Domenica 7 luglio si sono tenute le elezioni politiche in Grecia. Syriza perde ma è il primo partito a sinistra. Sale al governo la destra di Nea Demokratia.


La scorsa domenica 7 luglio quasi 10 milioni di elettori in Grecia sono stati chiamati a votare per elezioni legislative con qualche mese d’anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura, a seguito del risultato negativo del partito di governo Syriza, guidato da Alexis Tsipras, alle elezioni europee dello scorso maggio: Syriza non aveva raggiunto nemmeno il 24% dei voti, confermando di non avere dietro di sé neanche lontanamente la maggioranza dei greci. A questa erosione di consenso di Syriza si è aggiunta la crisi istituzionale seguita alla polemica sul riconoscimento formale della Macedonia (ai tempi, repubblica interna alla Yugoslavia, nota dopo la separazione col nome di “Antica Repubblica Yugoslavia di Macedonia” in sigla inglese FYROM) come “Repubblica della Macedonia del nord”, che ha risolto il problema dei suoi rapporti con la Grecia e gli organi internazionali – ora la Macedonia può essere membro NATO e UE senza problemi giuridico-istituzionali particolari; il prezzo di questo accordo però, per Syriza e Tsipras, è stato quello dell’uscita del partito di destra ANEL dalla strana coalizione di governo, governo che ha potuto reggere nel primo semestre di quest’anno grazie ai voti di fiducia di alcuni parlamentari eletti con ANEL che hanno preferito non fare cadere subito il governo.

Il risultato, al contrario, di crescita del partito “democristiano di destra” Nea Demokratia è stato confermato e anzi ampliato alle elezioni politiche (che hanno visto un 57,9% di affluenza, di poco superiore a quello delle europee): dal 33,1% delle europee al 39,85%, confermandosi come primo partito greco e ristabilendo di fatto un bipolarismo destra-sinistra con Syriza che, recuperando parte del terreno perduto, ha riportato un 31,5%, lasciando come liste certo non “scomparse”, ma marginali, da una parte quella della mini-coalizione attorno al Pasok [il vecchio partito della socialdemocrazia greca], KINAL (“Movimento per il cambiamento), guidata da Fofi Gennimata, presidente del Pasok stesso, proveniente dai ranghi della vecchia burocrazia di partito e già ministro e vice-ministro in precedenti governi di centrosinistra, che ha raccolto l’8,1%; dall’altra, il KKE, il vecchio partito “comunista” stalinista greco, che mantiene formalmente la sua area di consenso “tradizionale” con il 5,3%, evidentemente senza essere riuscito a intercettare i settori popolari che avevano, più che legittimamente, maturato un mal di pancia rispetto alle politiche di totale compatibilità con i piani di austerità e demolizione dello stato sociale imposti dalla troika Fondo Monetario Internazionale-Banca Centrale Europea-Commissione Europea (FMI-BCE-CE).

Ai margini della contesa elettorale sono rimasti la lista Elliniki Lisi (3,7%) (Soluzione Greca), erede del vecchio partito di destra LAOS, la lista delle-ex ministro di Syriza, Yanis Varoufakis, “Fronte Europeo di Disobbedienza Realistica” (noto come MeRA25) (3,4%), e infine il partito fascista Alba Dorata che, a differenza di questi ultimi, col suo 2,9% non supera la soglia di sbarramento del 3% necessaria per eleggere parlamentari.

Il resto del voto (un 5,2% circa) si è diviso tra liste civiche e di centro, e tra alcune liste collocate in un ampio spettro “di sinistra” che va da alcuni fuoriusciti di Syriza dal vago profilo progressista, a piccole liste di “estrema sinistra” con una collocazione più o meno anticapitalista e con richiamo al comunismo, tra cui è da segnalare senz’altro la crisi di LAE-Unità Popolare, partito creato a partire da una scissione di Syriza durante il periodo delle grandi capitolazioni di Syriza alla troika, che inizialmente superava il 3% e che si ritrova a pochissimi anni di distanza con un 0,28%: anche la Grecia conferma che un profilo “popolare”/sovranista di sinistra non premia nemmeno sul più opportunista e bieco piano parlamentare/elettoralista, così come conferma la crisi della sinistra realmente operaia e anticapitalista che, anche in un paese attraversato da un importante periodo di scioperi generali, episodi ripetuti di ribellione e radicalizzazione politica di massa contro i banchieri e le istituzioni europee, ha capitalizzato poco o nulla di questa immensa rabbia e mobilitazione sociale: proprio questo ritardo politico e organizzativo nel costruire una alternativa politica rivoluzionaria e internazionalista alla sinistra riformista e alla sinistra popolar-sovranista, ha permesso a Syriza di perdere sì posizioni, ma di mantenere un consenso elettorale maggioritario nella sinistra greca in senso ampio, e di mantenere un peso maggioritario ad Atene, Salonicco, in altre regioni urbane e in tutta l’isola di Creta.

D’altro canto, la crisi dei partiti di destra e il ritiro dalla contesa elettorale di ANEL hanno spianato la strada a Nea Demokratia per consolidarsi come il partito nel campo largo della destra greca, accettando il peso del governo del paese dopo la disastrosa ricetta di austerità imposta dalle istituzioni internazionali ed europee, pressate dai detentori del debito pubblico greco, in maggioranza banchieri francesi e tedeschi. ND, infatti, essendo ancora in vigore la legge elettorale che Syriza non è stata in grado di cambiare prima della fine della legislatura, gode del premio di maggioranza alla prima lista, ricevendo in questo modo ben 50 su 300 seggi complessivi, e dunque avendo una maggioranza monocolore di 158 voti che le permetterà, salvo crisi interne, di far passare qualsiasi legge ordinaria senza accordi parlamentari.

 

Chi è il nuovo premier greco?

Il presidente di Nea Demokratia, Kyriakos Mitsokakis, è ora premier del governo monocolore greco. Mitsokakis è figlio di Konstantin, già premier fra il 1990 e il 1993, tra i protagonisti dell’opposizione liberale alla dittatura militare greca, e leader di lungo corso di Nea Demokratia. Oltre che “figlio d’arte”, Mitsokakis risulta un candidato particolarmente “familiare” al capitale finanziario internazionale: fra il 1990 e il 1991 ha lavorato come analista finanziario alla Chase Bank di Londra, per poi passare all’azienda inglese McKinsey&Co., specializzata nella formulazione di strategie di gestione dell’impresa, e di seguito al fondo di investimento private equity Alpha Ventures della Alpha Bank. Mitsokakis ha fondato poi nel 1999 la NBG Venture Capital, fondo di investimento legato alla Banca Nazionale greca, ricoprendo il ruolo di Amministratore Delegato fino al 2003, quando ha lasciato la carriera finanziaria per gettarsi in quella politica seguendo le comode orme del padre. Proprio in quell’anno, con una previsione tanto azzeccata quanto facile, il World Economic Forum lo nominava tra i “leader globali di domani”.

 

La sconfitta di Syriza

Ce ne andiamo a testa alta. Quattro anni fa ci siamo fatti carico di un paese sull’orlo dell’abisso. Oggi consegniamo un paese libero (dai riscatti), in crescita e con riserve nelle sue casse, con l’interesse sul debito pubblico al minimo storico” [Alexis Tsipras]

Specialmente dopo la sconfitta nelle recenti elezioni locali ed europee, Syriza ha tentato di convincere i greci che la sua gestione “umanitaria” della crisi ha evitato esiti veramente catastrofici, e che dunque ancora meritava di governare e di avere la fiducia dell’elettorato. Dal punto di vista delle classi dominanti, questo è del tutto vero, dato che Syriza ha dimostrato di essere l’ennesima carta di sinistra sfruttabile dai capitalisti per porre fra di sé e le masse popolari un governo “progressivo” che si prendesse le colpe dell’ennesimo massacro sociale sull’onda lunga della crisi finanziaria internazionale del 2008. Peccato che le stesse masse popolari greche si fossero espresse chiaramente nel luglio 2015 per una rottura con la troika, e non per gestire responsabilmente l’austerità. Syriza stessa d’altronde, salendo al governo proprio quell’anno, si era presentata come un’alternativa da sinistra ai partiti dell'”estremo centro” (la Nea Demokratia ora al governo, e il Pasok oggi rimpicciolito, entrambi dedicati esclusivamente alle ricette neoliberali approvate da FMI e BCE), guadagnando la simpatia di tutti governi post-neoliberali “di sinistra” in Europa come in America, e ispirando i magnifici e progressivi piani di ascesa al potere di Podemos in Spagna nel nome dell’anti-austerità e del “governo del sinistra”, avanzando per mera accumulazione elettorale e senza intaccare il business e i guadagni dei capitalisti internazionali così come quelli “concittadini”, dunque nemmeno le relazioni di potere che strutturalmente mantengono l’Unione Europea come equilibrio tra le sue potenze maggiori, in particolare Francia e Germania.

L’illusione di questo neoriformismo europeo è durata appena un semestre nel suo laboratorio greco, e ha portato i suoi referenti a voltare lo sguardo in direzione del Portogallo, dove regge ancora il governo di centrosinistra appoggiato anche dalla “sinistra radicale” del Bloco de Escuerda, che non fa molto altro che ripetere le politiche distruttive (per la classe lavoratrice) del riformismo ormai trapassato delle ali sinistre dei governi di centrosinistra, di cui in Italia il caso Rifondazione Comunista è stato esemplare.

L’esperienza fallimentare di gestione pacifica e progressiva della crisi tentata da Syriza mostra che non c’è illusione che tenga quando si tratta di praticare per davvero una politica a favore della maggioranza della popolazione, se non si ribaltano le priorità e si attaccano non le condizioni di vita delle masse popolari in nome della compatibilità e della responsabilità, ma i privilegi della piccola minoranza che detiene il potere e la ricchezza, in nome degli interessi dei lavoratori e delle masse sfruttate e oppresse.

 

Giacomo Turci