Se la tattica serve a vincere le battaglie, la strategia è l’arte di vincere la guerra. Come può la classe lavoratrice vincere la lotta di classe nel suo complesso e conquistare il potere politico?

Pubblichiamo la prima di due parti di uno scritto introduttivo alla questione della strategia per il movimento operaio e per il marxismo. Qui la seconda parte.


La strategia al momento più diffusa nella sinistra statunitense ha molti nomi: inside-outside, dirty break, e realignment [cioè tattiche verso il Democratic Party: dentro-fuori, rottura “sporca” cioè improvvisa, riallineamento, ndt]. Tutti questi termini sono dei modi diversi per dire che oggi i socialisti dovrebbero costruire un’ala progressista all’interno del Partito Democratico, in vista di un’eventuale rottura coi democratici in un qualche lontano futuro. Questa strategia si fonda sulla premessa per cui i socialisti potrebbero prendere il controllo di un apparato politico della borghesia imperialista e trasformarlo in uno strumento di cambiamento progressivo. Questo piano “socialista democratico”, inoltre, auspica una presa del comando del Partito Democratico e una graduale trasformazione dell’apparato statale statunitense, in cui, ad ogni passo, lo strumento dei capitalisti dovrebbe diventare lo strumento dei lavoratori. In sintesi, il “socialismo democratico” immagina una società pressoché identica a quella in cui già viviamo, ma con più sicurezza e controllo per la classe lavoratrice.

L’altra strategia più diffusa è quella del base-building. Questa espressione condensa in sé molte idee differenti. L’idea che le organizzazioni socialiste debbano mettere radici nella classe lavoratrice è senza dubbio importante e corretta, ma difficilmente può considerarsi di per sé una strategia. I militanti socialisti possono organizzare giardini comunitari, mense dei poveri o officine di auto-riparazione per poter conoscere meglio il proprio vicinato ed è vero che campagne di questo tipo possono portare a conquiste importanti, come ad esempio il blocco degli sfratti. Manca tuttavia un qualsiasi tipo di connessione tra queste lotte parziali e l’obiettivo della presa del potere. Le organizzazioni incentrate sul base-building difettano in linea generale di una strategia comune. Pensano che un giorno queste basi diventeranno abbastanza grandi da potersi opporre o addirittura sostituire allo Stato capitalista. Questa però non è altro che un’altra forma di gradualismo e, in quanto tale, ignora l’inevitabilità delle situazioni rivoluzionarie e il bisogno di scontri decisivi.

Noi proponiamo una terza strategia, che chiamiamo strategia sovietica [1]. Per quanto possa sembrare un semplice rimando alla vecchia Unione Sovietica, in realtà la parola soviet significa innanzitutto “consiglio”. Ci stiamo quindi riferendo ad una strategia che si poggia sui consigli operai, servendoci del termine reso noto dalla più grande rivoluzione socialista della storia, quella che scoppiò in Russia nell’ottobre del 1917.

La strategia socialista deve muovere da questo assunto: la classe operaia è l’attore principale del cambiamento sociale. Solo i lavoratori hanno il potere di unire tutti i settori oppressi della società nella lotta contro il capitalismo. Per la prima volta nella storia, la classe lavoratrice rappresenta la maggior parte della popolazione globale, ma è anche vero che mai prima d’ora è stata così frammentata, sia in termini di condizioni materiali che di coscienza politica. A tal proposito, è importante precisare che la classe lavoratrice non include solamente operai industriali: un lavoratore è chiunque sia costretto a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere, essendo escluso dalla proprietà privata dei mezzi di produzione.

Sarebbe del tutto illusorio aspettarsi che tutta la classe lavoratrice possa sviluppare una coscienza socialista in un mondo capitalista. Dobbiamo cercare di convertire alle idee marxiste il maggior numero di lavoratori possibile e usare ogni mezzo a nostra disposizione per perseguire questo scopo; tuttavia, dobbiamo anche prendere atto del fatto che la borghesia dispone di una quantità di mezzi infinitamente superiore alla nostra. Al di fuori di una situazione rivoluzionaria, è sempre solo una minoranza della classe lavoratrice ad essere veramente rivoluzionaria. Questa minoranza politicamente avanzata può essere chiamata, prendendo in prestito un termine dalla teoria militare, “avanguardia”.

La differenziazione all’interno della classe è alla base della tattica del fronte unico unico, un appello che i lavoratori comunisti rivolgono a tutti i membri della classe operaia, a prescindere da quale organizzazione di cui fanno parte. Il fronte unico si regge su una serie di rivendicazioni semplici, come la difesa dei diritti dei lavoratori e la lotta contro il fascismo. Il fronte inoltre invita i leader di tutti i sindacati e delle organizzazioni dei lavoratori – non importa se sono collaborazionisti o burocrati – ad unirsi allo scontro. Se accettano, i membri di tali organizzazioni scenderanno in campo a fianco dei comunisti. Se si rifiutano, daranno l’impressione di non voler lottare nemmeno per le più semplici rivendicazioni.

Il fronte unico inizia di solito come tattica difensiva: difesa contro gli attacchi ai nostri standard di vita, difesa dei diritti democratici, difesa contro la violenza fascista, ecc. Queste azioni difensive, quando hanno successo, possono aumentare l’autostima e l’organizzazione delle masse, andando quindi a creare le condizioni per la transizione ad una fase offensiva.

Per portare un esempio storico, nella Germania dei primi anni ‘30, un fronte unico dei lavoratori contro il fascismo avrebbe permesso di integrare i partiti dei lavoratori e i sindacati in un’azione diretta contro i nazisti. Ma per avere efficacia, questo fronte unico richiedeva la formazione di comitati nelle fabbriche e nei quartieri. Data la generale situazione di catastrofe economica, questi comitati si sarebbero anche occupati della distribuzione del cibo, degli affitti, dei salari, insomma, i comitati di difesa si sarebbero trasformati in organi per la lotta.

Un organo che unisce l’intera classe lavoratrice per una lotta su ampia scala altro non è che un soviet. La nascita di un soviet segna la transizione dalla difesa all’attacco; i soviet emergono quando la classe lavoratrice comincia, spesso inconsapevolmente, a combattere per il potere politico. Se riescono vittoriosi, i soviet diventano gli organi di cui la classe lavoratrice si serve per organizzare il suo potere politico.

 

I soviet nella storia

Ogni situazione rivoluzionaria pone la questione del potere. Il problema cruciale è come l’avanguardia socialista possa unire tutta la classe lavoratrice nella lotta per il potere. In tal senso, i soviet sono la forma più completa del fronte unico.

Gli operai di Pietrogrado diedero una risposta a questo problema durante la rivoluzione del 1905 quando formarono il Consiglio dei deputati dei lavoratori. Questa assemblea era formata dai delegati di tutti i settori produttivi e univa i rappresentanti di tutti i partiti operai a seconda dell’appoggio di cui godevano all’interno della classe. La struttura quindi poteva assomigliare ad una specie di parlamento dei lavoratori, ma i rappresentanti erano eletti direttamente e passibili di revoca immediata. Il nome “soviet” continuerà ad essere usato per descrivere questa forma di autogestione anche grazie al ruolo che i soviet svolgeranno nella rivoluzione russa del 1917.

Ma la Russia non fu un caso isolato. Durante la rivoluzione del 1918-19 in Germania, si formarono consigli degli operai e dei soldati in tutto il paese. Organi simili sono emersi anche nel corso di altre rivoluzioni del secolo scorso; ad esempio, in Bolivia, durante la rivoluzione del 1952, la COB, la Centrale Operaia Boliviana, divenne una specie di soviet, includendo al suo interno delegati da tutti i settori della classe operaia. In Cile, durante il governo Allende (1970-1973), i delegati dei lavoratori formarono dei cordones industriales (cordoni industriali). La rivoluzione iraniana del 1979-80 vide la formazione di shoras (letteralmente “consigli”). Anche negli Stati stalinisti, durante le sollevazioni contro i regimi burocratici, come quelle del 1956 in Ungheria e del 1968 in Cecoslovacchia, nacquero delle simili strutture consiliari.

I nomi di questi organi autogestiti variano a seconda delle circostanze storiche. I lavoratori parigini che si sollevarono nel 1871 chiamarono il loro governo “comune”. Durante la rivoluzione spagnola (1930-1939), Lev Trotsky suggerì di dare ai soviet il nome junta, termine più in linea con la tradizione rivoluzionaria di quel paese.

Specifichiamo che qui non si tratta di feticizzare l’uso del termine “soviet”, cosa di cui nemmeno gli stessi bolscevichi russi erano colpevoli. I soviet si formarono nel 1917, durante la rivoluzione di febbraio, e, almeno nei primi mesi, rimasero fermamente nelle mani dei socialsciovinisti che appoggiavano la guerra imperialista e il governo provvisorio borghese. Man mano che impararono a conoscere questo governo “democratico”, che decise di continuare la guerra imperialista e di rimandare ogni riforma, le masse si schierarono sempre di più dalla parte dei bolscevichi. Questi, a loro volta, cominciarono a conquistare la maggioranza nei soviet delle città più grandi fino a che non si arrivò al momento in cui il Congresso panrusso dei soviet prese di fatto il potere nell’Ottobre. Su questo puntò si consumò una prima contesa all’interno della direzione bolscevica; Lenin, infatti, allora in esilio in Finlandia, aveva insistito affinché i bolscevichi guidassero la rivoluzione autonomamente. Fu Trotsky invece a proporre che fosse utilizzato il soviet di Pietrogrado. Sebbene i bolscevichi abbiano potuto rappresentare la maggioranza della classe operaia a Pietrogrado e Mosca, i soviet rimanevano i migliori candidati a a poter parlare in nome di tutta la classe lavoratrice.

La sfida che devono affrontare i rivoluzionari moderni consiste proprio nel costruire organi che possano rappresentare e unire la classe lavoratrice nella sua interezza.

 

Soviet senza bolscevichi?

Parte della sinistra si dice a favore dei consigli dei lavoratori. Ma i consigli di per sé sono sufficienti a formare una strategia? La classe lavoratrice può sconfiggere il capitalismo semplicemente creando abbastanza consigli? La storia della rivoluzione in Germania suggerisce una risposta negativa ad entrambi i quesiti. Nei giorni successivi all’ammutinamento dei marinai di Kiel, il 4 novembre 1918, centinaia di consigli dei lavoratori e dei soldati si diffusero in tutto il paese. Quando, cinque giorni dopo, l’insurrezione raggiunse Berlino, i consigli erano ormai diventati una specie di governo provvisorio. Tuttavia, questi consigli non rappresentavano la volontà delle masse di superare il capitalismo [2].

Non dobbiamo dimenticarci che i consigli nascono nel bel mezzo del fervore rivoluzionario. In situazioni come queste, norme perfettamente democratiche sono impossibili da implementare, soprattutto all’inizio della rivoluzione, dal momento che milioni di persone si riversano sulle strade. Anzi, spesso sono burocrati riformisti, avventurieri e imbroglioni a prendere l’iniziativa. Nei primi mesi della rivoluzione tedesca, ad esempio, molti soldati elessero come loro rappresentanti i propri ufficiali o apparatčik del Partito Socialdemocratico (SPD). Prima ancora che gli operai potessero eleggere i loro rappresentanti, quest’alleanza fra esercito ed SPD aveva già cominciato a massacrare leader comunisti. In seguito, una volta che la rivoluzione fu sconfitta, diversi comunisti si diedero a versare mari d’inchiostro nel tentativo di sviluppare un sistema consiliare “puro”. Vennero sviluppati diversi modelli incredibilmente dettagliati per il perfetto consiglio. Ma è dalla lotta reale che emergono i consigli, non dai piani di illustri pensatori.

La lezione della rivoluzione tedesca è che i consigli operai non portano da nessuna parte senza un partito d’avanguardia. I consigli degli operai e dei soldati in Germania erano dominati dalla SPD, il partito che stava cercando di distruggere proprio il sistema consiliare. La SPD aveva la maggioranza dei delegati al Congresso nazionale dei consigli, i quali votarono per un’assemblea nazionale e una repubblica borghese. Il partito centrista USPD, dal canto suo, auspicava un modello in cui parlamento borghese e consigli operai fossero complementari – l’utopia del doppio potere permanente. Solo una minoranza all’interno dei consigli, raggruppatasi nella Lega di Spartaco [il gruppo che aveva come capi Rosa Luxemburg e Wilhelm Liebknecht, uccisi dai gruppi paramilitari Freikorps col beneplacito della SPD, ndt] e altri gruppi simili, voleva una repubblica socialista; in sintesi, il motivo per cui i consigli operai furono schiacciati dalla controrivoluzione fu la mancanza di un partito rivoluzionario.

I consigli rappresentano solo la forma. Possono essere riempiti di contenuto rivoluzionario solo se un partito rivoluzionario – la comune organizzazione dei lavoratori più preparati politicamente, dotati di un programma e di una strategia scientifica – può guadagnare una posizione di comando. Nelle mani dei riformisti, i consigli possono trasformarsi altrettanto facilmente in strumenti della borghesia. Solo un partito rivoluzionario può elaborare il programma, la strategia e la tattica necessarie alla classe operaia per conquistare il potere. Questo compito però deve essere intrapreso prima dell’inizio della rivoluzione.

 

Nathaniel Flakin

Traduzione di Marco Duò da Left Voice

Note

1. Buona parte di questo articolo si basa su di una conferenza tenuta a Berlino il 13 gennaio 2018. Maggiori informazioni sul modo in cui la Frazione Trotskista cerca di applicare questa strategia nell’attuale lotta di classe si possono trovare nel libro Estrategia socialista y arte militar, pubblicato in spagnolo, tradotto in portoghese e in via di traduzione in inglese e italiano.

2. Nathaniel Flakin, 100 Years Ago in Berlin (articolo in tre parti), Left Voice, 9, 18 e 27 novembre, 2018 [di cui sono tradotte già la prima e la seconda parte].