Dalla sanatoria-farsa proposta dal Ministro dell’agricoltura, al sistema criminale del settore produttivo agricolo delle grandi aziende della filiera italiana che sfrutta manodopera per estrarre profitto. La pandemia ha aperto il vaso di pandora del sistema capitalista e fatto emergere ancora di più le contraddizioni tra padroni e lavoratori nelle campagne. Il padronato con la complicità delle istituzioni borghesi e i sindacati sfruttano il momento per mantenere lo status quo degli sfruttati nelle campagne e propone una sanatoria per i lavoratori immigrati che risulta di fatto selettiva e aumenta il sistema del caporalato.

La Voce delle Lotte ha intervistato due compagni delle Comitato dei Lavoratori delle Campagne, che ci raccontano le loro lotte contro padroni, caporali e direzioni sindacali burocratiche.


1) La stagione della raccolta è iniziata da tempo e, nonostante le belle parole del governo, i lavoratori delle campagne si ritrovano nella stessa condizione di sfruttamento. Cosa non è cambiato?

Grazie per la domanda. Sono anni che le persone e, più in particolare noi lavoratori delle campagne stiamo lottando per cambiare le nostre condizioni di vita e ottenere i documenti e continueremo a lottare affinché siano realizzate le nostre rivendicazioni. Purtroppo ad oggi non è cambiato nulla. Lo sfruttamento continua con la complicità delle istituzioni, della politica e dei sindacati.

Continua invece la repressione da parte delle istituzioni per mano delle forze dell’ordine. Nell’ultimo periodo, numerosi sono stati i fogli di via a solidali e lavoratori oltre che a divieti di dimora, processi, denunce e multe.

2) L’emergenza sanitaria ha di fatto riportato al centro il dibattito della regolarizzazione o, se vogliamo, della sanatoria Bellanova con risultati assai scarsi. Quale è il punto di vista dei diretti interessati?

Innanzitutto bisogna specificare che la cosiddetta sanatoria non è arrivata con la crisi generata dall’emergenza sanitaria, ma dalle lotte che i lavoratori hanno e stanno portando avanti da molti anni, non ultimi il blocco del porto di Gioia Tauro e dell’autostrada di Foggia del 6 dicembre con centinaia di lavoratori che sono scesi in strada per manifestare contro la condizione di sfruttamento lavorativo e la mancata regolarizzazione.

Nonostante ciò, la proposta di sanatoria non è stata accettata né dai lavoratori né tanto meno dai datori di lavoro. Sin da subito si è rivelata un business da parte dello Stato che di fatto favorisce, se applicata, lo sfruttamento lavorativo e un ricatto in più da parte del padrone.

3) Perché secondo voi la sanatoria ha avuto questo poco successo?

La sanatoria ha generato, come succede spesso, un capillare sistema di compravendita nel quale i diretti interessati sono le prime vittime, mentre padroni e istituzioni i carnefici.

Uno dei tanti esempi, ma se ne possono fare diversi, è che alcuni padroni ti dicono: ti pago i 500 euro, ma tu lavorerai per me e i soldi con i quali ho pagato la sanatoria li scalerò dallo stipendio. questo dimostra, tra le altre cose, come il sistema di compravendita e di estorsione venga alimentato dalla stessa legge.

Molti dei lavoratori non hanno fatto la sanatoria anche perché la stessa ha requisiti molto stringenti soprattutto per coloro che non hanno il permesso.

Molti, infatti, non sono in possesso di regolari documenti, nonostante ciò hanno sempre lavorato e contribuito per la produzione, ora che potrebbero essere regolarizzati non possono perché magari non hanno i requisiti per fare accesso alla sanatoria. Per partecipare alla regolarizzazione, inoltre, devi avere un contratto di lavoro, ma se uno non ha il permesso di soggiorno come fa ad avere un contratto?

4) Abbiamo assistito in questo ultimo periodo ad una vera e propria militarizzazione delle zone di Saluzzo e intimidazioni da parte delle forze di sicurezza a Reggio Calabria e Foggia, quale è la situazione attuale?

La militarizzazione della Piana di Gioia Tauro è diventata sempre più repressiva per impedire ai lavoratori delle campagne di portare avanti le loro lotte. Per esempio il 15 luglio scorso, quando abbiamo deciso scendere in strada per esprimere la nostra ferma opposizione alla sanatoria e le misure restringenti che essa prevede, abbiamo fatto la comunicazione alla Questura, tuttavia dal momento in cui abbiamo comunicato la manifestazione sui nostri canali, alcuni agenti sono andati nel ghetto intimando i lavoratori di non partecipare alla manifestazione minacciandoli che, se fossero andati, li avrebbero sgomberati dalla baraccopoli. Per paura molti di loro non hanno partecipato.

Il giorno della protesta, inoltre, un’auto, con a bordo diversi manifestanti, è stata fermata dalla polizia. Il conducente è stato accompagnato in commissariato mentre gli altri manifestanti non sono riusciti a raggiungere in tempo Reggio Calabria per la protesta.

5) Le vostre battaglie hanno ricevuto la solidarietà dei compagni del SI Cobas della logistica. Quanto è importante avere un fronte unico di lotta in questo periodo cruciale?

La solidarietà che hanno mostrato gli altri lavoratori in Italia era tanto attesa, e mai come oggi è fondamentale. Lo Stato italiano ha timore quando i lavoratori di tutti i settori si uniscono. Ecco perché c’è un grande clima repressivo delle lotte, soprattutto se ad unirsi sono lavoratori immigrati ed italiani. La reputiamo una cosa molto positiva: siamo i primi a volere questa unità in modo che le persone tutte possano conoscere la situazione lavorativa in Italia.

Partecipare alla lotta in modo congiunto significa anche comprendere le difficoltà che noi lavoratori abbiamo all’interno dei luoghi di lavoro.

È bene specificare, tuttavia, che ad esempio all’interno della logistica in Italia gran parte dei lavoratori sono immigrati e, al di là delle parole di solidarietà, bisogna che gli stessi quadri dei sindacati più combattivi inizino a riconoscere che non è un fatto di solidarietà ma che questa nostra lotta è anche la lotta dei facchini.

Basta pensare al tema dei documenti, che molti vertici sindacali, all’interno anche dei sindacati più combattivi, denigrano ma che invece bisognerebbe iniziare a riconoscere come punti di contatto di una lotta comune.

Ad esempio, nella BRT di Bologna molti dei lavoratori sono molto precari sotto il punto di vista giuridico e questo aumenta la loro vulnerabilità soprattutto in termini di sfruttamento lavorativo e la negligenza di molti vertici sindacali, che molto spesso non prendono in considerazione l’aspetto giuridico di un lavoratore, indebolisce di fatto la lotta.

6) La comunità migrante in Italia, almeno in alcuni settori cruciali dell’economia, sembra rappresentare la punta di diamante delle lotte, è così anche per il settore agricolo? Vi sono rapporti di solidarietà con i lavoratori italiani?

Per come sono strutturati i dati in Italia, è molto difficile categorizzare in agricoltura i differenti inquadramenti dei lavoratori e quindi vedere in dettaglio le posizioni occupate da italiani e stranieri.

Il settore agricolo è a maggioranza immigrata. Purtroppo non c’è molta unità e l’aspetto più problematico risulta proprio il rapporto tra lavoratori italiani e stranieri e gli stessi con il padrone. Quando vi è unità nelle lotte il padrone fa di tutto per mettere l’uno contro l’altro. Questo accade soprattutto perché un’alleanza tra le due componenti potrebbe risultare pericolosa per l’azienda stessa. Diciamo che è una tecnica che ancora funziona.

Ritornando agli italiani in agricoltura, tutti ricordano la morte per malore della bracciante italiana Paola Clemente nella provincia di Bari. Ecco, ad esempio in questa provincia l’uva è raccolta dalle braccianti italiane: anch’esse si svegliano alle tre del mattino e spesso sono sfruttate nei campi proprio come i lavoratori stranieri.

7) Quale è stato il ruolo dei sindacati confederali all’interno di queste lotte? Molte volte sembra che mettano il cappello alle lotte e poi al momento dell’azione sembrano del tutto assenti: quale è il rapporto oggi con gli stessi e quali sono le forze combattive in campo?

Ad esempio alcuni sindacati, come la CGIL, stanno creando molti danni alla nostra lotta e alle nostre rivendicazioni. Il sindacato, così com’è, è alla base dei nostri problemi. In Calabria la CGIL è molto radicata nel territorio e ha un ufficio in tutti i comuni del territorio. Hanno creato un meccanismo che punta a delegittimare le nostre lotte e si giustificano dicendo che quelli che si auto-organizzano per lottare vanno contro le leggi dello Stato. Ad esempio il 6 dicembre, durante il blocco del porto di Gioia Tauro e l’autostrada di Foggia, CGIL e USB hanno messo prima il cappello alla nostra lotta per poi gettare fango sulla protesta e intimidendo, nei giorni successivi, coloro che avevano partecipato alla protesta [le concrete rivendicazioni che gli scioperanti hanno portato ai due blocchi: l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza e la reintroduzione del permesso umanitario; i permessi di soggiorno per chi non ce li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario; l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali; la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa; lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case, ndr].

La sanatoria ai sindacati conviene perché è un business, in quanto hanno incentrato tutti i loro servizi per questa cosa. Se domani, ad esempio, il governo regolarizzasse 600.000 migranti, molti sindacati finirebbero di fare i loro affari.

Un’altra cosa che hanno fatto tali soggetti è stata quella di prendere in mano la questione abitativa. Molti lavoratori avevano manifestato contro la loro condizione abitativa dicendo che non volevano più vivere nelle baraccopoli. Cosa hanno fatto i sindacati confederali? Ci hanno detto che chi fosse rimasto nella baraccopoli avrebbe ottenuto i documenti. E anche qui si formavano divisioni all’interno dei lavoratori, da una parte i documenti e dall’altra la permanenza nella baraccopoli.

8) E sugli scioperi venuti alla ribalta nel ‘grande schermo’ nell’ultimo periodo?

C’è un altro sindacato, ad esempio l’USB, che è venuto alla ribalta grazie ad Aboubakar Soumahoro. In realtà questo sindacato non sta facendo nulla. Oggi tutti gli italiani ne parlano, questa persona va in parlamento o parla con i ministri, ma In Calabria non organizza una manifestazione con i lavoratori da molto tempo.

Naturalmente in Italia nessuno si permetterebbe di criticare l’operato di Soumahoro perché potrebbe essere tacciato di razzismo, ma noi che lo conosciamo bene possiamo dire cosa ha fatto e cosa non ha fatto.

All’inizio della lotta, l’USB non aveva aiutato nessuno, aveva aperto un suo servizio nel comune di San Ferdinando: da quel momento nessuno è più riuscito a prendere la residenza nel comune, mentre invece in precedenza, attraverso la nostra lotta auto-organizzata, eravamo riusciti ad ottenere i permessi di soggiorno.

In Puglia, per parlare di un’altra realtà, l’USB è molto radicata nel territorio e ha molti delegati tra i braccianti, ma questi sono i primi a reclutare le persone e mandarle a lavorare nei campi. Inoltre, molte volte è successo che, se questo sindacato organizzava una manifestazione, ha minacciato di fatto i lavoratori di non dare permessi di soggiorno o disoccupazione se non avessero partecipato allo sciopero o al sit-in.

Alla fine questo sindacato si comporta come i confederali, Soumahoro fa come quelli della CGIL: va in Prefettura per contrattare, ma non parla mai delle nostre vere rivendicazioni.

Naturalmente, nessuno si azzarda a criticarlo perché chi non crederebbe ad un nero sfruttato che organizza scioperi e manifestazioni e riceve la solidarietà di partiti, società civile ed opinione pubblica in generale?

[In questo senso, segnaliamo questo documento dello stesso Comitato dei Lavoratori delle Campagne, preceduto da un’introduzione del collettivo Cuneo Rosso, ndr]

9) Voi quindi non avete un sindacato autonomo? Come vi siete organizzati?

Noi siamo un comitato autorganizzato, non vogliamo più sventolare nessuna bandiera. Ci siamo stancati. Ormai abbiamo capito che chi ruota intorno alla nostra lotta non vuole far altro che cooptarla e affievolirla per interesse e andare a braccetto con i caporali stessi. C’è un sistema clientelare per tenere a bada i sistemi di potere. Varie sono forme di business dei sindacati soprattutto nelle pratiche burocratiche come la disoccupazione che molti avevano venduto per poi farli figurare successivamente come quote di tessere al sindacato stesso.

10) Qual è il ruolo delle grandi aziende e delle istituzioni nel vostro settore, potete farci degli esempi?

Partiremmo dalla legge 199: è obbiettivamente una legge inutile perché oltre a militarizzare le campagne e colpire anche il piccolissimo produttore di 70 anni che pota il suo oliveto, punta soltanto alla repressione di chi trasgredisce e non punta, nel modo più assoluto verso, ad esempio, la regolarizzazione del lavoratore, negando, da un lato, l’erogazione o il rinnovo del permesso di soggiorno e, dall’altro, alimentando quel sistema di sfruttamento che getta le sue basi proprio sullo status di irregolare del lavoratore stesso.

Oltre a ciò, all’interno di questo sistema, non vengono mai chiamate in causa chi ci guadagna davvero da questo sistema e pensiamo, oltre a Coldiretti e Confagricoltura, che tra l’altro non hanno nessuna a mostrare il proprio disinteresse verso la regolarizzazione e proporre i voucher come alternativa, ma penso soprattutto alle industrie di trasformazione del prodotto. Alcune aziende in Puglia del pomodoro -multinazionali- sono anch’esse corresponsabili dello sfruttamento e molte volte scatenando la rabbia dei lavoratori. Pensiamo al 2016 quando i lavoratori dei ghetti della provincia di Foggia hanno occupato gli stabilimenti della Princes -una multinazionale che produce pomodori pelati- per giorni interi bloccando la raccolta e facendo rovinare diverse tonnellate di merce.

Soltanto in quel modo, dopo l’immenso danno causato, si sono decisi a regolarizzare i lavoratori e far ottenere agli stessi i permessi di soggiorno.

Sarebbero loro oggi che dovrebbero sostenere i costi della sanatoria, ma sembra che il sistema, nonostante la loro centralità, tende a salvare e a non essere menzionati durante i tavoli all’interno delle istituzioni. Le uniche volte durante le quali i padroni di queste industrie si sono palesati erano solo nei tavoli aperti dalle lotte e dopo aver bloccato strade e merci per giornate sane.

Sono i padroni che all’interno delle leggi e dei dibattiti sono i grandi assenti, nessuno da a loro la responsabilità che gli spetta.

Vorrei fare un ultimo appello, come ogni anno dal 2012: stiamo facendo la nostra tradizionale ‘chiamata alle armi’, Fuggi a Foggia, un momento di lotta comune nei territori del foggiano. Invitiamo chiunque voglia impegnarsi al fianco di chi vive nelle campagne a raggiungerci a Foggia, per contribuire partecipando allo sportello di supporto legale, all’inchiesta sulle condizioni di vita e di lavoro nelle campagne, e soprattutto alle mobilitazioni e alle lotte. La possibilità di raggiungerci a Foggia inizia a partire da metà luglio fino a settembre (ma, lo si tenga bene a mente, l’attività della Rete e la lotta delle lavoratrici e dei lavoratori prosegue tutto l’anno).

Si può seguire il Comitato dei Lavoratori delle Campagne attraverso il suo sito campagneinlotta.org e la sua pagina facebook.