Dopo diversi giorni di scontro tra Lega e M5S per la crisi di governo aperta da Salvini con la richiesta di voto di sfiducia al proprio stesso governo, il premier Conte ha annunciato le sue dimissioni oggi in un discorso al Senato.


Oggi dalle 15, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conto ha tenuto un discorso in cui ha annunciato le proprie dimissioni, dopo che lo scorso 8 agosto la Lega aveva depositato una mozione di sfiducia contro Contro e contro lo stesso governo di cui, ancora per poco, fa parte.

La forte tensione politica che questa crisi ha generato si è espressa con una serie di ipotesi politiche per scongiurare il rischio dell’impossibilità di rispettare i limiti formali per la presentazione della legge finanziaria secondo le leggi dell’Unione Europea. In particolare, l’ipotesi più ventilata è stata quella di un governo breve PD-M5S, associata però alle contraddizioni di un PD dove Renzi non è più il capo assoluto del partito e ha in questi giorni accarezzato l’idea di una scissione “alla Macron” per spingere con rinnovato entusiasmo una polarizzazione liberale al centro dello spettro politico istituzionale, forte della necessità, anche da parte di Forza Italia, di smarcarsi dal profilo della Lega salviniana con una nuova etichetta liberale – come se il PD degli anni scorsi non fosse già un partito borghese liberale, assai compatibile coi discorsi nazionalisti e repressivi che la Lega spinge con maggiore disinvoltura.

L’annuncio delle dimissioni di Conte, e la conferma dei partiti parlamentari di destra e dalla segreteria PD di Zingaretti di voler andare al voto, rende più difficile uno scenario “di transizione” che allontani le elezioni, le quali tecnicamente potrebbero ancora essere convocate per fine ottobre, sommandole ad alcune elezioni locali, come le elezioni regionali dell’Umbria.

 

Conte, Salvini, Renzi… I discorsi di oggi in Senato

Conte ha parlato oggi in Senato partendo dalla posizione assunta durante la crisi di governo di paladino del popolo, dei cittadini e difensore della buona fede del progetto di governo e del M5S, scagliandosi contro l’irrispettosa Lega:La decisione della Lega la reputo grave […] Questa crisi interrompe il lavoro del Governo […] Questa decisione viola il solenne impegno che il leader della Lega aveva sottoscrittoe mette il governo nella difficile situazione di dover risolvere una crisi e al contempo garantire la formulazione nei tempi previsti della finanziaria: “Questa crisi interviene in un momento delicato […] L’Italia corre ora il rischio di affrontare le trattative con una posizione di debolezza“.

Quest’orazione si è inserita nell’insolita scia di interventi ed iniziative di Conte nelle ultime due settimane, dopo oltre un anno di presenza assolutamente secondaria nell’economia del governo gialloverde, il quale aveva perlopiù evitato di sfruttare la sua posizione per favorire il M5S nell’alleanza di governo e nella lotta per il consenso mediatico-elettorale.

La stessa ira funesta di Conte, scagliatosi di fatto su un piano personale contro Salvini, appare a dir poco goffa e in malafede, a fronte dell’opposizione pressoché assente nel periodo precedente su una qualsivoglia politica della Lega, che non ha certo fatto mistero di voler sfruttare a fondo lo strano governo gialloverde per fare un salto di qualità nel suo progetto di partito nazionale e nazionalista, molto più inserito nei gangli delle istituzioni e della burocrazia di Stato (e non solo nelle amministrazioni al nord), capace di mantenere un grande blocco “popolare” con un forte consenso nella classe lavoratrice, così come tra i suoi tradizionali elettori medio-piccolo proprietari, ma anche in settori nuovi della borghesia italiana.

Salvini “ha mostrato di inseguire interessi personali e di partito“, ha affermato Conte, constatando l’ovvio che era già chiaro a tutti sin dall’inizio di questo governo, quando Salvini aveva approfittato del problematico esito elettorale per catapultarsi al centro della scena politica a partire dal 17% dei voti raccolti, un risultato in sé un po’ troppo magro per rivestire quel ruolo e sviluppare le proprie ambizioni bonapartiste.

Un intervento così salvinicentrico, peraltro, ha dato il fianco a diverse, facili critiche da parte di molti interventi nell’arco della sessione: Conte ha dato l’ennesima conferma di una politica “ufficiale” che non sa che dire rispetto alla società reale.

Confermando la sua volontà di voler rassegnare al più presto le dimissioni al presidente Mattarella, Conte ha concluso scadendo nel più bieco consensus nazionalista da operetta: “Viva la nostra patria, viva l’Italia!”.

Salvini, reduce da giorni difficili in cui lo scenario di un voto a breve sembrava sempre più compromesso, ha giocato molto sulla difensiva, parando alcuni colpi provenienti da Conte e dai critici delle ultime settimane, senza assumere un atteggiamento di rottura col M5S, ma anzi offrendosi di votare in tempi brevi un taglio grillino dei parlamentari qualora ciò fosse stato necessario per confermare la sua strategia elettorale. La parte affermativa del suo discorso ha unito la retorica di un “popolo italiano fiero, libero, orgoglioso, sovrano” che ha diritto di “comandare in casa sua” e andare al voto a seguito della crisi di governo (quando in realtà il parlamento italiano ha il diritto a formare un nuovo governo aldilà delle coalizioni presentatesi al voto: in fondo, lo stesso caso del governo gialloverde), ai messaggi di pietà e bontà cristiana, uniti allo sfoggio di una croce al collo, in un clima – almeno per la storia del parlamento italiano – di insolito sfoggio del proprio credo cattolico, al grido di “chiederò finché campo la protezione del Cuore Immacolato di Maria”, condiviso da molti interventi dai vari gruppi parlamentari. Un intervento che, sulla scia della richiesta dei “pieni poteri” dei giorni passati, auspica un mandato “celeste” dal popolo italiano per “sbloccare” il paese e difendere la sovranità della nazione, in questo supportato dall’intervento del senatore Bagnai (economista già “keynesiano di sinistra” e ora uomo di fiducia di Slavini), che ha ribadito la necessità di non fare la figura degli sciocchi in Europa mentre Francia e Germania si apprestano a violare le regole di bilancio che esse stesse hanno approvato e imposto nella UE.

Matteo Renzi, che si poteva certamente permettere attacchi frontali al governo e a Salvini, ha per certi versi riportato l’aula coi piedi per terra, dal punto di vista della classe dominante che più di tanto non può tollerare i teatrini improduttivi e le incertezze del parlamento: l’economia e l’industria sono stagnanti e molti segnali suggeriscono una ulteriore grave crisi dopo l’evaporazione della “ripresina”, la locomotiva europea tedesca sta anch’essa andando in retromarcia, si rischiano problemi finanziari e il rialzo dell’IVA se la finanziaria non sarà ben scritta e responsabile… agli occhi del capitale finanziario e della Commissione Europea.

Veramente stucchevole e da megalomane è stato il riferimento di Renzi al Vangelo secondo Matteo – “avevo freddo e mi avete accolto, avevo fame e mi avete dato da mangiare e alla necessità di respingere il clima di odio razzista rinfocolato dalla Lega, ripensando le politiche sulla cittadinanza e l’immigrazione: che lo dica il padrino politico dell’ex-ministro Mnniti, responsabile dei nuovi lager in Libia che hanno permesso poi a Salvini di vantarsi degli sbarchi in Italia calati, è non solo grottesco ma criminale, degno del più spudorato e ipocrita politico imperialista.

 

La seconda parte della crisi

Una volta che Conte avrà formalizzato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica, l’iniziativa sarà in mano di Mattarella, che dovrà valutare quanto spingere per la formazione di un altro governo di maggioranza parlamentare: è proprio ora che il peso delle indicazioni delle varie fazioni della borghesia italiana, europea ed internazionale peseranno di più sulla crisi di governo e sulla decisione di Mattarella su un possibile scioglimento in tempi brevi delle Camere per andare alle elezioni a fine ottobre.

Uno scenario che, se confermato, vedrà un assalto alla diligenza del PD (a capo di un possibile più ampio “Fronte Democratico”) e del probabile centrodestra ricostituito – però con l’egemonia della Lega – all’enorme bacino di voti che il M5S aveva ottenuto soltanto un anno e mezzo fa. Schiacciare il M5S, ridurlo a dimensioni trascurabili, possibilmente assistendo a una sua scissione significativa, significherebbe una semplificazione dello scenario politico tra i partiti “ufficiali” italiani e un possibile ritorno, almeno formale, alla polarizzazione centrodestra-centrosinistra, dove però il baricentro complessivo del paese sarebbe ben più spostato a destra rispetto ai tempi di Prodi e Berlusconi, mentre l’elemento di “sinistra” sarebbe affidato perlopiù a ex-burocrati sindacali, a politici di carriera PCI-DS-PD e altri elementi democratici di sinistra, eliminando qualsiasi rappresentanza, per quanto distorta nelle posizioni politiche, della classe lavoratrice e del movimento operaio.

A sinistra si è subito lanciato il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, pronto a candidarsi “alla guida del paese” – un’espressione a dire il vero non molto felice né particolarmente democratica, oltre che molto lontana dalla realtà del comando dei grandi padroni, del capitale finanziario che ha già dimostrato esplicitamente nel 2011, con la formidabile pressione dei mercati perché il governo Berlusconi di dimettesse, di poter intervenire clamorosamente e con successo, se lo ritiene, rispetto al fisiologico svolgimento del gioco elettorale e parlamentare.

Quella di De Magistris, però, seppure con toni radicali, “popolari”, addirittura “rivoluzionari” nelle sue uscite più disinvolte, è una strategia di ri-rappresentazione di un popolo di sinistra interclassista dove i lavoratori, in gran parte atomizzati, stiano alla coda di borghesi progressisti e intellettuali “radicali” (sempre pronti a votare tutto ciò che “il mercato” e la burocrazia UE chiedono) senza costituire un soggetto politico indipendente, con una sua politica e un suo programma per condurre l’opposizione sociale dietro le proprie bandiere, e non quelle altrui.

Rimane dunque uno scenario di debolezza della sinistra operaia e popolare, senza progetti già stabiliti che puntino a polarizzare il dibattito politico per rompere la mentalità da ricostruzione della vecchia sinistra bancarottiera, e che indichino chiaramente la necessità urgente di costruire in maniera attiva, senza liquidare la questione in prospettive lontane nel tempo, un’organizzazione politica di lotta che raggruppi l’avanguardia della classe lavoratrice, così come quelle dei settori in lotta – donne, giovani, immigrati… – attorno a un programma non solo di respingimento delle controriforme e dell’avanzata della destra, ma di rottura del sistema sociale che permette questi fenomeni politici, il capitalismo. Senza questa prospettiva, continueranno senz’altro ad esserci un’opposizione sociale (per quanto informe), lotte di ogni tipo, resistenza alla resistibile avanzata di Salvini, ma mancherà il processo fondamentale di costruzione di una direzione politica valida e veramente leale alla causa degli sfruttati e degli oppressi, una direzione politica che sia in grado di reggere le difficoltà di un periodo di forte consenso reazionario come questo, di reggere gli scontri più duri odierni e, soprattutto, di domani, della lotta di classe, per portarla fino in fondo, senza bloccarla in cambio di qualche riforma, di qualche posto nelle istituzioni.

 

Giacomo Turci