Pubblichiamo la prima di tre parti del saggio scritto dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg “Sciopero generale, partito e sindacato” pubblicato nel 1906, anno in cui i comunisti che poi fonderanno la Lega Spartaco (tra cui la Luxemburg stessa) ancora costituivano la sinistra del Partito Socialdemocratico di Germania, un partito imponente con una forte influenza sui sindacati di massa.

In questa prima parte l’autrice si concentra sulla differenza tra lotta economica immediata (portata avanti dai sindacati) e lotta politica generale (portata avanti dal partito) e distingue il periodo del “parlamentarismo”, ovvero quello in cui non c’è una lotta rivoluzionaria in corso, in cui ancora non è avvenuta l’irruzione delle masse nello scenario politico di un paese con scioperi, proteste e manifestazioni che coinvolgano milioni di persone. Per Rosa Luxemburg non esiste una divisione in compartimenti stagni tra lotta economica e lotta politica: concepisce entrambe dentro il concetto più ampio di lotta di classe come due suoi momenti oggettivi diversi, con differenze qualitative, ma non scissi fra di loro. Mentre gli scioperi, i picchetti le manifestazioni dei lavoratori sono atti a limitare lo strapotere dei padroni in seno alla società capitalista, la lotta politica dei comunisti ha l’obiettivo di abbattere il dominio dei padroni in quanto tale tramite la rivoluzione socialista.

Questo scritto di Rosa Luxemburg affronta di petto diverse questioni fondamentali rispetto all’organizzazione e alla direzione del movimento operaio, rispetto al suo sviluppo e ai suoi obiettivi: nonostante le differenze storiche anche macroscopiche (ad esempio, nell’Italia nel 2020 non c’è sicuramente un partito operaio di centinaia di migliaia di membri, che raggruppa in sostanza l’avanguardia politica della classe operaia, come nella Germania del 1906), molte questioni di fondo individuate da Luxemburg sono identiche nei loro caratteri fondamentali. Ciò che, al contrario, rende per certi versi “datato” lo scritto, è il carattere ancora immaturo, parziale, della concezione strategica, e non sul piano delle “consolidate tattiche” (come amava ripetere il “Papa rosso” del socialismo, poi rinnegato, Karl Kautsky), della politica marxista, socialista: un limite che, specie nel pensiero di Rosa Luxemburg, si rifletteva concretamente in una fiducia ottimistica sulla capacità delle masse rivoluzionarie in lotta di spezzare “spontaneamente” la resistenza delle proprie burocrazie conservatrici. Una scommessa persa da Luxemburg alla luce delle grandi rivoluzioni in Russia nel ‘17 e in Germania nel ‘18-’19: lezione amara di una sconfitta che, nel caso della rivoluzione tedesca, costò la vita alla stessa Luxemburg.


Parte I – Parte II – Parte III

La più importante delle condizioni richieste nel periodo di grandi scontri cui la classe operaia tedesca andrà incontro prima o poi, è, insieme a una tattica conseguente e decisa, la maggiore capacità di intervento possibile e quindi la maggiore unità possibile nel settore socialista che dirige le masse proletarie. Tuttavia, i primi deboli tentativi per preparare un’azione di massa più consistente hanno già cominciato a rivelare un inconveniente importante a questo riguardo: la divisione, la completa frattura fra le due organizzazioni del movimento operaio: la socialdemocrazia e i sindacati.

Da un’analisi sufficientemente dettagliata degli scioperi di massa in Russia, come pure dalle condizioni della Germania stessa, risulta chiaramente che un’azione di massa di una qualche importanza, che non si limiti a una semplice manifestazione di un giorno ma si trasformi in una azione di lotta effettiva, non può concepirsi come uno sciopero di massa “politico”. In Germania i sindacati dovrebbero parteciparvi allo stesso titolo della socialdemocrazia. Questo non perché, come immaginano i dirigenti sindacali, il partito socialista, un’organizzazione inferiore dal punto di vista numerico, sarebbe costretto a ricorrere al milione e 250mila lavoratori aderenti al sindacato e non potrebbe far nulla senza di essi, ma per una ragione molto più profonda: perché ogni azione diretta di massa, ogni periodo aperto di lotta di classe non potrebbero essere se non politici ed economici insieme. Allorché si verificheranno in Germania, in questa o quell’occasione particolare, in questo o quel preciso momento, grandi lotte politiche, scioperi in massa, si aprirà immediatamente tutto un periodo di violente lotte sindacali, senza che questi avvenimenti si preoccupino minimamente se i dirigenti sindacali diano o non diano il loro beneplacito al movimento. Anche se costoro si tenessero in disparte oppure cercassero addirittura di opporsi al movimento, il risultato di questo atteggiamento sarebbe semplicemente che i dirigenti sindacali, come pure quelli del partito in circostanza analoga, sarebbero emarginati dalla piena degli avvenimenti e le battaglie tanto politiche che economiche delle masse sarebbero portate avanti senza di loro.

In effetti, la distinzione fra lotta politica e lotta economica e la loro separazione sono il prodotto artificiale, ancorché storicamente spiegabile, dei periodo del parlamentarismo. Per un verso, nel procedere tranquillo e “normale” della società borghese, la lotta economica è dispersa, frammentata in una quantità di lotte parziali in ciascuna azienda, in ciascuno dei settori produttivi. Per altro verso, la lotta politica è condotta non dalle masse stesse in un’azione diretta, ma, in conformità alle forme dello Stato borghese, per via rappresentativa, attraverso la pressione esercitata sugli organismi legislativi. Quando invece si apre un periodo di lotte rivoluzionarie, vale a dire quando le masse si presentano sul campo di battaglia, cessano tanto la dispersione della lotta economica quanto la forma indiretta, parlamentare, della lotta politica: in un’azione rivoluzionaria di massa, lotta politica e lotta economica fanno tutt’uno, e il limite artificioso segnato tra sindacati e partito socialista, quasi si trattasse di forme separate, completamente diverse, del movimento operaio, viene semplicemente soppresso.

Ma quel che si manifesta chiaramente agli occhi di tutti nel corso del movimento rivoluzionario delle masse, esiste di fatto, come elemento reale, anche per tutta la fase parlamentare. Non esistono due differenti lotte, una politica e una economica, della classe operaia: esiste solo un’unica lotta di classe, che tende contemporaneamente a limitare lo sfruttamento capitalistico in seno alla società borghese e a sopprimere sfruttamento capitalistico e società borghese al tempo stesso.

Se questi due volti della lotta di classe in periodo parlamentare si presentano separati, per ragioni tecniche, non rappresentano però due azioni parallele ma solamente due fasi, due livelli della lotta per l’affrancamento della classe lavoratrice. La lotta sindacale comprende gli interessi immediati, quella politica gli interessi futuri del movimento operaio. “I comunisti – dice il Manifesto comunista – si distinguono dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte essi mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell’intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall’altra per il fatto che sostengono costantemente l’interesse del movimento complessivo”.

I sindacati rappresentano soltanto gli interessi dei diversi gruppi e uno stadio di sviluppo dei movimento operaio. Il socialismo rappresenta la classe operaia e gli interessi della sua emancipazione nel loro insieme.

Il rapporto dei sindacati rispetto al partito socialista è, quindi, quello della parte rispetto al tutto; perciò se tra i dirigenti sindacali la teoria della ”uguaglianza dei diritti” tra sindacati e socialdemocrazia ha un’eco così larga, ciò si deve a un disconoscimento della natura dei sindacati e dei loro ruolo nella lotta generale per l’affrancamento della classe operaia.

Questa teoria dell’azione parallela del partito socialista e dei sindacati e della loro “uguaglianza di diritti” non è però un’invenzione arbitraria: ha le sue radici storiche. Poggia di fatto su un’illusione, relativa al periodo tranquillo e “normale” della società borghese in cui la lotta politica del partito socialista sembra sfociare nella lotta parlamentare. Ma la lotta parlamentare, che fa da complemento e da pendant alla lotta sindacale, è, al pari di quest’ultima, una lotta esclusivamente condotta sul terreno dell’ordine sociale borghese. Consiste, per sua stessa natura, in un lavoro di riforme politiche, così come il lavoro sindacale è un lavoro di riforme economiche. Rappresenta un lavoro politico per l’immediato, come il lavoro sindacale è un lavoro economico per l’immediato. Entrambi non sono altro che una fase, un momento nella lotta di classe dei proletariato, il cui scopo finale oltrepassa del pari lotta parlamentare e lotta sindacale. La lotta parlamentare, esattamente come il lavoro sindacale, ha, rispetto alla politica socialista, lo stesso rapporto della parte col tutto. Il partito socialista costituisce oggi precisamente il luogo di incontro della lotta parlamentare e della lotta sindacale in una lotta di classe che ha per suo obiettivo quello di distruggere l’ordine sociale borghese.

La teoria della “uguaglianza di diritti” fra sindacati e partito non si riduce quindi a un fatto di semplice disprezzo teorico, di mera confusione: è un’espressione della ben nota tendenza di quell’ala opportunista del socialismo che vuole ridurre di fatto la lotta politica della classe operaia alla sola lotta parlamentare e trasformare la socialdemocrazia da partito rivoluzionario del proletariato a partito riformista piccolo-borghese.

Se la socialdemocrazia dovesse accogliere la teoria della “uguaglianza dei diritti” con i sindacati, accetterebbe in questo modo indirettamente e tacitamente la trasformazione che da tempo caldeggiano i rappresentanti della tendenza opportunista.

Tuttavia un simile spostamento dei rapporti interni al movimento operaio è molto meno probabile in Germania che in qualsiasi altro paese. Il principio teorico per cui i sindacati si pongono nei confronti della socialdemocrazia come parte rispetto al tutto trova in Germania una sua dimostrazione nei fatti, nella pratica quotidiana, e questo per tre aspetti.

1. I sindacati tedeschi sono un prodotto diretto del partito socialista, il quale ha creato i presupposti iniziali del movimento sindacale attualmente presente in Germania, ha sorvegliato la sua crescita e gli fornisce, a tutt’oggi, i dirigenti e i militanti più attivi.

2. I sindacati tedeschi sono inoltre un prodotto della socialdemocrazia per il fatto che la teoria socialista costituisce l’anima della prassi sindacale: i sindacati tedeschi devono la loro superiorità rispetto agli altri raggruppamenti sindacali borghesi e confessionali al fatto che si ispirano alla idea della lotta di classe; i loro successi materiali, la loro forza, sono il risultato del fatto che la loro prassi è illuminata dalla teoria del socialismo scientifico e in tal modo supera di gran lunga i banali limiti di un angusto empirismo. La forza della “politica concreta” dei sindacati tedeschi sta nella loro comprensione delle profonde ragioni sociali ed economiche del sistema capitalista, comprensione che non devono ad altro se non alla teoria dei socialismo scientifico sulla quale si fondano nella loro condotta pratica. In questo senso, il tentativo di svincolare i sindacati dalla teoria socialista, alla ricerca di una diversa “teoria sindacale” contrapposta al socialismo, non è, dallo stesso punto di vista dei sindacati, che un tentativo di suicidio. Scindere la prassi sindacale dal socialismo scientifico equivarrebbe per i sindacati tedeschi a perdere qualsiasi superiorità sulle associazioni sindacali borghesi e precipitare dall’altezza cui sono ora pervenuti al livello di chi brancola nel buio e si muove sulla base di un empirismo di bassa lega.

3. Ultimo punto: i sindacati – anche se i loro dirigenti ne hanno via via perduto la consapevolezza – sono un prodotto anche diretto, nella loro forza numerica, dei movimento socialista e della propaganda socialista. Certamente in parecchi paesi l’agitazione sindacale ha preceduto e precede tuttora l’agitazione socialista e dovunque il lavoro sindacale ha spianato la strada al lavoro del partito. Dal punto di vista della loro azione, partito e sindacato si danno manforte reciprocamente. Ma se si considera il quadro della lotta di classe in Germania nel suo insieme e nelle sue cause più profonde, questo rapporto si trasforma sensibilmente. Molti dei dirigenti sindacali, dall’alto del loro milione e 250mila membri, si compiacciono di rivolgere, non senza un qualche successo, uno sguardo di commiserazione sul modesto mezzo milione non ancora raggiunto dai membri organizzati dei partito socialista, ricordando loro i tempi in cui (dieci o quindici anni fa) nelle file del partito circolava un certo pessimismo sulle possibilità di uno sviluppo dei sindacato. Quello che però non viene sottolineato è il fatto che tra questi due elementi – il numero elevato degli iscritti sindacali e la più bassa cifra dei socialisti organizzati – c’è, in certa misura, un rapporto diretto di causa ed effetto.

Rosa Luxemburg