La giunta regionale delle Marche, col partito Fratelli d’Italia in testa, promuove una politica sempre più in linea con le posizioni dei gruppi cattolici reazionari “pro vita”, favorendo una concezione reazionaria della famiglia.


Fratelli d’Italia ha presentato il 16 febbraio scorso, nel consiglio regionale delle Marche, una proposta di legge per dare sostegno solo alle famiglie considerate dal partito “naturali”: padre, madre, figli. La proposta dal titolo “Interventi a sostegno famiglia, genitorialità e natalità” è un’integrazione alla legge già esistente del 1998. Il documento contiene ventiquattro articoli ed i suoi obiettivi sono: contributi e sgravi fiscali per le famiglie, contributi per la natalità e sostegni alla genitorialità. La pattuglia di Fratelli d’Italia della nostra regione non finisce mai di stupirci nella sua svolta apparentemente senza limiti nel riprendere una a una le posizioni portate avanti da sempre dai gruppi religiosi antiabortisti “pro life”.

Quello che è scritto sulla pietra è che già la parola famiglia rimanda ad un luogo di oppressione patriarcale e di sfruttamento della donna; non c’è niente di meno naturale della famiglia, che è una costrizione sociale, legale e normativa dove sono le norme a definire quali rapporti di sesso o generazione siano “familiari” oppure no.

Nella proposta di legge vengono riconosciuti aiuti solo alle coppie sposate etero e con figl*, vengono tralasciati i nuclei familiari conviventi e solo un unico articolo riguardante i nuclei monogenitoriale. Vengono quindi tagliate fuori dall’accesso a servizi, aiuti finanziari e sgravi, tutte le altre forme di genitorialità, che comunque fanno parte della società, piaccia o non piaccia a Fratelli d’Italia.

Le sciagurate affermazioni del Consigliere Ciccioli, firmatario insieme ad Ausili, Assenti, Baiocchi, Borroni, Leonardi e Purzu, oltre al grottesco che incarnano, rappresentano l’ennesimo tentativo di strumentalizzare istanze e bisogni. A fronte di una crisi economica e sociale sempre più sentita nelle Marche, il volto becero della nuova amministrazione regionale prende parola sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne, così come sulle politiche sociali e per la famiglia, tacendo la svendita al privato e l’inesistenza di un welfare pubblico e accessibile. Tutto viene messo in secondo piano a favore delle blaterazioni sul “comblotto gender”, di sostituzione etnica e crisi della famiglia tradizionale. Ma facciamo un po’ di conti.

Nelle Marche:

il 50% dei contratti di lavoro sono atipici e precari (fonte: Ires Marche);

la richiesta di Cig per il 2020 si attesta a oltre 102 milioni di ore (nel 2019 erano 14 milioni) e quella di Fis a 26 milioni (nel 2019 erano 64mila). Questo vuol dire che ci sono anche lavoratrici e lavoratori che da circa un anno sono fermi, a stipendio ridotto e senza la possibilità di accedere a nessun altra forma di intervento sociale (fonte: Ires Marche);

quasi 50mila persone hanno perso lavoro nell’ultimo anno nel settore terziario. Di queste oltre 36mila solo tra commercio, alberghi e ristoranti (fonte: CNA Marche);

secondo le elaborazioni IRES rispetto all’anno educativo 2018/2019, solo 1 bambino su 4 può accedere ai servizi di asilo nido.

I dati parlano chiaro e ci raccontano il deserto politico creato da decenni di definanziamenti e privatizzazioni. Un deserto in cui l’idea di famiglia naturale posta a misura di tutte le cose non solo è aberrante e escludente ma, comoda. Comoda per chi come la maggioranza di Lega-FDI dice di voler investire a sostegno della genitorialità – solo quella della Mulino Bianco però – aprendo al privato le strutture di assistenza territoriale e apponendo come clausola finale di ogni ragionamento l’invarianza finanziaria (art 24 della proposta di legge) che quindi vuol dire non investire nulla. Comoda per chi come il PD ha bisogno di ripulirsi la faccia ma non la coscienza, ergendosi ORA a difesa delle donne e della libertà di scelta.

ORA, perché quando era al governo della regione, i tagli al piano socio-sanitario regionale non permettevano di sostenere la genitorialità o l’occupazione. Ieri, come oggi, la famiglia tradizionalmente intesa rimane la spina dorsale di uno Stato che ha scelto di tirarsi sempre più indietro e di anteporre le ragioni del profitto a quelle della salute e della dignità umana. La famiglia era e continua a essere il primo ammortizzatore sociale e non è un caso che i nuclei monofamiliari siano sostanzialmente esclusi dalle graduatorie di accesso ai servizi. Per loro, come per tutte le altre forme di esistenza atipica e precaria, che sono però la costante di questa epoca, non rimangono che le briciole: contributi straordinari, una tantum, il contentino lasciato per fare in modo che tutto cambi senza cambiare nulla.

Per questo motivo non ci basta indignarci di fronte alle affermazioni di Ciccioli. Perché non solo non crediamo nella famiglia della mulino bianco, ma neanche vogliamo essere costrettə ad affidarci a un’idea di famiglia che non è la nostra, per uscire da una crisi che non è nostra. Una crisi che privatizza i rischi, addossandoci le responsabilità di un sistema in conflitto con la vita stessa.

Lottare contro la loro crisi, è evidente, è lottare contro lo sfruttamenti capitalista e l’oppressione patriarcale, a partire dalla grande giornata di lotta e sciopero internazionale di domani, 8 marzo, avanzando un programma per un’uscita dalla crisi dalla parte di lavoratori e lavoratrici, delle donne italiane ed immigrate, della gioventù repressa ed impoverita.

Ylenia Gironella