Il concetto di egemonia è tutt’oggi ben presente nel discorso pubblico, in vari contesti, nelle letture dei conflitti fra Stati o classi sociali, nelle analisi che riguardano i rapporti di potere. Esso ha avuto un certo “rinascimento” anche grazie al rinnovato riferimento ad Antonio Gramsci nelle analisi delle dinamiche politiche di questo primo scorcio di secolo.

I marxisti di oggi hanno tutto il diritto e l’interesse a fare proprio ed utilizzare questo concetto come uno degli assi di una politica rivoluzionaria nel XXI secolo, riprendendo il filo della lotta per una egemonia proletaria, condotta da Gramsci e altri importanti marxisti.

Il seguente articolo, a partire da questa ottica, offre una breve introduzione al tema e alla sua elaborazione nell’ambito del marxismo, in particolare del pensiero di Gramsci.


 

Il “rinascimento” dell’egemonia. Sì, ma quale?

Gli effetti della crisi del consenso neoliberale su scala globale, intaccato dalla colossale crisi del 2008, dall’indebolimento del ruolo degli USA come “poliziotto del mondo” e dall’evidente fallimento generale della promessa di un’epoca di pace e benessere, hanno incluso anche una riemersione e un recupero di concetti e pensatori “antagonisti” del passato che si davano perlopiù per sorpassati, o che erano stati neutralizzati politicamente con successo, facendone delle icone inoffensive per l’equilibrio della società borghese nel nostro secolo.

Tra questi c’è stato sicuramente Antonio Gramsci, il cui “ritorno”, non solo in Italia, nelle analisi intorno alle dinamiche politiche che si sono succedute in questo primo ventennio del ventunesimo secolo è stato significativo. Analisi che hanno visto una quantità notevole di processi di lotta di classe, ribellione, nuova soggettivazione della classe operaia e dei ceti popolari, addirittura processi rivoluzionari in un quadro ben diverso da quello della “fine della storia” descritta da Francis Fukuyama nel 1992, quando il crollo dell’URSS incoraggiava i difensori del capitalismo a teorizzare la fine definitiva di una qualsiasi alternativa ad esso.

Nonostante il ‘ritorno di Gramsci’ in epoca recente abbia gettato le sue basi proprio dalla crisi della finanza globale e alla crisi di consenso post-2008, tuttavia, già a partire dagli anni Settanta, Gramsci veniva ripreso per spiegare, e a volte giustificare, le svolte riformiste dei vari PC o, in ambito accademico per applicarlo, in molti casi meccanicamente, in diversi ambiti del sapere.

In epoca più recente, soprattutto lo studioso Peter Thomas (2009), nel suo tentativo di riportare il pensiero di Gramsci all’interno del dibattito accademico, parlava di ‘Gramscian Moment’.

Alcuni anni più tardi, considerando la straordinaria ondata rivoluzionaria in Medio Oriente e Nord Africa, Gramsci è stato uno degli autori che ha ripreso nuova linfa negli studi d’area e nell’area dei subaltern studies tanto che alcuni studiosi hanno parlato, proprio in riferimento al libro di Thomas di ‘The Gramscian moment in the MENA’ (Gervasio e Manduchi 2020).

Dunque, con Gramsci ha ripreso forza l’utilizzo del concetto di egemonia, rispetto al quale il rivoluzionario sardo ha tentato di elaborare una teoria generale nei suoi Quaderni del carcere (1975). Ma cosa indica, questo concetto?

La parola “egemonia”, che viene dal greco antico, indica una caratteristica importate del comando, dell’arte della direzione, e cioè la capacità, da parte di un gruppo, di una classe dominante, non solo di dominare i propri nemici, ma di dirigere i propri possibili alleati sociali, insomma di avere dietro di sé uno schieramento più forte, maggioritario, tramite un proprio ruolo di direzione. Nel quadro della società moderna, avere un’egemonia su una più vasta massa popolare è stato un compito fondamentale per la borghesia, così come lo è diventato per la classe lavoratrice nella sua lotta per il socialismo contro la borghesia stessa. Non a caso, il termine non è stato recuperato da Gramsci, ma aveva un largo uso (non solo nella scienza politica) nell’Ottocento, anche fra i socialisti, tant’è che, sulla necessità di formare ed estendere un’egemonia del proletariato, c’è stato storicamente un accordo generale nel campo politico marxista dopo la battaglia di Marx (1875),in particolare nella Critica al programma di Gotha, contro una posizione “operaista” di Ferdinand Lassalle, dirigente socialista tedesco che affermava che la società moderna al di fuori della classe operaia fosse un’unica “massa reazionaria”. Le sfumature e le contraddizioni tra i marxisti si sono via via sviluppate sulle modalità e gli scopi precisi di questa egemonia, sulle conseguenze pratiche di questa formula. Con la rivoluzione russa, anche i nemici politici riconobbero il successo di Lenin e dei bolscevichi nello sviluppare in senso pratico l’egemonia, nell’attuare l’egemonia del proletariato nel contesto della rivoluzione russa, aggregando attorno agli obiettivi politici e al programma del proprio partito una più vasta massa di sfruttati e oppressi, in una lotta rivoluzionaria contro il vecchio ordine.

Tornando all’epoca del trionfo neoliberale, esso incoraggiava l’ipotesi di un carattere ormai eterno e inscalfibile dell’egemonia borghese che sì, magari avrebbe dovuto ancora consolidarsi ulteriormente e subire qualche strappo momentaneo, ma che non sarebbe stata più messa in discussione da una possibile egemonia della classe lavoratrice come classe sociale rivoluzionaria, in grado di appropriarsi del potere politico.

L’orizzonte unico della democrazia borghese occidentale, con la negazione della diversità e del conflitto tra le classi, annacquate in un’unica grande massa “popolare”, ha fatto sì che anche il concetto di “egemonia”, anche nella sua dimensione più strettamente politica, abbia perso spesso il proprio carattere di classe insieme all’obiettivo – nel caso dell’egemonia proletaria – della rivoluzione sociale e dell’affermazione del comunismo come ulteriore stadio della civiltà umana dopo quello borghese-capitalista. Così, un riferimento centrale nella sinistra a livello mondiale – anche in quella che si rifà più o meno al marxismo – è quello della lettura populista della politica e dell’egemonia, a partire dal successo di due testi “classici” dell’argentino Ernesto Laclau La ragione populista (2019) e Egemonia e strategia socialista (2011), dove il sottotitoli di quest’ultimo chiarisce l’obiettivo politico aggiornato di una “democrazia radicale”, che di fatto rievoca le rivendicazioni di uno “Stato popolare libero” contro le quali polemizzavano Engels e Marx ai tempi della Prima Internazionale (in scontro con settori “anarchici” e “socialisti” riformisti), ripresi da Lenin in Stato e rivoluzione (1917). La lotta rivoluzionaria della classe operaia, per il marxismo, non ha l’obiettivo di stabilire il proletariato come classe dominante “durevole”, con un suo “regno millenario”, ma semmai di servirsi dello strumento di un proprio Stato e di una propria forma di democrazia come fase transitoria necessaria per la maturazione di un pieno autogoverno dell’umanità, il comunismo, che permetterebbe l’estinzione dello Stato operaio stesso, oltre che alla distinzione degli uomini fra varie classi sociali contrapposte.

Già Marx (1843), nella sua Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, parlava di misticismo logico, ovvero di quella gabbia costruita dall’idealismo per cui, ad esempio parlando di scienza politica, non si può concepire una società che non venga regolata da ‘enti superiori, in questo caso lo Stato. Una concezione limitata, o ibrida “libera”, “popolare”, “radicale” della transizione storica da capitalismo a comunismo, è un assurdo politico, come rileva Engels (1875) in una lettera al dirigente socialista Bebel:

Non essendo lo Stato altro che un’istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno “Stato popolare libero” è pura assurdità: finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà allora lo Stato come tale cessa di esistere. 

Analogamente, l’utilizzo del concetto di egemonia all’interno della teoria e della strategia socialista non è declinato a partire da un indistinto soggetto “popolare” con un obiettivo di riforma della democrazia borghese (lo “Stato popolare”, la “democrazia radicale”… o, empiricamente, slogan opportunisti e pretestuosi come “una Unione Europea veramente democratica e solidale”), ma precisamente a partire dal programma indirizzato verso il comunismo e dalla rivoluzione sociale internazionale come mezzo per il passaggio della classe lavoratrice a classe dominante.

 

L’egemonia cultural-riformista contro il pensiero di Gramsci

Proprio sulla complessità politica di questo passaggio, da classe subalterna a classe dominante e dirigente, insiste il concetto di egemonia nella teoria marxista e nel pensiero di Antonio Gramsci. Eppure un altro filone “classico” di una lettura distorta, volutamente monca rispetto alle premesse politiche di Gramsci, è particolarmente radicato e caratteristico proprio dell’Italia: è nel nostro paese che si è diffusa (contagiando anche altri) una lettura dell’egemonia gramsciana come “influenza culturale” (limitata ad una critica meramente sovrastrutturale, che non si occupa dei rapporti di produzione… e neanche di tutta la sovrastruttura) o, in senso spregiativo, per parlare della lotta politica tra gruppi organizzati per contendersi spazi e platee di pubblico più ampie. Tale lettura, che propone di fatto un Gramsci teorico di una via riformista “egemonica” al socialismo, è il prodotto di lungo periodo dell’utilizzo politico dei suoi Quaderni del carcere da parte del PCI diretto (fino al 1964) da Palmiro Togliatti, che effettivamente si muoveva a partire da un’ipotesi di evoluzione graduale e pacifica dalla “democrazia progressiva” della Repubblica Italiana (intesa sì come una democrazia borghese, ma particolarmente duttile) al socialismo. Il “centro di gravità” della lotta politica, allora, diminuendo l’importanza o proprio negando altri aspetti (come quello della preparazione politico-militare alla rivoluzione, che d’altronde non ci sarebbe dovuta essere), era quello di stabilire un’attrazione “maggioritaria” essenzialmente sul piano elettorale, di modo da poter vincere le elezioni e “appropriarsi” del governo dello Stato. Una prospettiva che, da una parte, apriva la strada alla concezione del soggetto politico centrale come “popolo della sinistra” come parte “progressista” della cittadinanza, più che come classe lavoratrice; dall’altra, rendeva possibile un ulteriore appiattimento, se vogliamo berlingueriano, del concetto di egemonia nella sfera culturale, a partire dalla ricerca di una influenza politicamente indefinita verso gli intellettuali dei ceti medi.

Vedremo in questo articolo, al contrario, come la negazione dello sbocco rivoluzionario delle politiche di egemonia, dunque del loro momento militare, non è né una interpretazione, più o meno aggiornata e ortodossa, dell’egemonia come parte della strategia socialista, né un punto dove Gramsci abbia proposto una strategia contrapposta a quella di Marx, Lenin e altri grandi rivoluzionari.

 

Le premesse dell’egemonia proletaria

Come abbiamo affermato, la questione per Gramsci e i marxisti non è semplicemente ragionare su una teoria dell’egemonia, ma pensare a come sviluppare una egemonia proletaria come elemento di una strategia rivoluzionaria complessiva: nel suo farsi classe cosciente di sé stessa e organizzata, la classe lavoratrice ha la necessità di diventare non solo l’alleato, ma il riferimento e la guida politica di altri settori della società subalterni rispetto alla borghesia, così da avere effettivamente dalla sua parte la grande maggioranza della società nello sviluppo della lotta di classe.

Già Marx ed Engels (1844), nel Manifesto del partito comunista, avevano evidenziato la grande premessa storica della possibilità dell’egemonia del proletariato, e cioè la tendenza relativa crescente a un processo storico di pauperizzazione e proletarizzazione di intere fette della società mano a mano che il capitale si accumula: tanti piccoli proprietari vanno in rovina e diventano lavoratori dipendenti, e molte nuove figure lavorative professioniste e specializzate, così come vecchi mestieri che si evolvono, sono inquadrati in dei meccanismi lavorativi e in delle condizioni di vita del tutto simili, se non proprio identici, a quelli della classe operaia. Così la classe lavoratrice storicamente acquista via via una ricchezza ideologica e scientifica legata all’ingrossamento e alla differenziazione delle sue file; l’evoluzione della sua stessa lotta porta i lavoratori a conquistare alla propria causa «una parte degli ideologi borghesi, quelli che sono giunti a comprendere teoricamente il movimento storico nel suo insieme», rafforzando l’insieme dei «rappresentanti scientifici» della classe – così dicono Marx ed Engels nel Manifesto – e gettando così delle basi molto più solide per un’egemonia della classe lavoratrice su settori della società sempre più ampi. È da tenere in conto, però, che questa tendenza alla polarizzazione sociale si è dimostrata, appunto, più “relativa” di quanto non la concepissero Marx ed Engels stessi, che nel Manifesto non prevedono l’importante elemento politico e strategico del mantenimento (anche “a forza” di aiuti economici, se necessario) di uno strato di ceti medi e piccola borghesia tra proletariato e capitalisti.

Gramsci, nei suoi Quaderni, riprende in questo senso la sua riflessione sull’acquisizione di capacità tecniche, scientifiche e dirigenziali della classe lavoratrice nel processo economico, per pensare in termini politici e generali la possibile egemonia della classe lavoratrice sulla società, come capacità di direzione non solo sul terreno economico – i consigli di fabbrica e il controllo operaio – ma politica e sociale a tuttotondo. In questo senso, Gramsci ragiona a partire dalla struttura sociale e politica più complessa, più ramificata, più solida che lo sviluppo del capitalismo e della società borghese avevano generato nei paesi più ricchi del tempo, in quello che viene chiamato “Occidente”. Un’evoluzione sociale che oggi, evidentemente, non è confinata solamente all’Europa occidentale e alle province più ricche degli Stati Uniti.

 

L’egemonia come base per la strategia rivoluzionaria

Un secolo di sviluppo capitalista, però, non ha comportato automaticamente una maturazione “proporzionale” dell’insieme delle condizioni utili perché esso sfoci in una crisi rivoluzionaria storica – smentendo qualsiasi approccio che ipotizzava una corsa lineare, progressiva, verso il crollo finale del sistema. Non solo il sistema economico è riuscito in ultima istanza a sopravvivere, ma anche sul piano soggettivo lo scorrere del tempo non ha significato un’accumulazione lineare di coscienza socialista e lotta di classe.

L’idea di rivoluzione, soprattutto a partire dall’epoca della caduta del Muro di Berlino prima e dell’URSS poi, è diventata agli occhi di molti come un qualcosa di negativo, associabile al carattere repressivo del cosiddetto socialismo reale il quale, appunto, come possibile transizione al socialismo è fallito palesemente con il crollo formale o il riciclo capitalista dei vecchi regimi burocratizzati. L’ipotesi che, allora, sia impossibile instaurare il socialismo con il programma e i metodi elaborati dal marxismo sulla base dell’analisi della società capitalista così com’è, ha avuto un’ulteriore spinta verso l’adattamento alla società esistente, portando a formulare la possibilità di un cambiamento di certe sovrastrutture con metodi non rivoluzionari, lasciando sostanzialmente intatti i rapporti e i modi di produzione, e dunque la dittatura di un pugno di capitalisti straricchi sull’insieme della società.

Al contrario, sosteniamo che si debba recuperare la categoria di egemonia in termini classisti, come uno degli assi di una strategia rivoluzionaria.

Viviamo in un mondo dove, in modo sempre più vasto e raffinato, le idee generate dalla classe dominante, e tutte quelle compatibili con queste, vengono trasmesse all’insieme della popolazione, rendendole “naturali” e “scontate”, attraverso un insieme di strumenti di comunicazione e di formazione della “opinione pubblica” – dai giornali ai social media, dalla letteratura fin su al parlamento – che rende tutt’altro che “liberi” e semplici la diffusione e il radicamento di idee e posizioni politiche effettivamente coerenti con gli interessi della classe lavoratrice e delle masse subalterne, cioè la grande maggioranza della società. Così, la lotta per l’instaurazione di una società senza classi, libera da sfruttamento e oppressione, non ha uno sviluppo spontaneo e unificante per via della sola logica oggettiva che dà il socialismo come unica soluzione progressiva al capitalismo, ma si deve scontrare con l’egemonia della borghesia sull’insieme della società, sul piano culturale (dove alcune analisi, come abbiamo detto, trovano le loro Colonne d’Ercole), ma anche nel complesso intreccio di relazioni economiche, politiche e militari tra le classi sociali, internamente alla classe dominante, e fra i vari Stati che ne sono l’espressione del dominio politico.

Riprendere la riflessione di Gramsci su questi temi (insieme a quelle dei più brillanti marxisti del secolo scorso) risulta estremamente utile ai fini di questa riflessione strategica. Di seguito, passeremo brevemente in rassegna le premesse e le caratteristiche fondamentali di questo concetto nei Quaderni del carcere, sui quali rimandiamo in particolare a “Il marxismo di Gramsci, di Juan Dal Maso (2020).

 

Gramsci: i tre momenti dell’egemonia

Gramsci, nel passaggio dei Quaderni su Analisi delle situazioni e dei rapporti di forza [Q13 §17], individua, riallacciandosi al pensiero di Marx, tre momenti fondamentali dell’egemonia: il primo è quello strettamente legato ai rapporti di forza che si presentano all’interno della struttura e ai rapporti di produzione; il secondo è determinato dalla costituzione dei gruppi sociali omogenei “che segna il passaggio dalla struttura alle sovrastrutture complesse (Q. 13, §17)”; il terzo è quello del rapporto delle forze militari.

Tale tripartizione è di fatto una ricostruzione delle fasi strategiche della rivoluzione sociale partendo dai rapporti materiali (e non solo) che si instaurano all’interno del sistema capitalistico, fino ad arrivare, per mezzo della costruzione di una coscienza di classe (egemonica), allo scontro politico-militare con la classe antagonista.

Nel primo punto, Gramsci descrive le contraddizioni insite alla società generate dal modo e dai rapporti di produzione del capitalismo e dalla classe dominante e in che modo i vari gruppi sociali e le ideologie ad essi legate si sviluppano.

Gramsci, nella parte iniziale del Quaderno, riporta una citazione da Introduzione alla critica dell’economia politica di Marx, ponendo la base dalla quale partire:

Una formazione sociale non perisce, prima che non siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali essa è ancora sufficiente e nuovi più alti rapporti di produzione non ne abbiano preso il posto, prima che le condizioni materiali di esistenza di questi ultimi siano state covate nel seno stesso della vecchia società. Perciò l’umanità si pone sempre solo quei compiti che essa può risolvere; se si osserva con più accuratezza si troverà sempre che il compito stesso sorge solo dove le condizioni materiali della sua risoluzione esistono già o almeno sono nel processo del loro divenire.

Senza citare il testo completo del quaderno, ci limiteremo a citarne un piccolo spunto che ci potrà aiutare a capire meglio tale momento.

Afferma Gramsci:

Sulla base del grado di sviluppo delle forze materiali di produzione si hanno i raggruppamenti sociali, ognuno dei quali rappresenta una funzione e ha una posizione data nella produzione stessa […] Questo schieramento fondamentale permette di studiare se nella società esistono le condizioni necessarie e sufficienti per una sua trasformazione, permette cioè di controllare il grado di realismo e di attuabilità delle diverse ideologie che sono nate nel suo stesso terreno, nel terreno delle contraddizioni che esso ha generato durante il suo sviluppo.

Quella appena descritta non è nient’altro che il brodo di coltura della rivoluzione sociale, ovvero la base che genera le contraddizioni sociali che a loro volta formano le linee di frattura economico-politico tra interessi di classe.

È a partire da tale contesto che subentra il momento-chiave della risoluzione dei rapporti di forza tra classi antagoniste. Seppur tali gruppi, determinati dalla struttura e dai rapporti di produzione, hanno una oggettiva composizione di classe, essi restano ancorati a rivendicazioni separate (atomizzate, corporative) che non permettono loro di agire con coerenza rispetto alle proprie condizioni materiali complessive, di operare una sintesi rispetto a spinte particolari contraddittorie.

In questo momento, la lotta atomizzata, corporativa diventa universale attraverso l’organizzazione della classe, che fa evolvere in una propria ideologia e in un programma le precedenti spinte politico-ideologiche parziale, facendosi propriamente ‘partito’.

Tale momento è fondamentale poiché, oltre a superare le divisioni di classe raggiungendo un piano politico vero e proprio, getta di fatto le basi per lo scontro finale, quello politico-militare – il passaggio della lotta di classe attraverso la guerra civile – che rappresenta il terzo momento. Alle sue soglie, chiaramente, si fermano coloro che propongono Gramsci come padre nobile della via pacifica al socialismo, mentre l’arte della strategia dei rivoluzionari passa proprio attraverso l’azione soggettiva di questo momento che, se non ha successo, evidentemente preclude anche solo la possibilità di giocare realisticamente la partita per ribaltare i rapporti di forza militari tra le classi.

La lezione della disfatta della Comune di Parigi nel 1871, coi suoi limiti nel momento “politico” che impedirono di sostenere vittoriosamente quello “militare”, ha in questo senso una ricaduta enorme sul pensiero marxista successivo (e quindi anche su quello del Gramsci dei quaderni) rispetto al carattere storico necessario, e non accessorio, del “farsi partito” da parte della classe lavoratrice, e di esercitare una propria egemonia: la messa in discussione dello Stato borghese su scala nazionale e internazionale passa attraverso questi assi fondamentali di azione e scontro politico.

Al contrario di quello che emerge dal senso comune cultural-riformista attorno a Gramsci, la sua teoria dell’egemonia, anche quando è rivolta all’egemonia proletaria, dà per scontato, e non come astrattamente possibile, improbabile, anche il momento militare: Gramsci non pensa che si possano evitare le fasi dell’insurrezione e della guerra civile, all’intero del processo della lotta di classe e del passaggio dal capitalismo al socialismo. Non teorizza una “via italiana al socialismo” che salti questi passaggi tramite la conquista delle istituzioni nella democrazia borghese.

In questo senso, il periodo di tempo che intercorre tra la mera esistenza economico-corporativa della classe e la sua costituzione in partito in grado di contendere i rapporti di forza militari e di esercitare una propria egemonia, è una fase mediana rivolta verso la fase propriamente rivoluzionaria della lotta di classe, quella in cui il tentativo di resistere da parte della vecchia classe dominante genera un confronto fisico, militare. Proprio sulla necessaria evoluzione della lotta di classe e dell’egemonia, rivendichiamo una lettura divergente, contrapposta, rispetto a letture predominanti nel “gramscismo” italiano (e non solo), dove si verifica concretamente l’esistenza di un presupposto strategico che vuole richiamarsi a Gramsci, e che però è ben distinto da quello marxista, da quello dello stesso Gramsci. Ciò è ben sintetizzato dal noto gramsciologo Giuseppe Vacca (2020), nel suo Dal materialismo storico alla filosofia della praxis, quando afferma che

questa “revisione” della filosofia marxista [l’uso dell’espressione “filosofia della praxis, ndr] implica non solo il definitivo distacco dal marxismo-leninismo, ma una “rottura epistemologica” rispetto ai precedenti scritti politici dello stesso Gramsci e, soprattutto, una nuova lettura dell’opera di Marx (con particolare riferimento alle Tesi su Feuerbach e alla Prefazione a Per la critica dell’economia politica), anche in relazione ai profondi rivolgimenti dello scenario politico internazionale tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta, che vede definitivamente tramontare la prospettiva della rivoluzione proletaria mondiale [corsivo nostro].

Ciò che bisogna sottolineare, al contrario, è che, come sottolinea Gramsci nei Quaderni, la fase ‘strategica dell’egemonia’ (Dal Maso 2020) oscilla tra la prima e la seconda fase, cioè dalla fase economico corporativa a quella relativa allo scontro politico-militare: Gramsci non è affatto il teorico del tramonto definitivo(!) della rivoluzione proletaria mondiale come processo storico che porti all’instaurazione del socialismo, e negare la possibilità (e l’esistenza di fatto, oggi) di ulteriori epoche di “crisi, guerre e rivoluzioni” è un esercizio teorico che lascia a dir poco perplessi.

A tal proposito Gramsci, nel Quaderno nel quale affronta le tre fasi, afferma che:

lo sviluppo storico oscilla continuamente tra il primo e il terzo momento, con la mediazione del secondo (Q. 13, §17).

Ciò riflette e conferma che le tre fasi non sono di fatto separate seguendo un percorso, per così dire, cronologico, ma si pongono in maniera dialettica compenetrandosi.

Tale affermazione infatti, oltre ad essere una diretta critica alle posizioni dei sostenitori della via pacifica al socialismo, che non prendevano di fatto in considerazione lo scontro politico-militare, risulta essere una chiara contrapposizione con le posizioni di chi chiamava alla rivolta con lo scopo di intercettare la maggioranza del proletariato.

Già nel 1922, Lev Trotsky (1922), parlando all’Esecutivo dell’internazionale Comunista, criticava le posizioni di Terracini sulla ‘Strategia dell’offensiva’.

Tale prospettiva, che rifiutava la tattica del Fronte Unico e che pretendeva, considerata la crisi del capitalismo nel primo Dopoguerra, un’azione diretta di offensiva contro la borghesia che avrebbe portato alla conquista della maggioranza del proletariato, era di fatto scorretta e avrebbe potuto far deragliare il processo rivoluzionario.

Tale posizione fu controbattuta dallo stesso Trotsky, e prima da Lenin nel III congresso dell’Internazionale, che ripartendo dall’Introduzione alla critica dell’economia politica, affermava che:

No, adesso comincia una nuova tappa; la borghesia, attualmente, è, se non completamente stabile, almeno abbastanza stabile sulle sue gambe per obbligarci, noi, comunisti, a conquistare anzitutto la coscienza della maggioranza dei lavoratori.

Seppur in maniera non esplicita, il passaggio appena citato, va di pari passo con ciò che scrive Gramsci sui rapporti di forza.

L’egemonia, dunque, e la sua importanza strategica nella risoluzione dei rapporti politico-militari (lo scontro armi in pugno), non può essere intesa soltanto come fine militare ultimo, ma come invece lo strumento che media in continuazione tra creazione della coscienza di classe e come preparazione politico-militare.

Mirare all’azione ultima come unico scopo, dunque, risulta essere una strategia che si distacca completamente dalla realtà.

Quante volte abbiamo sentito parole d’ordine, che seppur corrette e radicali, non hanno avuto alcun effetto nelle lotte che si sono consumate nel nostro paese nell’ultimo periodo?

Il passo che generalmente manca anche nella sinistra rivoluzionaria è quello di intraprendere la fase strategica dell’egemonia, ovvero quello di creare quell’universalità che permetterebbe alla classe di superare l’atomizzazione delle lotte e il corporativismo, prima, e di costituire l’organizzazione politica capace di pensare e di dirigere lo scontro politico-militare. È chiaro che un’organizzazione del genere deve dimostrare di saper conquistare e svolgere un ruolo dirigente prima della fase dello “scontro fisico” della lotta di classe.

Piani di lotta astratti senza una reale base politico-ideologica e un’accumulazione di forze nel movimento operaio stesso, non fanno che aumentare il distacco, per usare un’altra categoria gramsciana, tra intellettuali organici e la loro classe di riferimento. Insomma, si pone il problema di saper comprendere le esigenze della classe operaia di oggi, stretta nella morsa della crisi economica e dal terrore di perdere il posto di lavoro, di risolvere le problematiche che si pongono in maniera immediata – ciò che Trotsky definiva interessi immediati.

Non ci si riferisce tanto alle avanguardie della classe lavoratrice politicizzata, ma quanto alla massa dei lavoratori che restano fuori sia dalle organizzazioni sindacali che politiche.

Anche in questo caso, il discorso precedentemente citato di Trotsky all’IC contro gli estremisti prende ancora più importanza.

In un passo successivo, sempre in risposta a Terracini, Trotsky (1922) evidenzia l’errore della strategia dell’offensiva:

Gli operai che non entrano nel nostro partito e che non comprendono il nostro partito dicono: ‘ci si dia la possibilità di lottare per l’oggi!’. Non possiamo rispondere loro che noi ci siamo separati (dai socialisti, ndr) per preparare il vostro futuro, il nostro grande dopodomani. Essi non comprenderebbero perché concentrati completamente dal loro oggi.

Oggi, nonostante il grande ciclo di lotte che si è aperto, le mobilitazioni della classe operaia restano di fatto corporative e, solo in rari casi – si veda la campagna volutamente “politica” della lotta dei lavoratori GKN – accennano a trasformare il momento economico in quello universale. La questione che si pone ai rivoluzionari è allora quella di articolare e collegare a un piano politico, al momento universale, quegli interessi immediati, che possono essere espressi in un dato momento da alcune lotte, o che si presentano come mero bisogno oggettivo, ancora privo di una soggettività operaia che lo esprima e lotti per ottenerlo. Ciò si scontra chiaramente con le condizioni reali della coscienza della classe lavoratrice nel suo insieme che, ad esempio oggi nel nostro paese, non vede “naturalmente” come giuste azioni, posizioni politiche e rivendicazioni programmatiche perché esse in generale corrispondono ai loro interessi di classe (fossero pure solo quelli immediati), proprio perché essa non conserva e non sviluppa automaticamente o istantaneamente la memoria storica, l’esperienza pratica e la coscienza politica.

L’obiettivo pratico che si pone, allora, è quello di dare risposte concrete che permettano di lottare per gli interessi immediati e in prospettiva di risolverli, e che, nel loro svolgersi, siano elementi di costruzione politica verso l’insurrezione, in primis la formazione di un’organizzazione partitica rivoluzionaria.

La lotta contro un licenziamento o per l’aumento del salario deve fungere da momento di costruzione dell’egemonia in chiave strategica rivoluzionaria e preparatoria nella risoluzione dei rapporti politico-militari.

Per esempio, in un contesto in cui la classe operaia è egemonizzata in senso socialdemocratico-borghese, in cui aderisce in massa alla coscienza “economico corporativa”, c’è il compito “militare” di favorirne forme di auto-organizzazione per creare il terreno pratico in cui far passare su più larga scala forme di coscienza più elevate, sulle quali costruire a un livello ancora più alto la dialettica tra piani dei rapporti di forza (quella dello scontro con la borghesia). Si tratta di superare, così, l’impostazione settaria della propaganda astratta “massimalista” volta a un reclutamento parrocchiale rigidamente uno-a-uno, di fatto divergente dalla costruzione di una direzione rivoluzionaria del movimento operaio, che è di fatto l’altra faccia della politicizzazione “comunista” riformista inaugurata dalle vecchie socialdemocrazie e aggiornata coi PC del XX secolo.

Rimuovendo questa prospettiva, ecco che gli scopi delle politiche “egemoniche” che sarebbero ispirate da Gramsci consistono, molto più “umilmente”, nel contrastare l’avanzata delle destre cosiddette ‘populiste’.

Secondo questo approccio, l’egemonia dovrebbe realizzarsi attraverso una continua e martellante – usando a sproposito un’altra categoria gramsciana – ‘guerra di posizione’, conquistando e occupando le casematte della società civile, ovvero cercando di far emergere un pensiero alternativo all’avversario politico. Ovviamente “alternativo alle destre”, non alternativo al capitalismo in quanto tale, che d’altronde viene governato spesso e volentieri dai vari “centrosinistra”.

Ciò che possiamo concludere, invece, è che l’egemonia serve alla classe lavoratrice non per rafforzarsi indefinitamente sulla base di “consolidate tattiche” all’interno della pace sociale borghese, ma per insorgere e mantenere il potere politico dopo la sua conquista rivoluzionaria, al fine di avanzare verso il comunismo – e niente meno di questo.

Illuminante sotto questo punto di vista è il testo del quaderno 18, paragrafo 28, nel quale Gramsci mette nero su bianco i compiti storici – a patto che si avesse una prospettiva rivoluzionaria – che si ponevano all’epoca del Risorgimento nella lotta politica, che comprendeva la sconfitta militare degli occupanti austriaci:

1) [costituire] un forte partito italiano omogeneo e coerente; 2) che questo partito avesse un programma concreto e specificato; 3) che tale programma fosse condiviso dalle grandi masse popolari […] e le avesse educate a insorgere “simultaneamente” su tutto il paese.

Gramsci parla in termini di “guerra di movimento”, cioè dando un esempio pratico del fatto che, quando usa la categoria di “guerra di posizione”, non ipotizza una “strategia di logoramento” riformista, alternativa a una “strategia di abbattimento” rivoluzionaria (cambiando i termini, appunto, in guerra di posizione/di movimento). Questa divaricazione in effetti si creò, ma come prodotto dell’evoluzione del dibattito strategico nel marxismo tra fine Ottocento e inizio Novecento, con la rottura tra socialdemocratici e marxisti rivoluzionari organizzati nell’Internazionale Comunista, di cui Gramsci fu uno dei primi sostenitori convinti in Italia.

Passaggi come quello che abbiamo citato fanno luce anche sul fatto che, elaborando il concetto di rivoluzione passiva, Gramsci non ragionasse nei termini di una giustificazione dell’utilizzo della rivoluzione passiva da parte della borghesia per andare al potere e modernizzare la società, e che tanto meno lo facesse per ipotizzare una strategia socialista dove il superamento del capitalismo avvenisse puramente “dall’alto”, sopra le teste dei proletari stessi, negando l’elemento della auto-organizzazione delle masse popolari, in una parola il soviettismo. Al contrario, questa premessa generale dell’arte della direzione e dunque della formazione di una egemonia proletaria è espressa esplicitamente da Gramsci:

Esistono davvero governati e governanti, dirigenti e diretti. Tutta la scienza e l’arte politica si basano su questo fatto primordiale, irriducibile (in certe condizioni generali). […] Nel formare i dirigenti è fondamentale la premessa: si vuole che ci siano sempre governati e governanti oppure si vogliono creare le condizioni in cui la necessità dell’esistenza di questa divisione sparisca? Cioè si parte dalla premessa della perpetua divisione del genere umano o si crede che essa sia solo un fatto storico, rispondente a certe condizioni? [Q 15 (II) § 4].

In queste righe, viene richiamato l’obiettivo storico che definisce come mezzi adeguati, in un’unità dialettica, la formazione in partito rivoluzionario della classe lavoratrice, la rivoluzione socialista, l’egemonia della classe lavoratrice: l’emancipazione non solo di sé stessa, ma di tutta l’umanità, al fine di liberarla dalla “regolazione”, dall’oppressione ad opera di “enti superiori”.

Giacomo Turci, Mattia Giampaolo

Questo articolo fa parte del numero 1, autunno 2021, della rivista Egemonia.

Riferimenti bibliografici

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