Gianni Del Panta, ricercatore presso l’Università di Siena, ha scritto un libro importante sull’Egitto: L’Egitto tra rivoluzione e controrivoluzione. Da Piazza Tahrir al colpo di stato di una borghesia in armi (Il Mulino, 2019, 280 p. 26 €).

Che il libro sia importante lo si intuisce dal fatto che l’autore, sin dalle primissime battute, mostra di prendere sul serio la rivoluzione egiziana. La analizza, infatti, senza la solita spocchia degli studiosi (e talvolta anche militanti) occidentali, i quali, quando devono commentare le gesta dei popoli ritenuti inferiori, non sanno fare altro che pontificare. Si consideri che, da diversi anni, in certa letteratura mainstream si sostiene che, per analizzare i fatti sociali di alcune aree del mondo [tradotto: laddove vivono razze inferiori], non si possono ritenere valide le categorie analitiche utilizzate in Occidente. I lettori di questo libro non troveranno in nessuna pagina parole e toni orientalistici, oppure sguardi inferiorizzanti, tipici di coloro che vogliono insegnare agli altri, dalla loro comoda chaise longue, come si fa una rivoluzione. Del Panta conosce e sa percorrere con abilità ogni latitudine del contesto egiziano, da quello più in alto a quello più in basso, serrando lentamente e con pazienza meticolosa le fila di tutta la tela narrativa. Non vi è soggetto sociale, politico ed economico che egli non prenda in considerazione: classi sociali, organizzazioni sindacali e politiche, apparati dello stato, esercito, attori economici nazionali e internazionali. Il tutto è rigorosamente declinato su un piano storico, consentendogli così di cogliere appieno ogni variazione e metamorfosi. Nel fare questo, egli non è solo: la letteratura internazionale sul tema è vasta. Forse anche troppo, al punto da porre il problema dell’orientamento in un campo che appare ormai come una foresta densa e ricolma di falsi sentieri, all’interno della quale però l’autore sa muoversi bene, anche senza bussola. Paradossalmente, la vastità della letteratura esistente non si era finora tradotta in studi di ampio respiro, capaci di descrivere e analizzare l’intera parabola rivoluzionaria, avendo preferito fornire brevi ‘istantanee’ delle singole fasi, dei singoli aspetti o attori del processo rivoluzionario. Del Panta colma questa lacuna, riuscendo a montare criticamente tutte le ‘istantanee’ per realizzare un ‘film-documentario’ sulla rivoluzione egiziana del 2011. Egli parte mostrando in slow motion la formazione della convergenza rivoluzionaria, poi, durante i ‘18 giorni gloriosi’ del 2011, passa per le piazze, le fabbriche e le caserme e, infine, racconta la dolorosa sconfitta dei rivoluzionari.

Fin dalle prime pagine del libro il lettore sente di trovarsi in un luogo importante dove gli strumenti a disposizione sono complessi, delicati e taglienti, la voce del narratore è competente, ferma e rassicurante, capace di guidare, passo dopo passo, anche il meno esperto in un groviglio di luoghi, date, nomi e concetti, l’ambiente è perfettamente illuminato (al punto da dare fastidio), ma si sente nel contempo anche il freddo da sala autoptica. In questo senso, il libro dovrebbe chiamarsi “Egitto, autopsia di una rivoluzione”, poiché il suo riflettere e operare dentro lo scenario egiziano assomiglia a quella del medico legale, oppure a quella dell’anatomopatologo, con tutte le conseguenze positive e negative di una simile postura.

L’autore afferma che, con l’arrivo al potere di Al-Sisi, il ciclo rivoluzionario si debba dichiarare chiuso. Questo per lui non significa che la rivoluzione si possa ridurre all’evento, o che non si possano realizzare le condizioni per una nuova sollevazione – che parta perfino da basi più avanzate rispetto alla precedente, proprio grazie all’eredità diffusa che questa ha lasciato nelle coscienze. Se per alcuni studiosi la sollevazione del 25 gennaio 2011 non è che un momento della fase rivoluzionaria che sta caratterizzando l’Egitto da circa un decennio e che, di conseguenza, non può dirsi ancora conclusa, Del Panta, invece, sostiene che la rivoluzione egiziana abbia una data di nascita e una data di morte. Con ciò, tuttavia, egli non intende affatto sottovalutare i processi e gli elementi strutturali che hanno caratterizzato le tre fasi del processo rivoluzionario: quella preparatoria, quella dello svolgimento e quella della resa dei conti con le forze controrivoluzionarie in campo. Per avvalorare la propria tesi e posizionarsi nel campo teorico, egli apre il libro con una lunga e articolata riflessione sulle varie definizioni di rivoluzione sviluppate nella letteratura mondiale, facendo emergere molte delle loro contraddizioni, in particolare la loro incapacità di incapsulare nella definizione di rivoluzione anche gli esiti finali delle stesse, ossia la loro capacità, o meno, di produrre delle trasformazioni radicali di carattere politico/istituzionale, economico e sociale. Ragione per cui, sempre più spesso, sentiamo definire sollevazioni o proteste di vario tipo con terminologie ambigue, quali ad esempio: “rivoluzione arancione/gialla/verde”, “rivoluzione gentile”, “rivoluzione pacifica”, “rivoluzione dei gelsomini”, etc. Per sfuggire a questa confusa (nonché dannosa) deriva teorica, l’autore propone un approccio fortemente dinamico nell’analisi dei fenomeni rivoluzionari. Tale approccio, secondo lui, si dovrebbe articolare in tre atti: 1) considerare le condizioni strutturali del fenomeno nel loro costante sviluppo dinamico senza mai pensarle come già date; 2) rivalutare costantemente il posizionamento delle classi sociali e dei gruppi politici nel corso di una situazione rivoluzionaria; 3) comprendere e analizzare non soltanto lo scontro verticale tra le classi sociali, ma anche i contrasti e le competizioni orizzontali tra le varie frazioni delle stesse classi.

Il ruolo dello stato è ritenuto particolarmente importante nell’intera dinamica delle rivoluzioni e l’autore denuncia “la graduale perdita di interesse” (p. 253) da parte degli studiosi su questo tema. La rilevanza del ruolo dello stato è presa in considerazione da una duplice prospettiva: in primo luogo, perché lo stato detiene il monopolio della violenza legittima e, in secondo luogo, perché lo stato è quell’insieme di istituzioni e apparati posti a garanzia degli interessi del capitale e, di conseguenza, non può considerarsi un attore neutro in campo. Ne deriva che lo stato non può essere un ostacolo minimizzabile da parte dei rivoluzionari. Non si può immaginare, secondo l’autore, il successo di una rivoluzione senza pensare di abbattere le strutture statali esistenti e di crearne di nuove.

Dopo aver posizionato davanti al tavolo operatorio tutti i suoi strumenti concettuali, l’autore avvia la lenta vivisezione della rivoluzione egiziana, morta e stesa davanti a lui. Taglia, apre e preleva dal corpo i suoi organi, a uno a uno. Poi li prende in mano e li mostra ai lettori. Abbiamo così la possibilità di osservare la necrosi diffusa e avanzata del “blocco storico nasserista”, riunito attorno al capitalismo di stato, e poi l’avanzata di un cancro decisamente più potente, quello del capitalismo neoliberista, che ha ricomposto e assottigliato i blocchi storici in Egitto, dall’era di Sadat a quella di Mubarak. Anche gli ‘anticorpi’ prodotti nel corso del tempo vengono mostrati in dettaglio, dai molteplici movimenti di opposizione fino agli scioperi e alle agitazioni operaie. Dopo prelevato lentamente una buona parte degli ‘organi’ della rivoluzione, si arriva finalmente al cuore: “i diciotto giorni che sconvolsero il mondo arabo” (p. 151). Qui la spiegazione diventa più dettagliata e serrata, quasi cronachistica. Il che rende bene l’idea della potenza rivoluzionaria in movimento e della gigantesca dimensione della sollevazione del gennaio-febbraio 2011. Ciò che ha reso possibile lo scoppio della rivoluzione, secondo Del Panta, è stata la convergenza rivoluzionaria di diverse classi sociali (dalla piccola borghesia al sottoproletariato urbano) e l’ingresso in scena dei lavoratori come soggetto collettivo. La combinazione di questi elementi ha reso possibile la scintilla che ha dato fuoco a tutto, costringendo i militari a sacrificare l’anziano dittatore (sacrificio temporaneo, come abbiamo visto) e accettare la situazione, per gestirla e poi boicottarla in un secondo momento.

L’autopsia si conclude, ovviamente, con l’analisi dell’avanzamento delle nerissime forze controrivoluzionarie, considerate sia nella dinamica interna (ossia nel rapporto tra esercito, Fratellanza musulmana e altre frazioni della borghesia) che in quella esterna (nel rapporto tra le varie frazioni della borghesia e del capitale internazionale), ma anche con la disamina dei motivi della sconfitta delle forze rivoluzionarie, ponendo al centro le loro storiche debolezze strutturali e l’incapacità organizzativa nella situazione rivoluzionaria. In particolare, l’autore segnala, con sorpresa, la non-formazione di strutture alternative di potere durante la fase di transizione, il che ha determinato la non-emersione “di una sovranità multipla” (p. 248).

A questo punto, dobbiamo abbandonare la sala autoptica, avendo imparato molto, certo, ma anche sentendo molto freddo. La rivoluzione egiziana è lì, morta, e ora anche con gli organi pesati e sparsi nella stanza. Non ci resta che uscire, per mobilitarci a far nascere una nuova, più bella e forte, tenendo a mente quanto abbiamo imparato dalla morte di quella egiziana, ma forse anche superando una certa tesi organizzativista partitocentrica, che permea parzialmente la narrazione di Del Panta, il quale, seppur tra le righe, tende a vedere nell’organizzazione politica rivoluzionaria, a prescindere da tutto, il depositario per definizione della coscienza di classe e anche del successo rivoluzionario. Proprio la rivoluzione egiziana ci ha mostrato come siano state le masse a spingere, in più occasioni, le organizzazioni politiche, comprese quelle rivoluzionarie (en passant, si potrebbe ricordare come il cambio d’opinione dei socialisti rivoluzionari su Morsi, da loro inizialmente appoggiato durante le elezioni presidenziali del 2012, sia dovuto proprio alle proteste di massa contro Morsi e non da una loro decisione), a radicalizzare le proprie posizioni. L’enorme sfida, il grande compito di oggi per le masse che di trovano e si troveranno a scontrarsi con lo Stato e con i capitalisti che lo dominano, è proprio quella di recuperare la grandiosa eredità dell’autorganizzazione politica della classe lavoratrice, delle masse popolari stesse. In questo senso, un grande studioso – e protagonista, nella veste di dirigente politico – di rivoluzioni, Lev Trotsky, scrive:

Il processo politico essenziale di una rivoluzione consiste esattamente nel fatto che la classe acquista coscienza dei problemi posti dalla crisi sociale e le masse si orientano attivamente secondo il metodo delle approssimazioni successive. Le diverse fasi del processo rivoluzionario, concretizzate dell’affermarsi di partiti sempre più estremisti, traducono una spinta delle masse verso sinistra che continuamente si rafforza, sinché questo slancio non si infranga contro ostacoli oggettivi. Allora comincia la reazione: disillusione in certi ambienti della classe rivoluzionaria, accentuarsi dell’indifferenza e, successivamente, consolidamento delle forze controrivoluzionarie. […] Solo uno studio dei processi politici che si determinano tra le masse permette la comprensione della funzione dei partiti e dei dirigenti che non siamo in nessun modo inclini ad ignorare, in quanto costituiscono un elemento del processo assai importante, anche se non indipendente. Senza un’organizzazione dirigente, l’energia delle masse si volatizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro o dal pistone [Storia della rivoluzione russa, Sugar Editore, Milano, 1964, p. 11].

I socialisti di tutto il mondo che si danno lo scopo di costruire partiti politici dell’avanguardia della classe, a maggior ragione, hanno tutto l’interesse ad arricchire e sviluppare le basi politiche della “questione partito” nel quadro di una strategia “sovietica”, così da non dimenticarsi del vapore quando pensano al cilindro.

Melania Piccolo