Il 26 ottobre a Colleferro si è tenuta una mobilitazione che ha coinvolto centinaia di persone provenienti da tutto il circondario della Valle del Sacco. Un’occasione per denunciare il genocidio in Palestina, ma soprattutto per contrastare le industrie di armamenti che in tutta la Valle stanno ampliando le produzioni e acquisiscono sempre più controllo del territorio. Una mobilitazione importante e necessaria, ma che ha bisogno di un ruolo più centrale della classe lavoratrice di tutta la Valle e di una rottura totale contro chi queste politiche le sta avallando.
Vi sono territori che, storicamente, hanno rappresentato il motore industriale pulsante per decine di migliaia di persone: industrie della grande produzione meccanica, di trasformazione delle materie prime e anche di armamenti. Migliaia di posti di lavoro, certo, ma anche luoghi di grande mobilitazione operaia e di scioperi imponenti.
Uno di questi territori è, senza ombra di dubbio, la Valle del Sacco, una zona che si estende tra gli ultimi comuni della provincia di Roma e quella di Frosinone. Un’area di grande produzione industriale ad alta tecnologia: basti pensare alla FIAT Ferroviaria, poi diventata Alstom, o al colosso della produzione di apparecchi digitali VideoColor di Anagni.
A queste grandi industrie si affiancava una fitta rete di aziende chimiche e di trasformazione delle materie prime, oltre a una serie di attività di media grandezza che prosperavano fornendo componenti e servizi alle industrie principali. Si trattava per lo più di officine meccaniche che producevano pezzi di assemblaggio per macchinari industriali e altri materiali destinati alla grande produzione.
A spazzare via questo contesto industriale è stata la crisi finanziaria globale del 2008, che ha provocato una drastica riduzione dei posti di lavoro e la chiusura di decine di industrie in tutto il territorio, in particolare nel comparto ferroviario, in quello chimico e nella grande azienda VideoColor.
A questa fase di dismissione seguirono una serie di mobilitazioni della classe lavoratrice che, nonostante lunghe proteste e manifestazioni anche radicali – come i blocchi autostradali contro la chiusura della VideoColor – finirono per essere sconfitte, complice soprattutto il ruolo marginale della burocrazia sindacale.
Si tratta di un territorio che non si è mai ripreso del tutto dal punto di vista occupazionale, come appare evidente percorrendo il tracciato della manifestazione del 26 ottobre: un corteo che attraversava le aree industriali dismesse, oggi simili a resti archeologici di un passato produttivo ormai lontano.
L’industria di guerra e i nuovi profitti
Oggi a sostenere l’economia locale sono soprattutto i colossi del settore aerospaziale e della difesa, in particolare Avio (ex Fiat Aviazione), che negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento internazionale per i lanci dei razzi Vega nello spazio, anche grazie a collaborazioni di rilievo con industrie israeliane.
Già tra il 2014 e il 2016 vi fu una prima collaborazione, poi rinnovata nel 2021 nell’ambito dell’accordo tra l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e quella israeliana, volto al lancio – tramite il vettore Vega – della missione “Shalom”, con finalità dichiarate di difesa ambientale e prevenzione dei disastri naturali.
Si tratta di appalti da miliardi di euro, che si sommano a quelli del comparto della difesa, cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. Se fino a poco tempo fa rappresentava il 15% del fatturato annuo, già dal 2025 è salito al 25%, con investimenti sempre maggiori legati alle politiche europee di riarmo.
Come hanno denunciato diversi attivisti della zona, Avio si prepara ad ampliare ulteriormente il proprio spazio industriale, arrivando fino alle porte della città, in linea con i crescenti investimenti nel settore militare.
A Colleferro opera anche un’altra grande industria, la KNDS, presente in città fin dagli anni Dieci del Novecento e da sempre punto di riferimento della produzione bellica italiana. Nonostante i vari passaggi di proprietà e i numerosi incidenti – tra cui quello del 1938, ricordato recentemente dallo stesso Presidente Mattarella durante una visita ufficiale, in cui persero la vita 60 persone – la fabbrica ha continuato a operare.
La KNDS diede origine a diverse attività industriali nella zona, tra cui la produzione di concimi e quella dei cementi, ancora oggi rappresentata da ItalCementi. Si tratta di un settore che ha prodotto bombe a grappolo, mine antiuomo e vettori per armi chimiche, mietendo vittime non solo nella produzione e nell’uso, ma anche contaminando profondamente il territorio della Valle del Sacco.
Gli scarichi chimici nel fiume Sacco e l’interramento di centinaia di barili tossici nei campi vicini alla città hanno reso l’area altamente inquinata, tanto da spingere le istituzioni nazionali a dichiararla Sito di Interesse Nazionale (SIN) per la bonifica ambientale.
La KNDS sarà inoltre capofila di un progetto finanziato con fondi europei per la difesa, per un importo di circa 41 milioni di euro, che coinvolgerà anche l’industria Ex Winchester di Anagni (Frosinone), anch’essa di proprietà KNDS, e che presto vedrà ampliarsi il proprio spazio produttivo a ridosso dell’autostrada Roma-Napoli.
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Il contrasto alla politica di riarmo
Negli anni d’oro del dopoguerra, l’industria della Valle del Sacco aveva contribuito in parte allo sviluppo del territorio, garantendo servizi primari come stazioni, ospedali e scuole che servivano decine di migliaia di persone. Le politiche di tagli verticali degli ultimi trent’anni hanno però determinato una drastica riduzione di questi servizi, con la chiusura di interi reparti ospedalieri – come ostetricia e pediatria a Colleferro – e persino la chiusura quasi totale dell’ospedale di Anagni.
A questo quadro si aggiunge l’elevata incidenza dell’inquinamento sulla qualità della vita: i casi di tumore e di malattie respiratorie sono aumentati drasticamente, mentre per lungo tempo è stato vietato il pascolo lungo le rive del fiume e l’acqua delle fontane è risultata inutilizzabile.
Questi dati, insieme ai timori della popolazione, hanno alimentato una crescente mobilitazione popolare, guidata da chi da anni si batte contro le “fabbriche di morte” e il progressivo degrado ambientale della valle.
Non è un caso che nelle due città principali, Anagni e Colleferro, oltre che nei comuni limitrofi, si siano svolte numerose iniziative di protesta che hanno visto la partecipazione di centinaia di cittadini, uniti da rivendicazioni chiare contro le politiche di riarmo e per la riconversione civile delle industrie belliche.
Queste rivendicazioni si intrecciano anche con altre mobilitazioni locali, come quelle dei lavoratori Avio, sostenuti dal sindacato USB, contro il taglio dei servizi mensa e per migliori condizioni di lavoro.
Ma la politica del riarmo trova oggi spazio anche sul piano culturale. Nei giorni stessi delle manifestazioni, una scuola del territorio ha portato gli studenti e le studentesse in visita al Maker Faire di Roma, una fiera della tecnologia tenutasi al Gazometro, dove venivano presentate – tra le altre – innovazioni nel campo militare: un modo, probabilmente, per mostrare ai più giovani “la bellezza” del sapere tecnologico applicato agli strumenti di guerra.
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Il ruolo della classe lavoratrice
Dal punto di vista occupazionale, negli ultimi anni la Valle del Sacco ha visto l’arrivo dei giganti della logistica, come Amazon, che hanno parzialmente calmierato la perdita di posti di lavoro, ma senza prospettare un vero sviluppo per il territorio.
Le mobilitazioni di questo periodo, spesso inserite nel contesto più ampio delle proteste contro il genocidio in Palestina, non possono però acquisire piena forza nelle rivendicazioni territoriali senza una reale partecipazione della classe lavoratrice.
È impensabile, infatti, un’azione concreta volta a contrastare il riarmo e l’economia di guerra senza il coinvolgimento diretto dei lavoratori e delle lavoratrici; allo stesso modo, le storiche rivendicazioni del territorio non potranno diventare realtà senza la loro partecipazione attiva. A questo va aggiunto il fatto che le istituzioni locali, soprattutto per mantenere una loro legittimità politica stanno avallando acriticamente tali scelte. Di fatto queste non possono in alcun modo essere potenziali alleate nella lotta poiché rispondono a precisi interessi che sostengono nei fatti le politiche belliche. Se avere il fianco delle istituzioni significa uscire da rapporti di forza indeboliti, questi ultimi possono essere rafforzati soltanto con un reale movimento dei lavoratori della zona. Unire le lotte sindacali alle politiche contro il riarmo può rappresentare una spinta determinante per l’intero territorio che rivendica ormai da anni migliori condizioni di lavoro, più servizi e un ambiente più sano dove vivere.
Mattia Giampaolo
Laureato in storia contemporanea dei paesi arabi alla Sapienza di Roma, nel 2018 ha conseguito il master in Lingue e Culture orientali alla IULM University.
Dottorando alla Sapienza presso il Dipartimento di Scienze Politiche, con una tesi su Gramsci, la rivoluzione passiva e la Primavera Araba.