di diverso grado gerarchico dell’UE in cui i partiti nazionalisti di destra stanno al potere e si identificano chiaramente con la Brexit e il discorso nazionalista di Trump. È il caso della Polonia, Ungheria o Repubblica Ceca. La tendenza contrastante è stata l’espressione, da sinistra, del processo indipendentista catalano.

La novità maggiore è che la crisi è giunta in Germania, il bastione della stabilità e del conservatorismo, potenza reggente dell’UE. L’“era Merkel” sta giungendo alla fine. Nelle elezioni di settembre i due grandi partiti hanno sofferto una sconfitta ed è invece emersa Alternativa per la Germania (AfD), un partito di estrema destra che per la prima volta ha avuto accesso al parlamento. Anche se la Merkel è riuscita a formare un governo di coalizione con l’SPD, è un governo debole, sorto dopo mesi di negoziazioni pagate a caro prezzo.

Degradazione del populismo e destre non egemoniche in America Latina

In America Latina si è concluso il ciclo dei governi populisti. C’è stato un ricambio di governi di destra nella maggior parte dei paesi, ma questa è una destra non radicata, che non ha un progetto egemonico come nel neoliberalismo degli anni ’90, e deve aver a che fare con relazioni di forza ereditate dalla situazione precedente che non è riuscta ad invertire; ciò rende più difficile far approvare gli attacchi neoliberali e le controriforme, che sono il nucleo del loro programma economico, le quali passano ma ad un prezzo elevato. Queste condizioni, accanto alle cattive prospettive economiche, rendono difficile la stabilizzazione politica dei governo di destra e aprono la prospettiva di brusche svolte e cambiamenti della situazione politica, come sta succedendo in Argentina a partire dalle mobilitazioni del 14 e del 18 dicembre contro la riforma delle pensioni.

La politica di Trump è quella di recuperare influenza e interessi economici nel vecchio cortile di casa statunitense, che ora deve contendere alla Cina.

In Brasile, la crisi politica e la polarizzazione si manifestano apertamente, anche se non c’è un candidato papabile della borghesia per le prossime elezioni presidenziali. Il golpe istituzionale contro Dilma oggi ha continuità nell’azione bonapartista del potere giuridico e nell’operazione Lava Jato, con la quale Lula, il canditato più votato se si presentase alle elezioni, è stato condannato e potrebbe andare in prigione. Dopo l’assassinio di Marielle Franco, consigliera del PSOL a Rio de Janeiro, di cui il regime golpista è responsabile al di là degli autori materiali della sua morte (narcos e polizia), potrebbe esserci una svolta.

La crisi in Venezuela la più grave del continente. La destra proimperialista cerca di capitalizare, anche se senza esito, la decadenza del chavismo, utilizzando la doppia pressione dei governi di destra della regione e dell’ingerenza degli USA e dell’UE. Il governo Maduro ha perso la base popolare e come tutti i governi bonapartisti si appoggia alle forze armate per mantenersi al potere, aumentando il controllo sociale sui settori popolari e la repressione per evitare sollevazioni come quello del Carcazo catalizzate dalla catastrofe economica e sociale.

Le Forze Armate sono diventate le custodi del potere trasformandosi nell’arbitro della possibilità di qualsiasi uscita borghese dalla crisi. Mentre le correnti del populismo latinoamericano continuano ad assolvere il chiavismo dalle responsabilità di questa catastrofe nazionale e gustificano i propri mezzi repressivi, anche quando sono diretti contro i lavoratori e e poveri affamati, settori della sinistra, come la UIT e la LIT, si oppongono al bonapartismo di Maduro ma da una posizione democratica liberale, senza porre la lotta all’imperialismo e alla destra agenti diretti degli imprenditori e dei borghesi. La situazione in Venezuela mostra la debacle del nazionalismo borghese. Il regime chavista ha mantenuto la struttura rentier del paese, non ha mutato le relazioni sociali fondamentali, nonostante abbia portato avanti la nazionalizzazione delle imprese (con indennizzi), non ha chiuso con la dipendenza nazionale dal capitale imperialista. Anche oggi, nel mezzo di un disastro economico senza precedenti, il governo Maduro continua a pagare il debito estero e applica misure antipopolari, mentre la cricca che detiene il potere dello Stato e la borghesia mantengonoi propri benefici. La nostra corrente afferma la necessità di una insurrezione operaia indipendente contro il bonapartismo di Maduro e contro l’imperialismo e i suoi agenti.

Lotta di classe e prospettive politiche della FT

Nellìultimo periodo si stanno sviluppando nuove tendenze di lotta di classe che potrebbero annunciare processi più profondi della classe lavoratrice, influenzati dall’irruzione di grandimovimenti progressisti (anche se interclassisti), in particolare dall’imponente movimento delle donne, che ha rivitalizzato la data dell’8 marzo, e i nuovi fenomeni politici tra i giovani.

Il più avanzato è stato il processo in Catalogna, nonostante il ruolo catastrofico della sua direzione borghese alla quale si adattarono le correnti indipendentiste radicali piccolo-borghesi come la CUP. La Corrente Rivoluzionaria di Lavoratrici e Lavoratori (CRT) dello Stato Spagnolo, parte della FT-CI, è intervenuta impostando chiaramente una posizione rivoluzionaria: una Catalogna operaia e socialista che fosse un punto di riferimento per lo sviluppo della lotta anticapitalista e antimonarchica in tutto lo Stato spagnolo.

In Argentina le giornate del 14 e del 18 dicembre hanno cambiato le relazioni di forza, e concretamente hanno fatto retrocedere il piano di attacco più ambizioso del governo di Macri, che pretendeva l’approvazione di una riforma del lavoro che attaccava importanti conquiste del movimento. Questa situazione politica più generale crea migliori condizioni per la lotta parziale contro i licenziamenti che si stanno verificando in particolari settori statali come del privato, nei confronti dei quali la strategia del PTS è coordinare le lotte e legarle a quelle dei movimenti di massa più progressivi come quello delle donne.

In Francia il governo di Macron ha laciato un attacco contro i ferrovieri che vuole trasformare in un conflitto “esemplare” per far passare la sua agenda neoliberale. Il “piano di guerra” è avanzare con l’apertura della competenza, liquidare conquiste consolidate e chiudere rami non redditizi. I sindacati già stanno preparando la resistenza, c’è il potenziale per far diventare questo conflitto molto ampio e intenso. Ad un altro livello, lo sciopero di Onet, in cui sono protagonisti i settori precari della classe operaia, si è trasformato in un conflitto di grande visibilità conclusosi con una vittoria; ha dimostrato come una politica e una strategia giusta permettono la politizzazione dei settori più oppressi della classe operaia. Il ruolo della Courant Communiste Révolutionnaire (CCR) è stato un fattore di notevole importanza al fine del raggiungimento di questo risultato.

Sono una novità anche gli scioperi della IG Metall ai quali hanno partecipato centinaia di migliaia di lavoratori, paralizzando le automotrici. Questi scioperi hanno dato visibilità a temi quali la riduzione della giornata lavorativa, anche se in chiave riformista. Nonostante la direzione burocratica che ha portato ad un risultato misto, è probabile che questa azione sia stata il risultato dell’azione unitaria della classe operaia che ha un ampissimo settore di precari in particolare tra i giovani. Negli Stati Uniti lo sciopero dei docenti del West Virginia ha sconfitto la legge anti-sciopero in uno stato dove Trump ha raggiunto il 68% dei voti.

Il movimento delle donne continua ad essere il principale fenomeno di portata internazionale, nel quale confluisce anche la gioventù. Anche se presenta un carattere progressivo, nel complesso è un movimento interclassista, nel quale la nostra strategia è intervenire per costruire una frazione femminista socialista in lotta politica e ideologica contro il femminismo liberale e il “femminismo radicale.”

Le tendenze che abbiamo osservato in questo documento: tensioni economiche maggiori, polarizzazioni politiche, crisi dei partiti borghesi, mettono in chiaro la prospettiva di situazioni in evoluzione, e di svolte brusche in cui possono emergere processi più acuti di lotta di classe, radicalizzazione politica e nascita di fenomeni politici progressivi (tendenze “centriste” progressive, etc.). Soprattutto nei paesi in cui si combinano il peso del movimento operaio con le tradizioni politiche di sinistra, come ad esempio l’Argentina o la Francia, si creeranno le condizioni migliori per la costruzione di partiti operai rivoluzionari.

Frazione Trotkista – Quarta Internazionale