Pubblichiamo e condividiamo la dichiarazione della redazione di Left Voice, aderente come la Voce alla Rete Internazionale di giornali online animata dalla Frazione Trotskista, sulla recente escalation tra Iran e USA, accelerata dall’assassinio del generale iraniano Soleimani.


L’assassinio da parte degli Stati Uniti del gneralissimo iraniano, avvenuto venerdì scorso, ha segnato un’intensificazione radicale del conflitto in corso tra gli Stati Uniti e l’Iran, che potrebbe portare a un’altra guerra guidata dagli Stati Uniti nella regione. È dovere dei socialisti e dei lavoratori di tutto il mondo organizzarsi contro questa aperta aggressione imperialista ed esigere che gli Stati Uniti lascino il Medio Oriente.

Il 3 gennaio, un attacco di droni statunitensi ha ucciso due dei più potenti ufficiali militari del Medio Oriente: il generale Qasem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, il vice capo delle Forze di mobilitazione popolare dell’Iraq (PMF).

L’assassinio di Soleimani non ha precedenti nella storia recente. Anche se l’amministrazione di Barack Obama ha usato il metodo delle esecuzioni selettive ed extragiudiziali da parte di droni per assassinare i leader politici, facendogli guadagnare il soprannome di “The Drone King” [il re dei droni, ndt], l’esecuzione di Soleimani segna un cambiamento, in quanto l’amministrazione di Trump ha ucciso extragiudizialmente un rappresentante di uno Stato sovrano che non è stato accusato di crimini dalla comunità internazionale. Anche se la patina di legalità borghese viene usata per giustificare innumerevoli interventi imperialisti in tutto il mondo, l’attacco di Trump segna un nuovo livello di impunità imperiale. Trump si è vantato pubblicamente dell’assassinio su Twitter e ha pubblicato l’immagine di una bandiera americana, un gesto che glorifica il militarismo statunitense.

L’assassinio di Soleimani è stato applaudito dai più reazionari sostenitori dell’imperialismo statunitense, tra cui il primo ministro di estrema destra di Israele, Benjamin Netanyahu. Gli Usa hanno anche il sostegno incondizionato della monarchia saudita in questo conflitto, un regime che è stato coinvolto nel brutale assassinio dell’ex giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi.

L’esecuzione di Soleimani ha ulteriormente acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti. Nei mesi scorsi, il presidente Trump aveva già preparato il terreno per una maggiore aggressione imperialista nella regione, inviando 14.000 truppe e artiglieria pesante nei Paesi confinanti con l’Iran. Il 3 gennaio, circa 3.000 nuove truppe statunitensi sono state inviate in Medio Oriente. Solo un giorno dopo l’attacco dei droni che ha ucciso Soleimani, un altro attacco aereo statunitense contro il PMF (un’organizzazione statale di milizie sciite in Iraq) ha ucciso in Iraq sei persone, tra cui alcuni medici. Senza alcun segno di diminuzione della tensione, la sfacciata offensiva dell’amministrazione Trump contro l’Iran ha suscitato il timore che un’altra guerra devastante possa essere imminente.

Finora, il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha risposto facendo voto di “potente vendetta” contro gli Stati Uniti in tre giorni di lutto nazionale. Nel frattempo, Khamenei ha anche nominato l’integralista Esmail Qaani come sostituto di Qassim Soleimani al momento dell’omicidio di venerdì.

Non sorprende che le azioni di società di difesa come Lockheed Martin e Northrop Grumman siano già salite di valore. Anche l’industria petrolifera ha da guadagnare dalla mossa tattica di Trump, offrendo ai capitalisti maggiori margini di profitto da una regione che è stata sempre più difficile da gestire e influenzare per le aziende statunitensi.

 

Cosa c’è dietro l’aggressione imperialista contro l’Iran?

L’attacco aereo USA arriva in un momento in cui le relazioni Iran-USA sono diventate sempre più tese. Più di recente, le milizie ufficiosamente appoggiate dall’Iran hanno preso d’assalto l’ambasciata USA a Baghdad la notte di Capodanno in risposta a una precedente serie di colpi di droni su proprietà iraniane in Iraq e in Siria il 26 dicembre.

Dietro l’aggressione imperialista contro l’Iran c’è la perdita dell’egemonia statunitense in Medio Oriente. Gli Stati Uniti hanno investito più di 5 mila miliardi di dollari dal 2001 nella regione, eppure altre potenze mondiali cominciano ad avere un’influenza crescente. Lo dimostrano l’accordo bilaterale tra Russia e Turchia per pattugliare il confine settentrionale della Siria e l’accordo di libero scambio tra Cina e Iran, ostacolato dalle sanzioni economiche statunitensi.

A seguito delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, delle misure di austerità promosse dal governo iraniano e del carattere autoritario del regime, negli ultimi mesi ci sono state intense mobilitazioni e proteste contro la classe dirigente iraniana. È chiaro che l’amministrazione Trump ha approfittato di questo contesto convulso per intensificare il conflitto. Con l’uscita di Soleimani, i tentativi dell’Iran di estendere la sua influenza politica, ideologica e militare in tutto il Medio Oriente potrebbero essere compromessi. La politica regionale iraniana è già stata messa in discussione con le recenti proteste in Iraq e in Libano – due Paesi che si trovano ad affrontare una crescente influenza iraniana.

Piuttosto che indebolire o destabilizzare il governo iraniano, è possibile che questi attacchi possano lavorare a favore del regime iraniano rafforzando l’unità nazionale iraniana contro un nemico comune. La classe operaia, tuttavia, potrebbe capitalizzare i crescenti sentimenti antiamericani per affrontare l’imperialismo nello stesso modo in cui masse popolari in tutto il mondo si sono sollevate per sfidare il deterioramento delle condizioni economiche attraverso proteste di massa e scioperi.

 

Pressione elettorale e aumento dell’aggressività

L’aggressione imperialista in corso ha anche dei contorni elettorali. Durante la sua campagna presidenziale del 2016, Trump ha sostenuto che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente, in particolare durante gli anni di Obama, è stato un totale fallimento, che è costato miliardi di dollari agli Stati Uniti e ha indebolito la loro forza nella regione. Da quando ha assunto la presidenza, Trump ha cercato di differenziarsi dall’amministrazione Obama, riducendo significativamente la presenza militare statunitense in Medio Oriente e allo stesso tempo rendendo prioritaria la fine dello Stato islamico attraverso colpi di droni e manovre militari concentrate.

Un’altra priorità dell’amministrazione Trump è stata quella di frenare la crescente influenza regionale dell’Iran e di fermare il suo programma nucleare, principalmente inasprendo le sanzioni economiche. Uno degli atti più significativi di Trump dall’assunzione della presidenza è stato quello di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran, un pilastro della politica estera di Obama, ma i recenti attacchi all’Iran segnano un cambiamento qualitativo nella politica di Trump in Medio Oriente, che potrebbe spingere gli Stati Uniti sull’orlo della guerra e che è indubbiamente influenzato dalla corsa alle elezioni del 2020.

Da un lato, Trump agisce coerentemente con la sua personalità di “uomo forte” che protegge gli interessi degli Stati Uniti. La serie di attacchi che ha portato all’assassinio del generale Soleimani è stata messa in moto dall’attacco missilistico della milizia Kataib Hezbollah, da una serie di bombardamenti contro obiettivi iraniani in Siria, Iraq e Somalia, e poi dall’assedio dell’ambasciata Usa a Baghdad, che sarebbe stato organizzato da Soleimani. Trump sostiene che questi nuovi atti degli Usa sono una reazione all’aggressione iraniana. Assassinando Soleimani, dice Trump, gli Stati Uniti hanno agito “per fermare la guerra”, che “non abbiamo fatto nulla per iniziare la guerra”.

Al di là della difesa della presenza statunitense nella regione, tuttavia, l’escalation del conflitto può essere vista anche come un tentativo di negoziare condizioni migliori sia per la presenza militare che per l’influenza statunitense nella regione in termini economici. Secondo i media imperialisti come il Wall Street Journal, “uccidendo il comandante iraniano, l’amministrazione Trump scommette sul fatto che può indebolire l’influenza regionale dell’Iran, costringendo eventualmente Teheran a negoziare. Un tale risultato potrebbe dare un ulteriore impulso al signor Trump, che si trova ad affrontare un processo di impeachment e si prepara per la rielezione”.

In termini elettorali, il conflitto in Iran ha il vantaggio di mettere in pratica la retorica “America First” di Trump e di distrarre dallo scandalo dell’impeachment in cui è attualmente invischiato.

Ma questi atti di aggressione vanno oltre l’esercitare pressioni sull’Iran o l’assumere una linea dura. Come ha ammesso il rappresentante Andy Kim, l’ex direttore iracheno del Consiglio di sicurezza nazionale sotto il presidente Obama, “l’amministrazione Obama aveva anche pensato di uccidere il generale Soleimani, ma non l’ha mai fatto per preoccupazione per il contraccolpo”. Questo atto di aggressione potrebbe spingere gli Stati Uniti in una guerra che potrebbe complicare la rielezione di Trump.

 

Imperialismo bipartitico

Anche se i grandi media mettono in guardia contro una guerra con l’Iran, tutti sono d’accordo nel legittimare l’assassinio di Soleimani. L’assassinio di Soleimani è stato un atto di aggressione imperialista, e niente di buono può venire dall’intervento degli Stati Uniti per le masse iraniane. Il Partito Repubblicano, naturalmente, a metà dell’anno elettorale, ha finito col sostenere Trump, e il Partito Democratico sta versando lacrime di coccodrillo perché Trump ha agito al di sopra del Congresso.

Joe Biden, uno dei favoriti delle primarie democratiche, ha denunciato l’attacco ma è stato uno dei principali sostenitori della guerra contro l’Iraq. Elizabeth Warren, la seconda favorita alle primarie democratiche, ha parlato contro il pericolo della guerra ma ha condannato Soleimani, ha votato per le sanzioni contro l’Iran, e ha votato due volte per il bilancio di guerra dell’amministrazione Trump. Il bipartitismo imperialista è l’essenza della politica imperialista in Medio Oriente, dall’alleanza con lo Stato genocida di Israele all’offensiva contro l’Iran, anche se ci possono essere differenze nei metodi e nei ritmi del conflitto.

L’opposizione dei Dem guidata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez ha denunciato l’intervento in Iran e si è opposta a una possibile guerra, e Sanders sta spingendo per un disegno di legge al Congresso per prevenire la guerra. Il problema è che la strategia di affidarsi a un congresso composto da politici imperialisti non può portare da nessuna parte. Fidarsi del Congresso degli Stati Uniti è inefficace quanto fidarsi che uno dei più importanti partiti imperialisti del mondo possa essere riformato. L’esempio da seguire è piuttosto quello dei potenti movimenti contro la guerra che dai tempi del Vietnam ad oggi hanno adottato metodi radicali e hanno riempito le strade per fermare i massacri imperialisti del governo degli Stati Uniti.

 

Fuori gli imperialisti dal Medio Oriente!

Lavoratori, socialisti, giovani e tutti gli sfruttati e gli oppressi del mondo, ma soprattutto degli Stati Uniti, devono unirsi per condannare inequivocabilmente l’aggressione imperialista degli Stati Uniti contro l’Iran ed esigere il ritiro totale di tutte le forze statunitensi dalla regione. Tali condanne, tuttavia, non devono includere o implicare alcun sostegno politico al regime reazionario iraniano, che non ha esitato ad attaccare e reprimere gli sfruttati e gli oppressi in Iran e nei Paesi vicini, compresa la recente repressione dei manifestanti in Iraq.

Come ha dimostrato l’esempio dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, le classi lavoratrici e popolari non hanno nulla da guadagnare dall’imperialismo. Al contrario, la morte e il disastro scatenatosi in Iraq, per non parlare della perdita di vite umane e di risorse dall’inizio della guerra in Afghanistan, non hanno fatto altro che aggravare le sofferenze dei lavoratori in Medio Oriente.

È un errore per i lavoratori equiparare gli interessi degli Stati Uniti alla propria prosperità: i media liberali perpetuano questa idea mentre battono i tamburi di guerra. Come disse il rivoluzionario Frederich Engels “una nazione non può diventare libera e allo stesso tempo continuare a opprimere altre nazioni”.

In realtà, sono i grandi capi dell’industria degli armamenti, gli investitori delle compagnie petrolifere e altri potenti attori legati al complesso industriale militare a trarre beneficio quando vengono approvati bilanci militari da miliardi di dollari e la classe operaia viene privata dell’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria, all’alloggio e al cibo a favore della spesa militare.

È nell’interesse della classe operaia e della sinistra internazionale fermare una possibile guerra contro l’Iran. A livello globale, le masse hanno organizzato grandi dimostrazioni di forza, anche in Libano, Iraq, Iran, Francia e Cile. Questa forza deve essere rivolta contro il nemico comune, che è l’imperialismo.

La sinistra socialista negli Stati Uniti deve essere in prima linea contro questa guerra imperialista e costruire un movimento nelle strade e nei luoghi di lavoro per fermarla, indipendente dal Partito Democratico, che è imperialista quanto il Partito Repubblicano.

Noi socialisti ci schieriamo con le masse oppresse dell’Iran e del Medio Oriente e combattiamo per il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione; vogliamo che gli Stati Uniti siano cacciati. Combattiamo perché la classe operaia e gli oppressi prendano le redini della lotta. Ci batteremo dalla parte dei lavoratori e per la sconfitta del militarismo americano – non solo in Iraq e in Iran, ma ovunque.

 

#USOutOfMiddleEast

#NoWarOnIran 

#NoToUSImperialism