Scilla Di Pietro, dirigente della corrente femminista socialista “Il pane e le rose – Pan y rosas Italia”, commenta la situazione politica italiana e la condizione delle donne alla luce del nuovo governo Draghi e dell’avvicinarsi dello sciopero generale internazionale dell’8 marzo, in occasione della Giornata della Donna.


Per uno sciopero femminista del lavoro produttivo e riproduttivo, contro il governo Draghi, per una soluzione dei lavoratori e delle lavoratrici alla crisi!

Lo scorso venerdì si è insediato ufficialmente il nuovo governo Draghi, con una larga maggioranza parlamentare.. Su giornali e dibattiti si è subito chiamato allo scandalo per il numero limitato di donne nominate ministre. Di fatti, solo 8 donne su 23 ministri fanno parte del nuovo governo e per di più di, tra quest,e ben 5 sono a capo di ministeri “senza portafoglio”, cioè che non hanno a loro disposizione fondi, di cui tutte scelte tra Lega e Forza Italia, quindi ben centrate su politiche conservatrici sul piano sociale, specie per quanto riguarda la famiglia.

La retorica che il numero di ministre possa essere il fattore discriminante che rende progressista o meno un governo è tutta dei piani istituzionali, e scambia l’uguaglianza sostanziale con quella formale. La realtà ci dice che le politiche più becere spesso sono state portate avanti dalle stesse ministre dei governi passati: proprio alcune famose ministre hanno permesso lo smantellamento della scuola pubblica a favore di quella privata, come fece la ministra dell’istruzione Gelmini nel governo Berlusconi, o la Carfagna che, sempre nel governo Berlusconi, si è presentata come la paladina delle donne contro la violenza maschilista, eppure… in più di dieci anni è riuscita a stento a far approvare solo una leggere che penalizza lo stalking, ma non ha avuto problemi a rappresentare un partito che ha appoggiato proposte di legge, come quelle di Pillon, che ostacolano enormemente le donne nel praticare il diritto al divorzio e che finanziano campagne pro-life in cui si propone di eliminare il diritto all’aborto.

Questo governo non ha alcun interesse nel migliorare le condizioni della donne, perché vorrebbe dire agire a favore delle lavoratrici contro le imprese. Il compito del governo Draghi è invece l’opposto, cioè permettere alle grande aziende, alle banche di uscire illese, se non arricchite, da questa crisi, e per farlo non avranno paura di colpire i più deboli. Basti pensare che è ormai affermato che le prime a pagare questa crisi sono state proprio le donne: non solo sono state costrette a casa a badare ai figli senza nessun aiuto statale, ma nello scorso dicembre hanno rappresentato il 98% di chi ha perso il lavoro a causa del Covid. Non ci aspettiamo che un banchiere come Draghi utilizzi i fondi stanziati dal recovery fund per ricreare posti di lavoro per questi settori più colpiti o facendo sì che a marzo, quando si prevede lo sblocco totale, la situazione non diventi ancora più drammatica per le lavoratrici. Ci aspettiamo anzi che continui a darli alle banche e alle imprese che continueranno ad accumulare profitto sulla vita delle donne, di chi già si è fortemente impoverito.

Per questo crediamo che si debba prendere posizione netta come femministe rivoluzionarie contro questo governo e farne una delle parole d’ordine centrali per lo sciopero generale dell’8 marzo: scioperiamo contro il governo Draghi!

Nessun governo borghese potrà aiutarci nel cammino dell’emancipazione di genere, perché questa è strettamente correlata alla liberazione da un sistema capitalista che ci obbliga a relazioni malate e di sfruttamento lungo linee di classe ben chiare, e doppiamente portate avanti contro tutte le categorie oppresse: dalle donne, alle migranti, alle variegate e distinte identità sessuali e di genere.

Rivendichiamo uno sciopero femminista dal lavoro produttivo e riproduttivo che non ceda alle illusioni istituzionali di un capitalismo amichevole, ma che rivendichi la nostra libertà di decidere sui nostri corpi, sul nostro tempo, sulla nostra vita.