Un anno fa la guerra in Ucraina irrompeva, aggiungendosi a una serie di “catastrofi” (crisi economica, crisi pandemica e crisi ecologica), a suggerirci che la storia del capitalismo è fatta di accelerazioni improvvise e in una certa misura imprevedibili. Questo non deve consegnarci una sensazione di impotenza, ma ricordarci che la storia non è affatto finita dopo il crollo dell’URSS e che la lotta di classe rimane il suo motore.

Una riflessione per ribadire come l’organizzazione e la forza d’urto della classe lavoratrice sono ancora decisive e necessarie per fermare la spirale di violenza e crisi a cui ci conduce la logica del capitale.


Guerra in Ucraina e catastrofi del mondo capitalista: fine della “Fine della Storia”

Esattamente un anno fa, le immagini di centinaia di carri armati russi che varcavano il confine con l’Ucraina ha dato l’ennesima conferma a milioni, miliardi di persone che la storia non è affatto finita.

I cittadini europei, che si sentivano ‘al sicuro’ da decenni, si ritrovano gettati nel peggiore degli scenari della storia in movimento: la guerra. Per millenni le catastrofi che hanno afflitto l’umanità furono essenzialmente tre: carestie, epidemie e guerre, che spesso si manifestavano allo stesso tempo, provocando una spirale di orrore e morte che è stata sperimentata da quasi tutte le generazioni. Neppure con lo sviluppo impetuoso del capitalismo questa triade mortifera è stata debellata: alla Grande guerra seguì la pandemia di spagnola, mentre la Seconda guerra mondiale fu preceduta dalla crisi economica del ’29 e dai suoi effetti devastanti di lungo periodo. Oggi, una crisi forse ancora peggiore di quella, e che continua a mostrare i suoi frutti velenosi e marcescenti, ha bruscamente arrestato la crescita economica mondiale; la pandemia di coronavirus ha sconvolto un mondo che non pensava più alla possibilità di grandi epidemie, e ora la guerra diretta fra potenze torna ad essere una possibilità oggettiva. Peraltro, a queste storiche calamità se ne aggiunge una inedita, potenzialmente più devastante di tutte le altre: la catastrofe ecologica.

Dal punto di vista astratto della produzione di merci, il tempo del capitale è omogeneo e vuoto. Nel libro sulla Rivoluzione di Enzo Traverso questo concetto è ribadito più volte, riprendendo le tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin, dove a questo tempo lineare è contrapposto il tempo messianico della rivoluzione. Ma da un punto di vista concretamente storico, neppure il tempo capitalista è così semplicemente identico. Non solo esso mostra un “moto uniformemente accelerato”, quello dell’accumulazione non costante, ma illimitata di capitale, che solo in tal modo può mantenersi in vita. Nel conflitto dei capitali fra loro, e dunque degli Stati che ne difendono gli interessi, ma anche nello sviluppo tecnologico che è corollario inseparabile da quello economico, la storia del capitale si manifesta piena di cambi di temporalità: accelerazioni improvvise, stagnazioni e – contro l’ingenua vulgata del progresso – regressioni storiche.

Ovviamente la storia non si era in realtà mai fermata. Il lungo periodo di pace che gli Stati europei hanno vissuto – con la brutale parentesi dei conflitti seguiti allo scioglimento della Yugoslavia – era frutto di una congiuntura storica e non, come ci veniva ripetuto da ogni parte, di conquiste morali non più in discussione. È stata piuttosto la pace ad essere una parentesi, pagata da altri popoli, altri sfruttati, altre lavoratrici e lavoratori di paesi “periferici” (rispetto ai centri capitalistici), dove la guerra non ha mai smesso di divampare. Ora la storia, la storia del capitale, torna a presentare il conto anche da noi. Questi suoi sconquassi sembrano così immensi e lontani dalla prassi quotidiana da rendere velleitario ogni tentativo di resistenza e puramente utopistica ogni prospettiva di cambiamento. Pare non si possa fare altro che subire passivamente le contorsioni della storia, sperando nella buona sorte per non essere spazzati via in quanto individui, per i quali la storia non ha mai avuto alcun riguardo. Se le cose stanno così, prepariamoci al peggio: se c’è una cosa che dovremmo aver ormai imparato, è che l’orrore non solo non ha mai fine, ma aumenta ad ogni suo ritorno.

La lotta di classe è il motore della storia, e chi ci governa lo sa

Il fatto che la storia sia tutt’altro che ferma dovrebbe dare una nota di speranza; perché non solo essa è in evoluzione, ma questa evoluzione è dovuta all’azione concreta di noi esseri umani, protagonisti – in misura diversa – della storia. Non dobbiamo attenderci alcuna azione salvifica da parte di chi ci governa, che da destra o da “sinistra” agisce solamente in nome di chi detiene veramente il potere – i grandi capitalisti, che finora non hanno forti interessi a far terminare a breve questa guerra. Capitalisti americani, come capitalisti europei e russi, e anche ucraini, come abbiamo spiegato sul numero 3 di Egemonia. La corsa folle e unilaterale al riarmo e al sostegno militare all’Ucraina (leggere: guerra per procura alla Russia) mostra peraltro, anche solo già da un punto di vista borghese, tutti i limiti di un sistema parlamentare che, nelle forme della democrazia puramente indiretta, prende decisioni di vitale importanza senza alcun confronto con i cittadini. La notizia di un sondaggio, rilanciata nei giorni scorsi da Il Fatto Quotidiano, mostra come meno della metà dei cittadini italiani, tedeschi, francesi e persino americani e inglesi sarebbe favorevole all’ulteriore invio di armi nel teatro di guerra; alla faccia di ciò, il Parlamento europeo ha appena votato a favore dell’invio di aerei da combattimento in Ucraina.

Un altro concetto è ribadito più volte dallo storico Traverso nel suo libro sulla rivoluzione, e sono le parti più sentite e coinvolgenti: il processo rivoluzionario è quel momento in cui, in una storia che sempre e soltanto hanno subìto, le classi subalterne si fanno finalmente padrone del loro proprio destino, dirigono la propria vita, gli sfruttati divengono veramente soggetti autonomi e fanno la storia. Oggi questo processo – come nelle passate ore più buie dell’umanità – non è solamente un sogno emancipativo, ma una questione di sopravvivenza. Questo fatto può generare problemi politici seri, perché potrebbe sembrare che il carattere universale della minaccia – bellica ed ecologica – possa e debba rinsaldare tra loro le fila di sfruttatori e sfruttati, capitalisti e lavoratori nella ricerca comune di un bene comune. Nulla di più falso, e la guerra in Europa, nonché la catastrofe climatica, ce lo mostrano cristallinamente. Solo dall’alleanza organizzata e cosciente delle classi oppresse, da chi da questi eventi traumatici ha solamente da perdere e nulla da guadagnare può venir fuori un movimento radicale che abolisca finalmente lo stato di cose presente, andando a risolvere i problemi alla radice e rendendo impossibile l’avvento di guerre, colossali crisi economiche e devastazioni ambientali, avendo eliminato una volta per sempre la loro causa: il capitale, che come unico fine ha il proprio esponenziale ingrossamento, senza riguardi per la natura depredata e distrutta, né per gli esseri umani sacrificati nel suo perpetuo e sempre peggiore tritacarne.

Nella prospettiva – necessaria – di intraprendere al più presto, e in massa, questa lotta, bisogna sempre avere presenti almeno due punti essenziali:

1) la guerra non è un semplice incidente di percorso, uno spiacevole fatto esterno alla storia della nostra società capitalistica, altrimenti indirizzata verso un generale progresso tecnico e umano; essa è parte integrante di questo sistema. Ciò non significa dire che i capitalisti o i capi di Stato che ne difendono gli interessi siano moralmente abietti e guerrafondai (ma sono anche questo), ma che il vigente modo di produzione, lasciato al suo corso, porta inevitabilmente a conflitti fra capitali, fra capitalisti e quindi fra Stati, sebbene la guerra sia sempre esistita anche in epoche precapitalistiche. Nel lungo periodo di pace europea seguìto alla Seconda guerra mondiale il mondo è stato scosso da decine di guerre, anche di grandi dimensioni; oggi il salto di qualità risiede nel fatto che lo scontro fra grandi potenze è di nuovo all’ordine del giorno, con possibili conseguenze devastanti per tutta l’umanità. Che le classi dirigenti non siano in grado di fermarsi un attimo prima di cadere nell’abisso dovremmo averlo ormai imparato dalla storia, ed è incredibile come tutti riescano ancora a deridere i capi di Stato europei del 1914 per la loro ingenua cecità, senza trasporre immediatamente ciò che successe allora agli eventi attuali;

2) Come la storia, anche il capitale, gli Stati, le multinazionali, le relazioni internazionali ci sembrano realtà di per sé sussistenti che trascendono completamente noi singoli individui. Se ciò è in parte vero, ed è ancora un pregiudizio borghese pensare che sia possibile dirigere la propria vita indipendentemente dalla società e dalle sue organizzazioni, è altrettanto vero che tutti questi colossi sono pur sempre costituiti da reti di relazioni sociali. In queste relazioni, e dunque in queste immense formazioni sociali, le classi oppresse non assumono solamente un ruolo marginale, superfluo. Al contrario, sono le classi lavoratrici a portare materialmente avanti la produzione di merci, a costituire il motore umano di questo stesso sistema che poi le opprime, le sfianca, le getta sulla strada senza lavoro, distrugge il loro ambiente di vita e infine le fa scontrare in guerre fratricide e di sterminio. È soltanto riconoscendo questa realtà che è possibile pensare di portare avanti una guerra al capitale che scongiuri quella, già e sempre in atto, fra i popoli, oltre che a tutti gli altri cataclismi cui sembra destinato il XXI secolo. Non solo, per le ragioni già dette, non bastano sterili marce per la pace, magari capitanate da qualche politico in cerca di voti, e che non fanno che nascondere il necessario carattere di classe dell’opposizione alla guerra, ma non bastano neppure manifestazioni organizzate dai partiti della sinistra radicale che, a prescindere dal numero di partecipanti, non possono che terminare a fine giornata. Bisogna invece entrare nell’ottica di uno scontro continuo fatto di scioperi reiterati e di massa – tenendo ben presente il posizionamento strategico, all’interno del processo produttivo, di certe categorie di lavoratrici e lavoratori – con l’obiettivo di distruggere dal basso il sistema economico che ci affama e ci ammazza.

L’importanza di costruire un’opposizione della classe lavoratrice alla guerra

Su questa via, molte sono le possibili azioni da perseguire più immediatamente. Creare assemblee e coordinamenti di fabbrica che permettano, a mano a mano, un’emancipazione dalle burocrazie sindacali che non consentono di liberare lo scontro aperto e radicale con il capitale; ma anche per creare gli spazi e i tempi per una discussione attiva e politica delle lavoratrici e dei lavoratori sui più drammatici eventi attuali e le prospettive che ci delinea il nostro mondo: la guerra, la catastrofe climatica, l’esponenziale aumento del costo della vita (modo al momento più diretto tramite cui il conflitto in Ucraina impatta la nostra attuale vita quotidiana), l’assenza di prospettive di lavoro, le discriminazioni razziali e di genere e altro ancora. Discussione che dovrà portare all’organizzazione e al miglioramento qualitativo e quantitativo della lotta.

La partecipazione allo sciopero e alla manifestazione in opposizione alla guerra, indetti per il 25 febbraio dall’USB e dal Calp di Genova, o ad altre manifestazioni con un chiaro carattere di classe organizzate in quei giorni, è necessariamente solo il primo passo di una strada di lotte che deve crescere esponenzialmente, come esponenzialmente cresce la pericolosità di questa ennesima guerra del capitale. Il Collettivo di fabbrica GKN ha giustamente aderito a questa chiamata dei portuali genovesi a un anno dall’invasione dell’Ucraina; che la parola d’ordine della convergenza si rinsaldi in questa lotta avendo ben chiare le sue radici di classe, le uniche capaci di portare lo scontro su un piano radicale e non meramente palliativo. Un “per tutto” che riguarda tutti, non solamente chi sta morendo sotto le bombe (per ora confinate all’Ucraina) o di fame perché i nostri governi occidentali decidono di puntare tutto sulla guerra, togliendo definitivamente finanziamenti al lavoro, all’istruzione, alla sanità (nonostante l’evidente tracollo del sistema sanitario durante la pandemia di coronavirus).

Ancora una volta, la scelta è netta e drammaticamente urgente: o il socialismo o la barbarie; o la libertà di un’esistenza felice e umana, condotta in radicale democraticità e in armonia con la terra, o la regressione in una spirale di violenza e dolore che la storia ha già conosciuto e che potrebbe essere anche peggiore che nel passato. Si tratta di una scelta non più rimandabile. Con le parole di Walter Benjamin: «prima che la scintilla raggiunga la dinamite, la miccia accesa va tagliata»1.

Leonardo Nicolini

Note

  1. W. Benjamin, Strada a senso unico, in Id., Opere complete, volume II, Einaudi, Torino 2001, p. 441.

Nato a Genova nel 1998, è cresciuto in una famiglia di artisti. Ha studiato filosofia prima a Pavia e poi e Firenze, dove vive attualmente. Militante della FIR, si dedica anche alla fotografia e al cinema.