All’ottava votazione, Sergio Mattarella è stato rieletto come presidente della Repubblica Italiana, all’età di 80 anni. Un finale triste e rassicurante per i grandi partiti parlamentari, palesemente logorati dopo anni di bonapartismo pandemico.


Dopo sette fumate nere, finalmente è stato eletto il Presidente della Repubblica Italiana: 759 grandi elettori su 1009 (deputati+senatori+rappresentanti delle regioni) hanno votato il presidente uscente Sergio Mattarella.

Il requisito della sola maggioranza assoluta per l’elezione, invece della maggioranza di due terzi, è stato ampiamente superato, tanto che, se la convergenza fosse avvenuta subito, Mattarella avrebbe potuto essere eletto già alla prima votazione, avvenuta lo scorso 24 gennaio.

La crisi che per settimane ha colpito i partiti parlamentari si è risolta a favore di Mattarella, ottantenne(!), che rappresenta una conferma palesissima di una incapacità dei “grandi” partiti di uscire dalla fase di seria difficoltà che l’arrivo della pandemica di Covid-19. Proveremo di seguito a toccare brevemente alcuni punti legati alla “brillante” risoluzione di questa crisi.

Ad oggi il M5S, senza appoggiarsi al PD, non va da nessuna parte

Giuseppe Conte, attuale “capo politico” del M5S, ha rivendicato l’elezione di Mattarella come proposta del proprio partito che avrebbe sbloccato il duello da mezzogiorno di fuoco tra PD e centrodestra. Peccato che Mattarella non sia né un indipendente né tanto meno un simpatizzante del M5S, ma un politico di vecchio corso, proveniente da una delle famiglie “nobili” della Democrazia Cristiana e, nel suo caso, evolutasi nella componente della Margherita che poi sì fuse coi DS social-liberali nel Partito Democratico. Insomma, il ripiegamento su Mattarella non è un segnale di avanzamento di Conte o dei Cinque Stelle, ma una conferma del grande credito che gli alti dirigenti e personaggi “istituzionali” del PD ancora riscuotono sull’establishment italiano, europeo e internazionale, fattore sul quale gli altri partiti non possono contare allo stesso modo.

Col processo di ri-stabilizzazione e ritrovamento di una vocazione politica precisa del partito ancora in corso, mentre continua a perdere parlamentari e incarichi istituzionali, il M5S come partito virtuale-elettorale sembra non avere buone prospettive al di fuori di un ruolo di gregario centrista del PD.

Il presidente di tutti… i poteri forti

La retorica del “candidato di tutti”, che “rappresenta tutto il paese”, utilizzata durante le elezioni del presidente della Repubblica, difficilmente è eguagliata durante le altre elezioni di vario grado, nonostante la pressione per essere il più “ecumenici” possibile: banalmente, se si deve prendere l’incarico di commessi del “comitato generale d’affari della borghesia”, cioè il governo e l’alta burocrazia statale, questo vale tanto di più mano a mano che “si sale” nella gerarchia, arrivando al picco della massima carica istituzionale del paese.

Non a caso, in un dibattito politico nazionale che si è andato ripolarizzando tra una destra a trazione nazionalista, e un “centrosinistra” a geometria variabile, comunque centrato sul PD, lo scontro ideologico e i diversi interessi di settori delle classi dominanti rappresentati rendono molto difficile un candidato che soddisfi per davvero tutti. Ciò che, ancora oggi, sembra rappresentare meglio un necessario compromesso è una posizione “democristiana di sinistra” – né apertamente asservita al Papa e ai vescovi della CEI, né convintamente laica; né beceramente nazionalista e reazionaria, né troppo “illuminata”, così da non cozzare con le brutali politiche concrete della fortezza-UE in tema di sfruttamento della massa dei salariati e ulteriore repressione dei migranti e di altre categorie da “sorvegliare e punire”.

Ma soprattutto Mattarella, uomo d’esperienza nelle istituzioni, simboleggia bene l’asse strategico storico su cui la borghesia italiana e i suoi partiti forti hanno puntato per più di mezzo secolo: la piena integrazione nella NATO come soci minori degli USA – magari un po’ birichini, ma in ultima analisi fedelissimi ai loro “salvatori” e compatti negli appuntamenti cruciali delle avventure imperialiste occidentali all’estero.

Il fatto che la situazione si sia sbloccata proprio dopo una serie di incontri dei capi politici con Draghi “in via Vittorio Veneto” (dove si trova l’ambasciata americana a Roma), i complimenti vivissimi di Draghi (che sapeva, come tutti, di giocare col fuoco nel pensare di farsi eleggere presidente, ora che la “luna di miele” con l’elettorato è finita) e di Macron danno conferme che un certo segnale di conferma del posizionamento strategico dell’Italia andava dato, ed è stato infine dato.

Nessuno dei poteri forti si può lamentare di questo risultato… se non che, sul lungo periodo, una tale debolezza dei partiti dell’attuale maggioranza “larga” di governo rischia di andare incontro a delle crisi importanti, indebolendo quella meravigliosa “governabilità” che gli elementi autoritari in rafforzamento dei due governi all’insegna del bonapartismo pandemico-confindustriale (Conte e Draghi) hanno finora garantito, scaricando per intero la crisi economica post-Covid sulla classe lavoratrice e sugli altri settori subalterni della società, con una concentrazione della ricchezza accelerata verso una nettissima minoranza di ricchi.

Il centrodestra deve ancora vedere il peggio…?

Il dato più “storico” di questa elezione è che il periodo “berlusconiano” della politica italiana è formalmente terminato – anche se i suoi strascichi dureranno senza dubbi per tutto un periodo: Silvio Berlusconi è stato finalmente etichettato come “impresentabile” e la strada all’ennesimo incarico ai vertici dello Stato gli è stata sbarrata, senza che si scatenasse una guerra in sua difesa da parte del suo campo.

Certo, l’ora del pensionamento politico di Berlusconi – che ha 85 anni! – era comunque alle porte, ma non è scontato che il centrodestra come lo conosciamo – con il nuovo baricentro nazionalista-leghista, più connesso al populismo internazionale di estrema destra – sopravviva serenamente a una sconfitta del genere: una coalizione che continua da anni a vincere la gran parte delle elezioni, che è sempre e comunque in cima ai sondaggi su scala nazionale, si ritrova con un baricentro istituzionale nazionale (ministeri, organi istituzionali nazionali ed europei, sindaci di Milano e Roma, eccetera) ancora spostato verso il PD in maniera sproporzionata al suo consenso elettorale. Si pone insomma il piano elettorale-istituzionale di chi rappresenti il partito organico, realmente “dominante” nelle varie sfumature di interessi e opzioni strategiche della borghesia italiana.

Si pone anche, dunque, la questione di disfarsi nei fatti – al di là dei discorsi della domenica – delle zavorre di partito fuori dal tempo e dai modi “sovversivi” che tanto hanno premiato Matteo Salvini e Giorgia Meloni nell’ascesa come capi della Lega e di Fratelli d’Italia, e come soci di maggioranza del centrodestra. Senza esplorare oltre questa complessa questione, rimane quanto meno il nodo del ruolo economico, sociale, organizzativo del clan rappresentato da Berlusconi e soci nel dare un’identità e un apparato funzionante su scala nazionale alla destra: non è tanto facile sostituire il ruolo di una rete di potentati economici che alle spalle hanno miliardi di euro…

Fatto sta che, dopo il “no comment” di Salvini, Giorgia Meloni ha fatto valere il suo ruolo di peso nella destra, e di attuale opposizione al governo amico delle banche (e dunque “piddino”), dichiarando:

Il centrodestra parlamentare non esiste. Credo che sia necessario ricominciare da capo, oggettivamente, cioè rifondare il centrodestra”. Per poi aggiungere: “Fratelli d’Italia è l’unico partito che in questa vicenda è entrato e uscito esattamente con la stessa posizione che aveva. E gli altri non mi vengano a dire che hanno tutti vinto, perché quando siamo arrivanti lunedì e abbiamo cominciato a votare per il Capo dello Stato nessuno voleva la riconferma del presidente Mattarella. Non la voleva il presidente Mattarella stesso. Oggi si dicono tutti contenti, ma tutti quanti escono con una posizione diversa da quella che avevano, salvo Fratelli d’Italia, tanto per cambiare”.

Si tratta, insomma, di vedere come la seconda parte del governo Draghi, “coperta” dall’alto da un Mattarella confermato, influisca sulla tendenza a rinforzare un’area larga, composita, di centro (da Forza Italia a parte del centrosinistra) che garantisca stabilità e governabilità al di là della singola tornata elettorale: una tendenza che rende mano a mano oggettivamente subordinato il ruolo di una destra che a parole si oppone di continuo alle “ragionevoli” scelte di governo e di integrazione nelle politiche mainstream dell’UE e della NATO.

Insomma, il centrodestra rischia di non essere in grado di riorganizzarsi per presentarsi con una linea unitaria di medio periodo, vivendo di alleanze elettorali sempre più superficiali e deboli, mettendo in forse il momento dell’”incasso” su scala nazionale del vantaggio nei sondaggi, che Salvini e soci sognavano fosse già arrivato in quella crisi di governo da operetta, con suicidio politico incorporato, che fu la rottura della Lega con Conte nell’estate del 2019. D’altronde, proprio questa mossa della desta aprì uno spazio inatteso al centrosinistra stesso, facendone ancora una volta il partito “imprescindibile” di governo anche sotto la crisi pandemica.

E noi? Quando a sinistra il massimo è un certo democraticismo progressivo

In breve, per concludere, è doveroso menzionare il fatto che, tra la rosa di ipotetici candidati “minori” che qualche chanches di prendere qualche voto l’hanno pure avuta, i candidati di maggior peso sono stati Paolo Maddalena, presidente emerito della corte costituzionale, e Luigi Manconi, docente universitario e giornalista con un passato che dall’azione cattolica a ruoli culturali nella sinistra extraparlamentare, alla carriera di senatore con Verdi, DS e poi PD.

Il primo è un esponente “classico” dell’alta burocrazia di Stato, apparentemente “non politica” perché non eletta, come se i magistrati o gli alti funzionari statali fossero così preservati da avere posizioni politiche e dal rappresentare meglio o peggio certi interessi. Maddalena come candidato “sopra le parti” qualche difetto ce l’aveva, e infatti non è andato lontano nelle votazioni: rivendica storicamente posizioni “sovraniste” con toni sì nazionalisti ma senza una serie di esagerazioni da ultradestra nazionalista tipica di Lega e FdI, dunque contesta l’UE e l’euro e rivendica una certa ri-nazionalizzazione dell’economia italiana “a difesa e applicazione della Costituzione”. Un fraseggio che dopo settant’anni abbondanti di “applicazione della Costituzione” dovrebbe far ridere chiunque non sia pagato per difendere un regime politico basato sulla difesa del “sacro” sfruttamento quotidiano dei lavoratori e della “sacra” grande proprietà privata. Eppure ci sono cascati anche il Partito Comunista di Marco Rizzo e Potere al Popolo – entrambi dotati di parlamentari fuoriusciti dal M5S dopo le elezioni. Addirittura la candidatura di Maddalena ha ricevuto ulteriori appoggi extraparlamentari da sinistra, compresa Rifondazione Comunista, per via del carattere di “garante della democrazia e della costituzione” che Maddalena avrebbe meglio ricoperto. Ora, non solo la sinistra “operaia” si è esposta al ridicolo di valutare quale dei candidati proposti dalle varie correnti borghesi e piccoloborghesi appoggiare, senza alcuna distinzione di classe e trattando gli altri burocrati statali come saggi e utili alleati nella lotta… per l’applicazione della costituzione (con l’orizzonte socialista ormai stimabile a 500 anni di distanza, evidentemente). Ma la scoperta della posizione, rivendicata da anni e anni!, antiabortista di Maddalena [1] ha portato Potere al Popolo – ma non tutti gli altri sostenitori di Maddalena!!! – a ritirare di corsa il proprio appoggio, senza mezza parola sul carattere forse forse errato di approcciarsi all’elezione del massimo rappresentante della conservazione istituzionale – forti di una pattuglia parlamentare del tutto ininfluente nell’esito del voto – scartando senza dubbio l’opzione di una forte campagna, centrata su rivendicazioni democratiche, attorno a una figura rappresentativa della nostra classe, non di quell’altra.

Invece nulla, anche questa volta si è mancata l’occasione di criticare strutturalmente il carattere anti-democratico della nostra repubblica, rivendicando, ad esempio, l’eliminazione di qualsiasi privilegio e delle prerogative “da re” del presidente della repubblica, a partire dallo stipendio mensile di 20.000 euro e del budget di 224 milioni stanziato ogni anno per il Quirinale – uno schiaffo in faccia a milioni di disoccupati e salariati che vivono sotto la soglia di povertà.

La principale alternativa “di sinistra” a Maddalena, dicevamo, è stato Manconi, cioè un personaggio con un curriculum politico tipico del vecchio popolo della sinistra piccoloborghese del tutto integrato col sistema, in questo caso addirittura come senatore del PD. Una persona senz’altro molto più decente di tutti o quasi gli altri candidati, ma che in ultima istanza non esprime neanche la minima alternativa a quel consenso da “imperialismo democratico” ben rappresentato già da Mattarella, che parla di ius soli senza neanche provare seriamente a farlo passare come legge, e intanto depreda le ricchezze di interi paesi, occupandone pure militarmente qualcuno.

Il fatto che non solo non si sia fatta una campagna da un versante democratico-radicale contro questa elezione – come sarebbe scontato per dei socialisti – ma che nemmeno si sia riusciti a proporre a gran voce un candidato perlomeno attivamente solidale al movimento operaio (se proprio non un suo esponente di spicco), è una grande lezione del profondo ritardo e della confusione che affliggono la sinistra “popolare” – anche quella “radicale” – quando si tratta di stabilire la prima e fondamentale condizione perché si possa affermare via via una politica socialista: l’indipendenza della classe lavoratrice e del suo campo politico di fronte alla classe dominante, ai suoi partiti e alle sue istituzioni – presidente della repubblica compreso.

Non è nemmeno vagamente concepibile di avanzare verso qualche successo significativo in questa direzione – men che meno pensare a un’egemonia su una più vasta platea di diseredati! – senza la conquista di questa condizione grazie all’attività quotidiana e alla lotta politica dei militanti di tutte le organizzazioni della sinistra che si dice operaia e popolare nel nostro paese.

Giacomo Turci

Note

1.Cosa che in sé alle istituzioni “non fa problema”, dato che che la nuova presidente del parlamento europeo Roberta Metsola è una antiabortista dichiarata.

Nato a Cesena nel 1992. Ha studiato antropologia e geografia all'Università di Bologna. Direttore della Voce delle Lotte, risiede a Roma e milita nella Frazione Internazionalista Rivoluzionaria (FIR).