In seguito alle due giornate di sciopero organizzate dall’USB, il 22 settembre e il 3 ottobre, i lavoratori e le lavoratrici italianx hanno deciso di mobilitarsi nuovamente questo venerdì 28 novembre, con una grande manifestazione nazionale che ha avuto luogo il giorno dopo.


Lo sciopero è stato motivato da un appello chiaro: «Contro il bilancio di guerra e il governo Meloni, rompere con Israele, Palestina libera». A poche settimane dal voto sulla manovra finanziaria per l’anno prossimo, le scioperanti hanno sottolineato che la finanziaria si inserisce in una dinamica di peggioramento delle condizioni di vita e di smantellamento dei servizi pubblici in favore delle politiche di riarmo.

In Italia, infatti, le condizioni di vita sono peggiorate: l’età pensionabile è di 67 anni, e l’USB chiede che sia abbassata a 62. Non esiste un salario minimo nazionale, e l’USB chiede che sia fissato a 2000 euro (“Abbassate le spese militari, aumentate i salari” dice il sindacato nel suo volantino di appello); ed alla luce del dato per cui un italiano su dieci vive al di sotto della soglia di povertà, lo sciopero chiede il ripristino dell’indicizzazione dei salari all’inflazione, una misura che è stata abolita negli anni ’80.

I manifestanti hanno inquadrato il tutto nel contesto bellicista internazionale, con il protrarsi del genocidio in Palestina ed i nuovi investimenti nella corsa al riarmo da parte del governo di estrema destra di Giorgia Meloni. Per questo l’USB chiede l’uscita dell’Italia dalla NATO, la fine di qualsiasi accordo economico o militare con Israele e la fine della fornitura di armi all’Ucraina. Oggi, nelle strade di Genova, i manifestanti hanno espresso a gran voce: «Noi la guerra la diserteremo».

Lo sciopero è stato effettuato soprattutto nei settori dell’istruzione e dei trasporti, dove i ferrovieri hanno scioperato per l’intera giornata a livello nazionale. A livello regionale è stata interrotta la quasi-totalità del servizio, eccezion fatta per una fascia di garanzia di tre ore tra le 18 e le 21, a causa delle leggi anti-sciopero che coinvolgono i settori considerati essenziali. Il blocco delle attività è stato seguito non solo nelle solite metropoli che fanno sempre notizia – Torino, Genova, Bologna, Milano, Roma, Napoli, Palermo – ma anche in diverse città di provincia, a volte di poche migliaia di abitanti, dove si sono svolti raduni e manifestazioni, articolando rivendicazioni nazionali con slogan locali.

Lo sciopero, da nord a sud

A Livorno, alle 6:30 del mattino, un centinaio di lavoratori dell’USB ha bloccato i quattro accessi alla zona portuale, uno dei punti nevralgici di tutto il trasporto merci nel Mediterraneo. La manifestazione degli studenti, che ha sfilato in centro, e quella dei lavoratori, che ha riempito lo spiazzo di fronte sede di Leonardo, congiuntamente al blocco e alla successiva manifestazione dei portuali hanno paralizzato la città e, ovviamente, il traffico marittimo.

A Genova, da cui è cominciato il movimento Blocchiamo Tutto lo scorso 22/09, erano presenti la relatrice speciale per la Palestina delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, nonché gli attivisti Greta Thunberg e Thiago Avila, entrambi membri dell’equipaggio della Global Sumud Flotilla, intercettata illegalmente dall’esercito israeliano, al fianco dei portuali del CALP e Josè Nivoi, altro membro dell’equipaggio della Global Sumud Flottilla. Nel suo intervento, Francesca Albanese ha sottolineato in particolare l’ipocrisia del cessate il fuoco imposto da Donald Trump.

A Termoli, in Molise, si è tenuto un raduno nel luogo in cui avrebbe dovuto sorgere una “giga-factory” del colosso automobilistico Stellantis: un progetto fantasma, dato che Stellantis ha avviato una serie di delocalizzazioni. Il presidio ha protestato contro la riconversione dello stabilimento, destinato alla produzione di batterie per auto elettriche, che, secondo un rappresentante dell’USB, ha finora comportato una perdita del 50% dei posti di lavoro.

A Roma, gli studenti hanno sfilato per le strade della capitale in direzione del Parlamento, manifestando per il diritto all’istruzione e contro la complicità delle università italiane con gli istituti e i centri di ricerca israeliani, per poi raggiungere i lavoratori in sciopero. Davanti alla sede del Parlamento italiano, i sindacalisti dell’USB hanno chiesto la fine della guerra e della complicità con Israele, avanzando poi un “controbilancio popolare” che prevede il finanziamento della sanità pubblica e dell’istruzione, l’aumento dei salari e delle pensioni, con i soldi provenienti dalla tassazione delle banche e delle assicurazioni le quali, negli ultimi anni, si sono arricchite investendo nel settore privato.

A Trieste, un corteo di studenti e lavoratori a sostegno della Palestina si è diretto verso il porto della città, dove un’azienda israeliana che produce materiali a duplice uso civile-militare si è appena stabilita, approfittando della crisi della Flextronics, multinazionale americana di componenti elettronici.

A Venezia, diverse centinaia di persone, organizzate dal coordinamento regionale per la Palestina, hanno bloccato anche la strada statale Triestina e lo stabilimento Leonardo a Tessera, prima di essere represse dalle forze dell’ordine con cariche e idranti. A Siena, un corteo composto principalmente da studenti e sindacati del settore sanitario ha manifestato a sostegno della Palestina, contro la finanziaria per il 2026 e contro gli orari di lavoro eccessivi negli ospedali, che superano di gran lunga le 36 ore settimanali previste dai contratti di lavoro.

A Torino, i lavoratori della logistica e dell’industria sono scesi in piazza insieme agli studenti e al Global Movement for Gaza. Hanno organizzato un picchetto davanti a Intesa San Paolo, la principale banca della città, e hanno sventolato uno striscione in solidarietà con Mohamed Shahin, l’imam egiziano che, il 27 novembre, è stato incarcerato in un CPR a causa del suo sostegno alla causa palestinese e della difesa del diritto del popolo palestinese a resistere l’occupazione israeliana. Questa misura dimostra il livello di repressione senza precedenti che il governo Meloni è disposto ad attuare per cercare di soffocare le mobilitazioni che l’USB, gli altri sindacati di base ed il movimento di solidarietà con la Palestina sono riusciti a scatenare negli ultimi mesi.

La mobilitazione è proseguita sabato 29 novembre con una grande manifestazione a Roma, con gli stessi slogan, che secondo i sindacati ha riunito 100.000 persone. Dopo la manifestazione, i partecipanti si sono ritrovati in piazza San Giovanni per una serie di interventi, tra cui quelli di Greta Thunberg e Thiago Ávila.

E adesso?

La grande assente dalla mobilitazione è stata la CGIL che, dopo aver snobbato la prima data di mobilitazione del 22 settembre, si era schierata con l’USB per il 3 ottobre, sotto la pressione della sua base. Questa unità sindacale è stata di breve durata: la confederazione maggioritaria ha preferito imporre una data concorrente, il 12 dicembre, invece di partecipare oggi, preferendo una data di mobilitazione di routine e puramente simbolica contro la finanziaria, come ogni anno.

Bisogna, quindi, constatare, che la data dello sciopero di oggi, con una data concorrente tra due settimane, non ha avuto la stessa portata delle giornate dei mesi precedenti. L’appello dell’USB non ha suscitato, come il 22 settembre, un’adesione massiccia della base della CGIL.

Blocchiamo Tutto è stato un momento di risveglio del movimento operaio italiano, un promemoria del fatto che, dopo decenni di apatia, coloro che fanno funzionare la società possono anche fermarla. Questo cambio di soggettività segna un salto di qualità per il movimento operaio, in Italia come in Europa, ma si tratta di un processo a lungo termine. L’urgenza del genocidio in Palestina e l’attualità della flottiglia hanno dato un’accelerata a questa dinamica. Ora il compito è quello di trasformare questo movimento di breve durata in uno scontro di lunga durata contro il governo di estrema destra ed i suoi piani di austerità e riarmo.

Se il movimento «Blocchiamo Tutto» è stato reso possibile da anni di militanza dei sindacati di base nei luoghi di lavoro, la convergenza e l’unità sindacale si sono cristallizzate in modo più spontaneo di fronte all’orrore del genocidio a Gaza, che ha suscitato un’indignazione tale da favorire le dinamiche di unità.

Ora si tratta di costruire consapevolmente questa unità. La combattività dei portuali e dell’USB ha permesso di mobilitare una parte significativa della base della CGIL nelle giornate di mobilitazione che la dirigenza della grande confederazione sindacale boicottava: per rimuovere i blocchi che le direzioni confederali pongono a tutte le mobilitazioni la cui radicalità le spaventa, sarà necessario lavorare costantemente con le basi dei grandi sindacati per ritrovare la forza di Blocchiamo Tutto e dimostrare, ancora una volta che la classe operaia italiana può far cadere bilanci e governi, e andare oltre, puntando alle riforme autoritarie che Meloni e il regime stesso sognano.

La combattività dell’USB è la sua principale risorsa e deve ora essere messa al servizio di una strategia di fronte unico, per sfidare la direzione dei grandi sindacati a costruire il fronte unico sindacale, e mobilitare le loro basi a partire da un programma radicale di lotta che deve, necessariamente, essere il prodotto di un confronto il più democratico possibile tra gli aderenti alle varie realtà sindacali che stanno rianimando il movimento operaio.

Solo in questo modo possiamo sfidare apertamente le burocrazie più retrive della CGIL e delle altre confederali a chiamare un vero, grande sciopero generale, ancora più importante di quello di ottobre, il quale ha reso l’Italia un punto di riferimento per la lotta di classe a livello internazionale pur non avendo espresso, anche in quel caso, il massimo del suo potenziale. Dando voce e forza alle pressioni non soltanto di una base sindacale, ma del congiunto delle basi che compongono il movimento operaio, possiamo costringere anche Landini e soci a schierarsi per uno sciopero generale che rivendichi un programma non diluito ed espressione della routine, ma radicale e riflessivo della rabbia di milioni di lavoratori, lavoratrici, studentx e precarix.

Come FIR-VDL, abbiamo partecipato in corteo nelle varie realtà dove ci troviamo, il 28, ed abbiamo risposto alla chiamata di Roma del 29: continuiamo a lottare nei nostri luoghi di lavoro e nei nostri contesti di organizzazione sindacale per proseguire la mobilitazione ad oltranza, e per estenderla al massimo possibile, per ricostruire, partendo da essa, un campo politico indipendente della classe lavoratrice e dellx oppressx in grado di cambiare, davvero, tutto!

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