Secondo una vecchia battuta, i tedeschi non faranno mai la rivoluzione perché dovrebbero pestare l’erba del prato. Eppure cent’anni fa anche loro hanno sfidato l’ordine costituito. Questa è la storia dell’insurrezione preparata dal movimento operaio contro il kaiser e i capitalisti.

Questo articolo fa parte del nostro dossier sul Kautsky debate. Nei prossimi giorni usciranno la seconda e la terza parte. 


Parte I – Parte IIParte III


“Chiunque sia contro la guerra si presenterà a Postdamer Platz (Berlino) alle otto di sera del primo maggio. Pane! Libertà! Pace!”

Questo slogan venne scritto a macchina su bigliettini distribuiti ovunque nella capitale tedesca. Era l’aprile del 1916, il paese era in guerra da quasi due anni. Berlino, quella grandiosa metropoli imperialista, era stranamente silenziosa. In Germania, metà della popolazione maschile adulta era stata arruolata.

Sin dal 1890, il movimento operaio tedesco aveva tenuto enormi manifestazioni per il primo maggio. Non ce ne furono nel 1915 e non ne erano state organizzate per il 1916. Il diritto d’assemblea era stato sacrificato in nome della “pace civile”, stipulata tra autorità militari e burocrazia sindacali.

Tenere una manifestazione a Postdamer Platz, che di norma era il vivace centro commerciale di Berlino, era illegale. Si presentò qualche migliaio di persone. Un uomo di 45 anni, capelli radi e occhiali, uniforme militare grigia, emerse sulle teste della folla. “Abbasso la guerra!”, gridava. “E abbasso il governo!”

Venne immediatamente affrontato dalla polizia e trascinato via. Era Karl Liebknecht, avvocato e parlamentare socialdemocratico. Durante le sessioni del Reichstag, sfruttava l’immunità parlamentare per tenere discorsi infuocati contro il massacro imperialista che era la Prima Guerra Mondiale. Ma era stato anche arruolato. Alla chiusura di ogni sessione, veniva mandato a scavare trincee sul fronte orientale per venire riportato al parlamento la settimana successiva.

Il corteo del primo maggio di Liebknecht è stato solo una vittoria morale. La sua immunità parlamentare fu revocata, venne condannato per alto tradimento e sbattuto in prigione. Ma durante il processo, tenuto il mese seguente, più di 50mila operai delle fabbriche metalmeccaniche di Berlino iniziarono a scioperare. La loro parola d’ordine era “Libertà per Liebknecht!”. Né le autorità militari, né Liebknecht stesso, sapevano chi avesse organizzato la manifestazione.

La loro azione, ispirata dal coraggio di Liebknecht, segnò l’inizio della rivoluzione tedesca di novembre.

 

Una guerra civile tedesca?

Il 9 novembre 1918, una sollevazione di massa del proletariato berlinese rovesciò il kaiser Guglielmo II e pose fine alla guerra. La dinastia Hohenzollern aveva dominato Berlino, la Prussia e poi l’Impero tedesco per quasi 500 anni. Un giornalista borghese descrisse la rivoluzione come un tracollo improvviso: il giorno successivo, Theodor Wolff scrisse che prima dell’insurrezione, “una gigantesca organizzazione militare sembrava controllare tutto, negli uffici pubblici e nei ministeri sedeva una burocrazia apparentemente invincibile. Ieri mattina tutto questo era ancora al proprio posto. […] Ieri pomeriggio non ne rimaneva più nulla”. Ma la rivoluzione non fu improvvisa come sembrava: aveva soltanto reso evidenti le contraddizioni del capitalismo tedesco, maturate per decenni.

La rivoluzione di novembre è oggi largamente dimenticata. La maggior parte dei tedeschi non ha familiarità con i termini “rivoluzione tedesca” e “guerra civile tedesca”. Eppure gli eventi del 1918 e del 1919 rappresentano un punto di svolta, non solo per la storia dell’Europa centrale ma dell’intera civiltà umana. La sanguinosa sconfitta subita dalla Rivoluzione di Novembre ha rappresentato un momento decisivo per la transizione dal capitalismo al socialismo – un momento che i socialisti di oggi hanno bisogno di studiare.

 

Formalmente rivoluzionari

Il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) venne fondato nel 1875 da Wilhelm Liebknecht. Già tre anni dopo, venne proibito dalle “leggi socialiste” del kaiser Guglielmo I. Il gruppo dirigente e la redazione della stampa di partito finirono in esilio, mentre la base si organizzò in una miriade di fronti legali: gruppi di escursionismo, associazioni di cantanti, biblioteche operaie e persino piccoli bar. L’unico posto in cui i socialisti potessero organizzarsi legalmente era il Reichstag: una volta eletti come individui, la loro immunità parlamentare permetteva loro di parlare da rappresentanti dell’SPD.

La crescita dell’SPD clandestino fu senza sosta, conquistando 1,4 milioni di voti nel 1890. Il kaiser che era succeduto, Guglielmo II, fu costretto a legalizzare il partito, che continuò a crescere. Nelle elezioni del 1912 l’SPD conquistò più di 4 milioni di voti (quasi il 35%) e 110 seggi, diventando il partito più grande del Reichstag.

Durante tutti questi decenni, l’SPD rimase fedele alle sue radici marxiste rivoluzionarie – almeno in teoria. Quarant’anni di crescita del capitalismo tedesco avevano portato continui miglioramenti alle condizioni di vita della classe operaia: molti proletari cominciarono a pensare che ciò sarebbe continuato all’infinito, fino al socialismo. L’SPD era cresciuto parallelamente all’Impero, arrivando a pubblicare dozzine di giornali, controllando sindacati enormi (ed enormi burocrazie) e divenendo il più grande partito del parlamento.

Il partito si era lentamente diviso in tre correnti: la destra si riunì attorno a Friedrich Ebert, un anonimo burocrate senza nessun tipo di visione politica, che intendeva prendere lentamente il potere dentro l’Impero; la sinistra guidata da Rosa Luxemburg, teorica e agitatrice originaria della Polonia zarista, che sosteneva la necessità di una rivoluzione per rovesciare il capitalismo; infine, il “centro marxista” di Karl Kautsky e Hugo Haase, che tentavano di mantenere a qualsiasi l’unità del partito nonostante l’inconciliabilità di destra e sinistra. Il centro difendeva le “comprovate tattiche” dei decenni precedenti, ovvero abbinare una pratica riformista a discorsi rivoluzionari.

In quanto partito antimilitarista, l’SPD aveva tenuto la linea del “non un soldo, non un soldato” per la macchina da guerra del kaiser. Nel 1907, il congresso di Stuttgart dell’Internazionale Socialista proclamò che, nel caso fosse scoppiata una guerra imperialista, tutti i partiti socialisti avrebbero dovuto “intervenire a favore di una rapida conclusione e fare tutto il possibile per sfruttare la crisi economica e politica creata dalla guerra per destare le masse e quindi affrettare la caduta della classe dominante capitalista”.

 

4 agosto

Nell’estate del 1914, mentre le tensioni tra le grandi potenze stavano lentamente portando il mondo verso la “Grande Guerra”, molti si aspettavano che l’SPD mantenesse i propri principi antimilitaristi. Il 25 luglio, la prima pagina del Vorwärts (Avanti), giornale della SPD di Berlino, uscì con una proclamo della dirigenza del partito: “Non vogliamo la guerra! Abbasso la guerra! Viva la fraternizzazione internazionale tra i popoli!”. Il partito aveva organizzato manifestazioni pacifiste e si era preparato per una nuova clandestinità, trasferendo la propria tesoreria in Svizzera. Le autorità militari erano, da parte loro, già pronte ad arrestare tutti i 110 parlamentari dell’SPD non appena fosse stata dichiarata la guerra.

Il primo agosto il mondo fu attraversato dalle dichiarazioni di guerra. Tre giorni dopo, il Reichstag doveva votare i crediti di guerra. E ogni singolo membro dell’SPD votò… a favore. “Nell’ora del pericolo, noi non abbandoneremo la nostra madrepatria”, dichiarò Hugo Haase, capogruppo parlamentare. Quando il rivoluzionario russo Vladrimir Lenin, nel suo esilio in Svizzera, ricevette una copia del Vorwärts che riportava l’esito del voto, si convinse che si trattava di un falso creato ad hoc dall’esercito tedesco. Luxemburg, che fu non solo la critica più acuta del “revisionismo” dell’ala destra, ma che era capace di leggere tra le righe delle vuote frasi del centro, aveva detto il giorno prima che era preoccupata che il gruppo parlamentare si sarebbe astenuto. Nemmeno Luxemburg poteva immaginare un tale tradimento. Dopo il voto, disse ai suoi compagni di star contemplando un suicidio di protesta. Il movimento operaio tedesco era completamente disorientato – non una sola voce si era levata in opposizione alla guerra!

La dirigenza dell’SPD e l’esercito si erano accordate dietro le quinte. Le burocrazie socialdemocratiche avrebbero fatto di tutto pur di attenersi alla legalità e alla proprietà. I generali avevano capito come vendere la guerra alla sinistra riformista: non erano forse proprio Marx ed Engels, già nel 1848, a parlare di guerra rivoluzionaria della Germania contro la Russia zarista? Le limitate libertà democratiche degli operai tedeschi non andavano forse difesi dalla minaccia dell’assolutismo russo? La questione era tutta posta sul diritto della Germania all’autodeterminazione contro l’aggressione dello zar. Il 3 agosto, il gruppo parlamentare dell’SPD tenne una votazione interna sui crediti di guerra – i voti a favore furono 78 e solo 14 parlamentari si opposero. La lunga tradizione della “disciplina di gruppo” dell’SPD implicava che gli oppositori si dovevano piegare alla maggioranza e votare per la guerra. Haase stesso era contrario ai crediti di guerra ma lesse personalmente la dichiarazione – acclamato da partiti borghesi e monarchici.

All’inizio del ventesimo secolo, la Germania era il bastione centrale del movimento operaio internazionale. Era un paese industrialmente avanzato con un movimento sindacale ben organizzato, guidato da un partito molto potente con un enorme apparato. Questo partito si considerava seguace delle teorie di Marx ed Engels. Socialisti da tutto il mondo videro l’SPD come il modello da seguire e celebravano i suoi successi elettorali come propri.

Ecco perché il 4 agosto – il giorno in cui l’SPD si accodò alla propria borghesia imperialista seguendola nella prima guerra mondiale – fu una così grande sconfitta materiale e morale. Seguirono simili diserzioni da parte dei “fratelli minori” dell’SPD, ovvero la maggioranza dei partiti socialisti dei paesi in guerra.

Eppure il filo della continuità storica non era stato interrotto completamente. L’estrema sinistra del socialismo tedesco, guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebnkecht, prese parte a tentativi di ricostruire l’internazionale, al fianco di internazionalisti ribelli dei vari paesi belligeranti.

 

Un uomo forte come una quercia

La guerra sarebbe dovuta finire in un paio di settimane – i ragazzi sarebbero tornati a casa per Natale. Ma i mesi passavano e le trincee si estendevano lungo tutta l’Europa, sempre più numerosi erano i giovani che tornavano a casa dentro bare. Con l’occupazione del Belgio neutrale, il governo tedesco smise di fingere di star combattendo una “guerra difensiva”. I ministri del governo (ma anche dirigenti dell’SPD) iniziarono a parlare apertamente di annettere territori belgi o della Francia settentrionale una volta finita la guerra.

Una seconda tranche di crediti di guerra venne messa ai voti al Reichstag a dicembre. Liebknecht aveva parlato con i socialisti belgi. Questa volta ruppe la disciplina di partito dichiarando che la guerra non c’entrava nulla con la difesa nazionale: “È una guerra imperialista, una guerra fatta per ottenere il controllo imperialista del mercato mondiale”. Liebknecht votò contro, mentre un altro parlamentare dell’SPD, Otto Rühle, si astenne andando al bagno. Si era finalmente levata una voce – isolata – contro il massacro imperialista. Liebknecht divenne un eroe per milioni di persone. Più tardi, una canzone popolare tedesca lo avrebbe definito come “un uomo forte quanto una quercia”. A una terza votazione sui crediti di guerra, tenuta nel marzo 1915, sia Liebknecht che Rühle votarono contro – Liebknecht venne mandato a scavare trincee al fronte, così da impedirgli di fare politica fuori dal parlamento.

Per dirla con un moderno termine cinese, Liebknecht era un “principe rosso” – in quanto figlio di un fondatore del partito, era più noto per il suo nome che per la sua attività politica. Di professione avvocato, Liebknecht si era guadagnato una certa fama di difensore delle organizzazioni socialiste giovanili e della loro autonomia nei confronti della burocrazia di partito. Nel 1907, all’età di 37 anni, era stato eletto presidente della Gioventù Socialista Internazionale. Venne condannato a un anno e mezzo di prigione per alto tradimento – la sua colpa era quella di aver scritto un libro di denuncia del militarismo. Questo tipo di repressione veniva combattuto dai socialdemocratici con l’elezione in parlamento in modo da ottenere l’immunità. Fu così che Liebknecht ottenne un seggio in parlamento. Secondo lo storico Sebastian Haffner, prima del 1914 era uno “sconosciuto che tra i banchi parlamentari sedeva dietro”.

 

Centristi e rivoluzionari

Passò l’inverno, poi ne passò un altro e la guerra continuava. Le famiglie operaie avevano dovuto rinunciare a gran parte delle patate – per non parlare della carne – andando avanti mangiando rape. Il malcontento cresceva. Nel maggio 1916 i giovani operai di Brunswick si ribellarono ai tagli salariarli.

Il crescente malcontento veniva riflesso anche nel gruppo parlamentare dell’SPD. Il numero di deputati che votavano contro i crediti di guerra salì a venti nel gennaio 1916 – tutti e venti vennero presto espulsi dal partito. I dissidenti si costituirono in Gruppo di Lavoro Socialdemocratico (Sozialdemokratische Arbeitsgemeinschaft) e nell’aprile 1917 venne fondato il Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania (USPD). Il vecchio SPD divenne noto come Partito Socialdemocratico di Germania di Maggioranza (MSPD).

Luxemburg definì l’USPD come “partito delle mezze misure e delle ambiguità”. Gli indipendenti – che comprendevano i vecchi centristi di Kautsky e revisionisti come Eduard Bernstein – erano pacifisti, non rivoluzionari. Volevano la fine della guerra in modo da ritornare alle “comprovate tattiche” – ma non avevano nessuna intenzione di lottare per terminare il massacro con un’insurrezione. Kautsky aveva notoriamente dichiarato che “l’Internazionale non è uno strumento di guerra; è fondamentalmente uno strumento di pace”. Questi centristi ruppero con la maggioranza social-imperialista del proprio partito solo una volta espulsi.

A differenza loro, la sinistra della vecchia socialdemocrazia si era formata già con lo scoppio della guerra. Un primo nucleo comprendeva Liebknecht, Luxemburg, l’ormai settantenne Franz Mehring, Julian Marchlewski (karski), Ernst Meyer e Clara Zetkin. All’inizio del 1915 questi militanti fondarono il Gruppo Internazionalista. Pubblicarono un numero di una rivista legale, immediatamente confiscata dalle autorità militari. Luxemburg era finita in prigione prima della guerra per aver insultato il kaiser durante un discorso. Fu libera per un brevissimo periodo, poi venne messe in “custodia cautelare” (cioè imprigionata senza accuse) fino alla rivoluzione stessa. Ma anche così riuscì a condurre la sinistra rivoluzionaria, grazie alla sua energia e al suo talento letterario senza confini che si esprimevano per mezzo di lettere clandestine diffuse segretamente dalla prigione. I suoi sostenitori cominciarono presto a diffondere volantini illegali. A dirigerne la stampa era Meyer, che li firmò come “Spartaco”. Secondo la Luxemburg si trattava di nome terribile, ma i volantini venivano diffusi in tutta Germania e Spartaco divenne un simbolo per milioni di persone. La Lega di Spartaco venne fondata a Capodanno 1916 nello studio legale di Liebknecht.

Quando un anno e mezzo dopo venne fondato l’USPD, i Spartachisti vi aderirono in quanto potevano operare in una struttura legale, e i rivoluzionari erano costantemente nel mirino della repressione e vittima di continui arresti da parte di polizia e militari. La Lega di Spartaco non ebbe mai più di qualche centinaio di membri – intendevano usare l’USPD in modo da raggiungere le centinaia di migliaia di lavoratori che organizzava. Gli scritti di Luxemburg non risparmiarono mai critiche alle posizioni vacillanti e codarde dei dirigenti dell’USPD. Gli spartachisti di alcune città dove la sinistra era relativamente forte (come Stuttgart o Chemnitz) si opposero all’entrata nel nuovo partito centrista. A convincerli a unirsi tutti all’USPD fu Leo Jogiches, dirigente chiave della Lega di Spartaco e compagno di Luxemburg. In particolare, a Bremen la sinistra era così forte che riuscì a prendere il controllo sull’apparato locale ed espellere riformisti e centristi. Ma i “radicali di sinistra di Bremen”, riuniti attorno a Johann Knief e Paul Frölich non si unirono mai alla Lega di Spartaco proprio perché non volevano unirsi all’USPD e lottarono invece per un nuovo partito rivoluzionario. Il gruppo divenne noto come Comunisti Internazionali di Germania (IKD).

 

Il primo sciopero

Quando nel giugno 1916 cominciò il processo per alto tradimento a Liebknecht, più di 50 mila operai berlinesi scesero in sciopero rivendicando la sua liberazione. Nessuno sapeva chi avesse organizzato questa mobilitazione di massa. Solo con l’insurrezione, avvenuta due anni più tardi, che questo gruppo cospirativo – senza pubblicazioni, portavoce e senza persino un nome – venne allo scoperto.

All’inizio della guerra, a Berlino, iniziarono a riunirsi i delegati sindacali (noti come “Obleute”, lavoratori eletti nelle fabbriche per rappresentare i loro colleghi). Si opponevano alla “pace civica” e la proibizione degli scioperi, ma presto si radicalizzarono in opposizione alla guerra stessa, sotto la guida dell’operaio metalmeccanico Richard Müller. Ognuno delle molte dozzine di membri di questo gruppo erano delegati di fabbrica. Questo significava che quel gruppo, anche se ristretto, era in grado di misurare il morale dell’intero proletariato berlinese e diffondere appelli per mobilitazioni in ogni luogo di lavoro – il tutto senza mai doversi esporre in pubblico. Il gruppo viene ricordato con il nome di Delegati Rivoluzionari.

Gli operai morivano di fame a ogni inverno che passava, mentre i capitalisti realizzavano profitti osceni. Come disse Luxemburg: “I proletari cadono, i guadagni si alzano”. Dopo lo sciopero per Liebknecht del 1916, i Delegati Rivoluzionari organizzarono mobilitazioni sempre più grandi. Nell’aprile 1917, centomila operai scesero nelle strade di Berlino durante i cosiddetti “scioperi del pane”. Il gennaio seguente, 250 mila operai scioperarono per una settimana, i cosiddetti “scioperi degli operai delle munizioni”. Più le proteste crescevano e più si politicizzavano. Rivendicavano razioni di cibo migliori, ma anche una pace immediata e riforme democratiche. In questi scioperi, le donne (che avevano inondato le fabbriche, sostituendo milioni di uomini mandati al fronte) avevano giocato un ruolo enorme, un ruolo che oggi come allora viene largamente ignorato o sottovalutato.

 

La fine della guerra

Alla fine dell’estate 1918, lo Stato maggiore tedesco decise che la guerra era ormai finita. I fattori dietro la scelta erano molteplici: gli Stati Uniti erano entrati nel conflitto, mandando milioni di truppe americane fresche in Francia. La guerra sottomarina tedesca (fatta con gli U-boat) nell’Atlantico era collassata, come stava collassando l’Austria-Ungheria, sotto la pressione di sollevazioni popolari spinte dalla fame nella capitale e di movimenti nazionale nelle periferie dell’impero. I generali avevano sperato che il trattato di Brest-Litovsk, che costringeva il governo sovietico della Russia a cedere enormi territori a protettorati tedeschi, avrebbe permesso di ritirare le truppe da fronte orientale e trasferire tutto a occidente. Ma la guerra partigiana condotta dai rivoluzionari ucraini era tanto intensa da impantanare le armate tedesche – ed esse stesse cominciarono a venire “infettate” dalle idee rivoluzionarie.

In tutto l’Impero tedesco scoppiarono proteste quando la classe operaia vide che il nuovo governo rivoluzionario degli operai e dei contadini in Russia aveva chiesto una pace immediata e incondizionata. Cosa ne era allora della “guerra difensiva” contro lo zar? Dopo due offensive fallite in Francia, con centinaia di migliaia di morti da ambo le parti, i generali decisero che una vittoria tedesca era assolutamente improbabile.

Il secondo in comando dello Stato maggiore dell’esercito tedesco, il reazionario fanatico e genio della strategia Erich Ludendorff, aveva una preoccupazione principale: com’era possibile mantenere il prestigio e il potere dei corpi di ufficiali aristocratici dopo l’inevitabile sconfitta? Durante i quattro anni della guerra, i generali avevano amministrato il paese come in una dittatura – ma ora Ludendorff aveva convinto il kaiser a instaurare un governo “democratico”. Per la prima volta, il cancelliere non sarebbe stato nominato dal kaiser ma eletto a maggioranza dal Reichstag. A capo del governo venne posto un aristocratico liberale, il principe Max di Baden – un socialdemocratico deteneva un ministero senza portafoglio. L’SPD aveva ottenuto la “democratizzazione” dell’Impero, ma anche una piccola fetta di potere.

Il nuovo governo “democratico” avrebbe dovuto negoziare le umilianti condizioni di resa alle forze alleate. All’improvviso, i generali – che in privato dichiaravano la guerra impossibile da vincere – proclamarono che tali condizioni erano inaccettabili e che avrebbero combattuto fino alla fine. Ecco la subdola manovra di Ludendorff: anche se personalmente riteneva che avessero perso la guerra, alimentò la leggenda per cui la Germania non venne mai sconfitta sul campo di battaglia. Se l’esercito aveva perso era solamente a causa della “pugnalata alla schiena” dei socialisti e delle loro proteste nel fronte interno. In Germania, questo mito della “pugnalata alla schiena” rimase diffusissimo per decenni interi.

 

I marinai di Kiel

Per un mese il nuovo governo tedesco ebbe scambi diplomatici con l’amministrazione Wilson a Washington. I soldati erano ancora nelle trincee, ma i combattimenti erano praticamente finiti. Si era diffusa la voce che la pace sarebbe stata solo una questione di tempo.

Chi dirigeva la marina tedesca aveva però altri piani. Da quando nel 1916 era collassata la guerra sottomarina, non avevano molto da fare. Le belle navi da guerra erano bloccate nei porti, impotenti contro la flotta britannica, di molto superiore. L’ammiraglio Reinhard Scheer decise che non era così che si poneva fine a una guerra. Ordinò alla flotta tedesca di salpare al largo per un’ultima disperata battaglia finale – 80mila marinai sarebbero dovuti colare a picco per salvare l’onore dei loro ufficiali aristocratici.

La flotta era stata per anni un focolaio socialista. I marinai necessari per far funzionare queste enormi navi da guerra erano reclutati tra gli operai specializzati, dove la capacità dei socialisti di organizzarsi era in assoluto la più forte. Era proprio lì che le contraddizioni di classe della casta militare imperialista erano più evidenti: tra le strette pareti metalliche delle navi, una manciata di ufficiali aristocratici comandavano centinaia di marinai proletari. Nel 1917 c’era già stata una serie di ammutinamenti, tutti repressi nel sangue.

Quando alla fine dell’ottobre 1918 arrivò l’ordine alla flotta di salpare, i marinai si ribellarono. Nelle navi ancorate presso la città costiera di Wilhelmshaven, i marinai arrestarono i propri ufficiali e alzarono bandiere rosse. Gli ammutinati furono arrestati e condotti presso la città di Kiel, ma lì avvennero ammutinamenti ancora più grandi. I marinai rifiutarono di far uscire le navi, giunsero a riva e marciarono per la città, fraternizzando con gli operai del posto e rivendicando la libertà per i loro compagni imprigionati. Per le strade si verificarono scontri con la polizia che fecero almeno nove morti. Il 4 novembre, un consiglio dei soldati proclamò di aver preso il potere in città. Il giorno seguente, gli operai proclamarono lo sciopero generale, bloccando Kiel. Venne creato l’organo farà da base alla rivoluzione tedesca: il consiglio dei soldati e degli operai.

Da Kiel vennero mandati emissari che percorsero l’Impero in lungo e in largo. L’insurrezione si diffondeva da città a città. Le città che avevano eletto consigli dei soldati e degli operai aumentavano di giorno in giorno. I monarchi dei 22 staterelli che componevano l’Impero tedesco vennero costretti uno a uno a rinunciare al proprio trono. Ma nessuno sapeva che l’ondata rivoluzionaria avrebbe raggiunto Berlino, il bastione della burocrazia e del militarismo della Prussia.

I lavoratori tedeschi non erano soli. Il governo degli operai e dei contadini, guidato dal partito bolscevico, da un anno aveva conquistato il potere in Russia. I socialisti internazionalisti di tutto il mondo stavano seguendo gli sviluppi della situazione tedesca con rinnovata speranza: la speranza di espandere a occidente la rivoluzione e assaltare i veri bastioni del capitalismo mondiale, facendo passi decisivi per porre il comunismo all’ordine del giorno.

 

Nathaniel Flakin

Traduzione da Left Voice