Pubblichiamo l’ultima di tre parti del saggio scritto dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg “Sciopero generale, partito e sindacato” pubblicato nel 1906, anno in cui i comunisti che poi fonderanno la Lega Spartaco (tra cui la Luxemburg stessa) ancora costituivano la sinistra del Partito Socialdemocratico di Germania, un partito imponente con una forte influenza sui sindacati di massa.

In questa sezione, Luxemburg approfondisce la dinamica materiale e ideologica di apparente separazione netta tra gli organismi e le attività politico-partitiche e quelli sindacali. La conclusione di Luxemburg parte dall’assunto per cui “la garanzia per l’unità reale dei movimento operaio” sta nella massa proletaria organizzata che fa da base a sindacato e partito, e non a una “unione federativa” tra la centrale del partito e quella dei sindacati. Se è vero che nella coscienza dei lavoratori conquistati alla lotta di classe il movimento sindacale è un momento della generale lotta per il socialismo, termina Luxemburg, “Abbia dunque il coraggio di apparire per quello che è”.


Parte I – Parte II – Parte III

I dirigenti sindacali, che sono continuamente assorbiti dalla quotidiana battaglia economica e che hanno come compito di fare apprezzare alle masse operaie il grande valore di ogni conquista economica per quanto elementare, di ogni aumento salariale o di ogni riduzione di orario, finiscono senza accorgersene col perdere di vista le connessioni più generali e la visione complessiva della situazione. Solo così si spiega come molti di questi funzionari insistano con tanta compiacenza sulle conquiste di questi ultimi quindici anni, sui milioni ottenuti con l’aumento dei salari, anziché insistere piuttosto sul rovescio della medaglia: sul peggioramento cioè delle condizioni di vita dei proletari provocato dal contemporaneo rialzo dei prezzi, da tutta la politica fiscale e doganale, dalla speculazione fondiaria che rialza gli affitti in maniera esorbitante, insomma su tutte le reali tendenze della politica borghese che annullano in gran parte le conquiste delle lotte sindacali di questi quindici anni.

Della verità socialista complessiva che, pur valorizzando i compiti immediati e la assoluta necessità, pone l’accento fondamentalmente sulla critica e sui limiti di questi compiti viene difesa la mezza-verità sindacale, facendo risaltare solo i risultati positivi della lotta quotidiana. Infine, l’abitudine di passare sotto silenzio quelli che sono i limiti oggettivi imposti all’azione sindacale dalla società borghese si trasforma in aperta ostilità contro ogni critica teorica che riveli questi limiti ricollegandoli allo scopo finale del movimento operaio. Il panegirico indiscriminato, l’illimitato ottimismo sono considerati come un dovere da parte di ogni “amico del movimento sindacale”.

Ma poiché la posizione socialista consiste propriamente nel combattere l’ottimismo sindacale acritico, come pure nel combattere l’ottimismo della prospettiva parlamentare, si finisce con l’opporsi alla teoria socialista stessa: si cerca a tentoni una “nuova teoria sindacale”, cioè una teoria in grado di aprire alle lotte sindacali, in contrapposizione alla dottrina socialista, sul terreno dell’ordine capitalistico, prospettive illimitate di progresso economico. Veramente è già un bel pezzo che esiste una simile teoria: è quella dei professor Sombart, elaborata espressamente nell’intento di stabilire una linea di separazione fra i sindacati e la socialdemocrazia in Germania, e di trasportare i sindacati sul terreno borghese.

Strettamente connesso a queste tendenze teoriche è un cambiamento dei rapporti fra i dirigenti e la massa. Alla direzione collettiva attraverso comitati locali, pur con insufficienze innegabili, si sostituisce la direzione professionale del funzionario sindacale. L’iniziativa e la facoltà di giudizio diventano, per così dire, sua specializzazione professionale, laddove alla massa spetta in primo luogo la virtù passiva della disciplina. Simili inconvenienti del funzionariato comportano sicuramente anche per il partito pericoli che potrebbero derivare abbastanza facilmente dall’innovazione più recente, l’istituzione di segretari locali di partito, se la massa socialista non vigilasse continuamente perché questi segretari restino dei semplici strumenti esecutivi, senza mai venire considerati come i rappresentanti professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale del partito. Ma il burocratismo ha nella socialdemocrazia, per la natura stessa delle cose, per il carattere della lotta politica, uno spazio molto più limitato e confini molto più precisi che non nella vita sindacale. In questo campo, la specializzazione tecnica delle lotte salariali, per esempio la stipula di contratti collettivi complicati e via dicendo fanno sì che, a rigore, la massa organizzata si veda impedita “la visione d’insieme della vita corporativa nel suo complesso”, e su questo ci si basa per constatare la sua incapacità di decisione. Un’ulteriore perla derivata da questa concezione è l’argomentazione con cui si respinge ogni critica teorica circa le prospettive e le possibilità della politica sindacale, adducendo il pretesto che tale critica comprometterebbe pericolosamente la fiducia della massa nei sindacati; si parte cosi dal presupposto che una fiducia cieca nelle possibilità di successo della lotta sindacale sia l’unico modo per guadagnare e conservare alla organizzazione la massa degli operai.

È esattamente il contrario del socialismo, che basa la sua influenza sulla comprensione da parte delle masse delle contraddizioni del sistema vigente e della complessa natura della sua evoluzione, su un atteggiamento critico di esse in ogni momento e ad ogni stadio della lotta di classe, mentre per questa pseudo-teoria l’influenza e la forza dei sindacati si fonderebbe sull’incapacità di critica e di giudizio delle masse. “Bisogna salvaguardare la fiducia del popolo” – questo il principio in base al quale un certo numero di funzionari sindacali considera un attentato nei confronti del movimento sindacale qualsiasi analisi critica delle sue insufficienze.

Altra conseguenza, infine, della specializzazione e dei burocratismo tra i funzionari sindacali è la larga “autonomia” e la “neutralità” dei sindacati stessi rispetto al partito socialista. L’esteriore autonomia dell’organizzazione sindacale è risultata dalla sua crescita come una condizione naturale, come una conseguenza della divisione tecnica del lavoro nelle forme della lotta politica e della lotta sindacale. La “neutralità” dei sindacati, d’altro canto, è derivata dalla legislazione reazionaria sulle associazioni, dal carattere poliziesco dello Stato tedesco di impronta prussiana. Col tempo, questi due elementi hanno cambiato natura. Dalla condizione di neutralità politica imposta ai sindacati dalla polizia si è ricavata via via una teoria circa una loro volontaria neutralità, una pretesa necessità fondata sulla natura stessa della lotta sindacale. E l’autonomia tecnica dei sindacati, che poggiava su una divisione dei lavoro operante all’interno dell’unica lotta di classe, si è trasformata in separazione dei sindacati, che si tengono lontani dalla socialdemocrazia, dalle sue idee e dalla sua direzione, in quella che viene cioè definita “l’uguaglianza di diritti” rispetto alla socialdemocrazia.

Ora, questa parvenza di separazione e di uguaglianza si incarna particolarmente nei funzionari sindacali e viene alimentata dall’apparato amministrativo dei sindacati. Esteriormente, l’esistenza di tutto un corpo di funzionari, di comitati centrali assolutamente indipendenti, di molteplici organi di stampa corporativi e infine di congressi sindacali, ha determinato l’apparenza di un completo parallelismo con l’apparato amministrativo del partito socialista, il suo Comitato direttivo, la sua stampa e i suoi congressi. Quest’apparenza ha anche portato a quel fenomeno mostruoso per cui nei congressi sindacali e in quelli di partito si discutono ordini dei giorno analoghi e, sulla stessa questione, si prendono decisioni diverse o addirittura diametralmente opposte. A partire da una naturale divisione dei lavoro fra il congresso del partito che rappresenta gli interessi e i problemi generali del movimento operaio e le conferenze dei sindacati che affrontano il campo ben più limitato dei problemi e degli interessi particolari della lotta corporativa quotidiana, è stata costruita artificialmente una frattura fra una pretesa visione sindacale del mondo e la concezione socialista degli stessi problemi e interessi generali dei movimento operaio.

Per cui si è verificato questo strano stato di cose: il medesimo movimento sindacale che, al basso, tra la vasta massa del proletariato, fa assolutamente tutt’uno con il socialismo, si stacca nettamente in alto dalla struttura amministrativa del partito socialista e gli si erge davanti come una seconda grande tendenza indipendente. Il movimento operaio tedesco riveste in tal modo la forma particolare di una doppia piramide, in cui base e corpo sono costituiti da una stessa massa ma i vertici vanno reciprocamente allontanandosi.

Da quanto si è detto risulta chiaro per quale via, la sola, possa essere creata in modo naturale ed efficace quell’unità compatta del movimento operaio che è assolutamente necessaria in vista delle future lotte politiche di classe, e nell’interesse stesso dell’ulteriore sviluppo dei sindacati. Non ci sarebbe niente di più falso e di più inutile che cercare dì raggiungere quest’auspicata unità tramite incontri sporadici o anche periodici fra la Direzione del partito socialista e il Comitato centrale dei sindacati su problemi particolari del movimento operaio. Sono appunto, l’abbiamo visto, i vertici dell’organizzazione delle due forme del movimento quelli che incarnano la loro separazione e la loro autonomia. che rappresentano l’illusione della “uguaglianza dei diritti” e dell’esistenza parallela del partito e dei sindacati. Volerne realizzare l’unificazione attraverso il riavvicinamento dell’Ufficio politico del partito e del Comitato generale sindacale equivarrebbe a costruire un ponte esattamente nel punto dove il fossato è più largo e più difficile il passaggio.

Non in alto, ai vertici delle organizzazioni e della loro unione federativa, ma al basso, nella massa proletaria organizzata, sta la garanzia per l’unità reale del movimento operaio. Nella coscienza di un milione di militanti sindacali partito e sindacati sono effettivamente una cosa sola, rappresentano la lotta socialista per l’emancipazione, in forma diversa. Di qui scaturisce naturalmente l’esigenza, per eliminare le frizioni che si sono prodotte fra il partito socialista e una parte dei sindacati, di adeguare i rapporti reciproci alla coscienza della massa dei proletari, vale a dire di ricollegare i sindacati alla socialdemocrazia. Questa sarà l’affermazione della sintesi di un processo reale che, dall’originario inserimento dei sindacati, ha portato alla loro separazione dalla socialdemocrazia, per preparare in seguito, attraverso un periodo di forte crescita sia dei sindacati sia del partito, il prossimo periodo di grandi lotte di massa, ma contemporaneamente per far scaturire la necessità imprescindibile della riunificazione del partito e dei sindacati nell’interesse di entrambi.

Non si tratta, beninteso, di frammentare nel partito l’attuale struttura sindacale, ma di ristabilire tra direzione socialdemocratica e sindacati, tra congressi di partito e congressi sindacali, le naturali relazioni che corrispondono al rapporto di fatto esistente tra il movimento operaio nel suo insieme e nella sua apparente divisione. Una trasformazione in tal senso non mancherà di provocare una violenta opposizione in una parte dei dirigenti sindacali. Ma è ormai tempo che la massa operaia socialista faccia vedere che non è incapace di guidare o di agire, di dimostrare la sua maturità nei momenti di grandi lotte e di fronte a grandi compiti, quando è appunto la massa ad essere protagonista mentre i dirigenti non sono altro che i portavoce, gli interpreti della sua volontà.

Il movimento sindacale non corrisponde all’immagine formatasi nelle illusioni perfettamente spiegabili; ma erronee, di una minoranza di dirigenti sindacali: la sua reale essenza è quella presente nella coscienza dei proletari conquistati alla lotta di classe. Nella coscienza di questi il movimento sindacale è un pezzo di socialismo.

“Abbia dunque il coraggio di apparire per quello che è”.

Rosa Luxemburg