Lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio rappresenta un passo importante nella costruzione di una mobilitazione unitaria contro riarmo e repressione, che valica i confini nazionali coordinandosi con altri 21 porti del Mediteranneo. In un contesto di crescente tensione internazionale e repressione interna è essenziale riaccendere una stagione di lotta contro guerra, riarmo e imperialismo, riprendendo il percorso tracciato dalle mobilitazioni di questo autunno.


Dai primi giorni del 2026 il corso degli eventi sembra essersi accelerato: dal rapimento di Maduro, all’omicidio di Renee Good da parte dell’ICE, dalle rivolte in Iran alle minacce statunitensi di invasione della Groenlandia, dall’ intensificarsi dell’attacco del governo siriano contro il Rojava alle proteste in Bolivia, e infine l’ennesima uccisione da parte degli agenti federali di Trump.

L’esecuzione dell’infermiere Alex Pretti è avvenuta il giorno dopo lo “Shutdown”, una giornata di mobilitazione nazionale che ha interessato numerose città statunitensi, con Minneapolis come fulcro della protesta, dove migliaia di lavoratori, attivisti e cittadini sono scesi in strada nonostante il freddo intenso.

Le immagini che ci arrivano dagli Stati Uniti hanno un forte impatto. Non solo perché assistiamo a delle esecuzioni a sangue freddo, ma perché ciò avviene nel cuore dell’imperialismo, attraversato da una crisi sempre più evidente.
Crisi che svela come questa repressione non sia casuale, ma rappresenti l’altra faccia della politica internazionale aggressiva dell’amministrazione Trump, la cui ostilità cresce di fronte al suo stesso declino.

La risposta combattiva dei lavoratori e dei cittadini statunitensi, che hanno iniziato a parlare di sciopero generale, deve essere uno spunto per riaccendere la mobilitazione e riprendere il percorso di lotta che si è dato questo autunno in Italia.

Il governo Meloni sta attaccando frontalmente il movimento a sostegno della Palestina dello scorso autunno. Tra dicembre e gennaio l’esecutivo ha sgomberato l’Askatasuna, ha emanato 8 misure cautelari nei confronti di giovani, anche minorenni, durante l’operazione Riot” e 37 denunce a carico dei lavoratori di Massa per avere bloccato la ferrovia.

A tutto ciò si aggiunge l’annuncio dell’emanazione di un ulteriore pacchetto di sicurezza” che mina le basi del diritto a manifestare e prevede l’istituzione di zone rosse, aree dove le forze dell’ordine possono agire con impunità.

Si tratta di un’ondata repressiva indirizzata contro le avanguardie del movimento a sostegno della Palestina, movimento che è emerso dall’unione di settori di lavoratori strategici, come i portuali, con le realtà studentesche e giovanili.

Questo coordinamento dal basso rappresenta una minaccia per il governo perché ostacola il processo di militarizzazione, che richiede una popolazione frammentata, disciplinata e obbediente. Per questo la repressione colpisce l’avanguardia del movimento con denunce chirurgiche, sgomberi simbolici e inasprimenti normativi. Questi attacchi vogliono colpire la base della creazione di un fronte di lotta unito contro la repressione e la politica della guerra, contro la complicità del governo alla crisi ecologica, e contro i tagli ai salari e ai servizi essenziali previsti della legge di bilancio del governo Meloni. Manovra che, in un panorama caratterizzato da precarietà, salari bassi e tracollo del welfare, è un ulteriore colpo inferto alla classe lavoratrice.

Mentre la militarizzazione e gli avvenimenti a livello internazionale fanno apparire la guerra sempre più vicina, è importante riuscire a coordinarsi e organizzare un movimento compatto. In questa direzione, iniziative come la manifestazione di Massa del 23 gennaio a sostegno dei 37 denunciati, la manifestazione per l’Askatasuna del 31 gennaio a Torino e lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio sono segnali estremamente positivi.


In particolare, lo sciopero del 6 febbraio I portuali non lavorano per la guerra”, che vedrà di nuovo la città di Genova come protagonista e i CALP in prima linea, rappresenta un primo importante passo di una nuova stagione di lotta contro guerra, riarmo e imperialismo, riprendendo il percorso tracciato dalle mobilitazioni di questo autunno. Lo sciopero durerà 24 ore e vedrà coinvolti 21 porti dell’area del Mediterraneo, a cui potrebbero aggiungersene altri.

Mappa dei porti coinvolti nello sciopero del 6 febbraio 2026. Fonte USB

Mappa dei porti coinvolti nello sciopero del 6 febbraio 2026. Fonte: USB.

Il blocco di Genova partirà alle 18.30 e sarà seguito da una manifestazione, con punto di ritrovo al varco San Benigno.

Nonostante l’organizzazione di questa iniziativa sia stata molto complessa, anche a causa delle leggi antisciopero, appare sempre più necessaria in un quadro di crescente militarizzazione e privatizzazione dell’economia e dei settori strategici. Infatti, oltre ad un piano di riarmo da 100 miliardi di euro che interesserà i porti di Livorno, Genova, Trieste e Salerno, è prevista una riforma portuale che trasferirà il 40% degli introiti dalle casse dello Stato ai privati, per una somma di circa 178 miliardi di euro all’anno.

Il carattere internazionale rende poi lo sciopero ulteriormente significativo.

Riprendendo una lunga tradizione di solidarietà e internazionalismo che tra i portuali è stata sempre molto forte, i lavoratori marittimi hanno costruito un coordinamento internazionale che unisce i temi del lavoro con quelli dell’economia di guerra. Il trasferimento delle banchine al controllo privato non rappresenta solo un arretramento dei diritti, ma rende anche più agevole l’utilizzo dei porti per il traffico delle armi. Questa consapevolezza ha rafforzato la necessità del collegamento tra i lavoratori di diversi paesi e ne ha aggiunta un’altra: unirsi a livello internazionale amplifica la loro capacità di opporsi alla guerra.

La rete logistica degli armamenti

Secondo i dati di Weapon Watch, il commercio di armi che interessa l’Italia presenta un quadro complesso di fitti scambi e relazioni commerciali con Stati Uniti e Israele, in cui il nostro paese assume contemporaneamente tre ruoli distinti: è destinatario di armamenti, emissario verso mercati internazionali e, soprattutto, intermediario in un sofisticato meccanismo di triangolazione commerciale. Leonardo Spa riveste un ruolo di rilievo centrale in questo processo, fungendo da coordinatrice principale della catena logistica bilaterale tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Sul fronte delle importazioni, l’Italia riceve armamenti sia dagli Stati Uniti, che rimangono i maggiori esportatori mondiali di armi controllando circa il 50% del mercato globale, sia da Israele.
Quest’ultimo invia componenti che vengono assemblate in Italia e successivamente ri-esportate sotto forma di prodotti finiti. Attraverso il territorio italiano transitano inoltre armi fabbricate nel resto d’Europa: dalla Repubblica Ceca arrivano munizioni che ripartono via mare con ZIM, mentre la rotta tirrenica, alimentata da spedizioni in provenienza dalla Francia e che tocca i porti di Genova, La Spezia, Livorno e Salerno, costituisce un’ulteriore catena logistica fondamentale non solo per Israele ma per l’intero commercio militare internazionale.

Sul piano industriale, la società tedesca RWM con i suoi tre stabilimenti italiani, di cui il più operativo in Sardegna, rappresenta un nodo concreto di questa rete. Dalle sue strutture sono già stati identificati clienti interessati all’esportazione di droni israeliani, confermando ulteriormente il coinvolgimento italiano nella rete logistica internazionale degli armamenti.

Il boicottaggio tramite scioperi coordinati rappresenta uno strumento potente che la classe lavoratrice ha a disposizione per ostacolare questa escalation verso la guerra. Tuttavia, è cruciale non limitarsi ai soli porti, ma concentrarsi anche sull’altra grande infrastruttura strategica interessata da un forte processo di militarizzazione: la ferrovia.

Il collettivo Ferrovieri contro la guerra riporta che al Tarvisio sono entrati sedici carri di munizioni più due di detonatori, tutti diretti alla base USA di Camp Darby presso Livorno. Non è un episodio isolato. L’Italia ospita cinquanta basi militari e funge da intermediaria del passaggio di armamenti che arrivano dalla Repubblica Ceca, vengono convogliati a Camp Darby e ripartono verso altre destinazioni.

Tracciare il passaggio dei carichi di armi non è semplice, perché spesso transitano attraverso percorsi ferroviari dove la visibilità è minore. In questo senso, la creazione del bollettino “HUB”, uscito lo scorso dicembre e nato su iniziativa del Movimento NO BASE – Né a Coltano né altrove, rappresenta un importante passo verso il coordinamento dei lavoratori contro le politiche di guerra. Il bollettino si pone l’obiettivo di mappare i nodi strategici della rete di trasporto e di produzione militare in Toscana e Liguria, e vede la collaborazione di lavoratori e lavoratrici di ferrovie e porti, insieme ai movimenti per la difesa dalla militarizzazione del territorio tosco-ligure.

Per presentare questo bollettino sabato 21 febbraio alle 15.30 si terrà un’iniziativa al circolo SMS di Rifredi a cui parteciperanno ferrovieri, portuali, insegnanti e movimenti locali, per favorire il contatto e l’organizzazione tra lavoratori di settori diversi colpiti dalle politiche bellicistiche e il movimento studentesco.

Lo sciopero internazionale dei porti del 6 febbraio si inserisce quindi in un contesto di riorganizzazione dei settori in lotta, e rappresenta un esempio concreto del potere dell’organizzazione dei lavoratori dal basso, che quando sono chiamati a opporsi alla deriva bellica riescono a organizzarsi internazionalmente per inceppare uno dei rami economici più strategici per l’economia di guerra.

 

Laura Colli

Nata a Modena nel 1999, è dottoranda di Economia Ecologica, milita nella FIR ed è attiva nei movimenti universitari fiorentini.