Nelle scorse settimane il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (d’ora in avanti CEDS) si è finalmente pronunciato riguardo al ricorso presentato nel 2022 dall’Unione Sindacale di Base, esprimendosi contro le limitazioni al diritto di sciopero in Italia con particolare attenzione alla legge 146, che regola gli scioperi nei servizi ritenuti “essenziali”, meglio nota come “legge anti-sciopero”. Cosa comporterà questa sentenza e come ha recepito la notizia il governo di destra?


Cosa viene contestato dal CEDS all’Italia?

La 146 è la legge del 1990 (che ha subito ritocchi e modificazioni con la legge 83/2000) che regola l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi definiti “pubblici essenziali”. Questa impone fasce orarie di garanzia in cui gli scioperi vanno interrotti e i servizi garantiti, periodi particolari in cui viene vietato tout court il diritto di sciopero per via di eventi e ricorrenze nazionali, periodi di “rarefazione” tra una data e un’altra di mobilitazione, oltre a imporre alle organizzazioni sindacali di indicare con giorni di anticipo non solo la data di inizio, ma anche la data di fine delle proteste.

Questo impianto è stato definito eccessivamente restrittivo dal Comitato Europeo, che, va da sé, non è un organismo radicale. Nello specifico, viene contestata la larga interpretazione data dalla Commissione di Garanzia ai servizi pubblici essenziali, in cui spesso rientrano categorie che non dovrebbero essere considerate tali, e vengono messe in dubbio una serie di restrizioni che intaccano l’effettività capacità di incidere dello sciopero, in particolare la “rarefazione” e l’obbligo di definire date di inizio e di fine della mobilitazione.

Quest’ultimo punto è sicuramente quello più dolente: se i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali non possono decidere fin quando continuare a lottare, ma devono “per legge” concludere la mobilitazione in una data specifica, significa che lo sciopero viene scollegato dagli obiettivi che si era prefissato, non potendo essere sostenuto fino al loro raggiungimento. In pratica, viene ridotto a una mobilitazione simbolica che però, a differenza di una normale manifestazione, costa ai lavoratori una o più giornate di salario.

Come ha reagito il governo?

La sentenza rappresenta sicuramente un’importante vittoria simbolica, in particolare perché arriva a breve distanza dalle mobilitazioni e dagli scioperi dello scorso autunno. Il governo (in particolare il ministro dei trasporti, Matteo Salvini) ha tentato disperatamente di precettare gli scioperi che erano stati convocati con le parole d’ordine lanciate dai portuali, “Blocchiamo tutto”. Come? Utilizzando la commissione di garanzia e la legge 146 come clava per ridurre al silenzio le centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici riguardo la solidarietà al popolo palestinese, ma anche riguardo alle lotte per il rinnovo del CCNL di una categoria strategica come quella dei ferrovieri.

È evidente che, anche se formalmente la commissione di garanzia sarebbe costretta a recepire le indicazioni del CEDS, la stretta contro scioperi e mobilitazioni nel mondo del lavoro non si fermerà, soprattutto in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo. A riprova di ciò, l’11 marzo la stessa Commissione di Garanzia si è espressa in maniera favorevole ad includere parte del settore della logistica nella categoria di servizi pubblici essenziali, alla quale fa riferimento la legge 146. Questo rappresenta un vero e proprio assalto frontale ai diritti dei lavoratori e delle lavoratrici di un settore che ha visto un’impennata di scioperi e mobilitazioni negli ultimi quindici anni, e la formazione di diversi sindacati di base che esprimono lotte anche molto radicali. In questo contesto diventeranno sempre più centrali la capacità e la volontà di disobbedire dei lavoratori e delle lavoratrici, anche all’interno delle loro organizzazioni, come in parte è già accaduto con il grande sciopero del 3 ottobre scorso, per il quale le organizzazioni sindacali (sia confederali che di base) stanno venendo bersagliate da sanzioni da decine di migliaia di euro.

Un diritto essenziale

È necessario oggi più che mai denunciare l’utilizzo della 146 da parte del governo come leva repressiva, più che come mezzo per garantire servizi realmente essenziali. Considerando che questi vengono indicati esplicitamente come servizi legati all’incolumità e alla salute dei cittadini, come ad esempio i servizi ospedalieri e le forniture di energia e acqua, siamo sicuri che rientri tra questi tutto il trasporto merci su gomma da parte dei giganti della logistica? Ci permettiamo di dissentire. Non solo: dobbiamo contrastare l’eccessiva compiacenza dei sindacati confederali rispetto a misure divenute via via più limitanti nei confronti del diritto di sciopero, che storicamente è stato il mezzo più efficace per ottenere miglioramenti, sia all’interno dei luoghi di lavoro, che per tutta la società, in particolare per i suoi settori più vulnerabili.

La difesa del diritto di sciopero si deve sviluppare in una discussione più aperta, pubblica e condivisa possibile all’interno e tra le organizzazioni sindacali e nei luoghi di lavoro. Nessuna società può dirsi realmente democratica se ai lavoratori viene tolto il diritto di lottare per migliorare le proprie condizioni, e influenzare il proprio governo e le sue decisioni.

La dichiarazione del CEDS, seppur pienamente condivisibile nei suoi contenuti, rimane solo un canto di sirene: le indicazioni degli organi europei, anche quando espressi sotto forma di norme da recepire obbligatoriamente a livello nazionale, non fanno altro che cristallizzare lo stato attuale dei rapporti di forza nello scontro di classe. Al più, si esprimeranno in sanzioni comminate ai singoli stati, che scaricheranno il peso di queste sulle spalle della classe lavoratrice, spesso assottigliando quelle voci di bilancio che coprono le spese di quegli stessi servizi essenziali oggetto della 146.

Non gettiamo il bambino con l’acqua sporca, però: questa dichiarazione può essere una leva per riaprire il dibattito nei luoghi di lavoro, sia nei settori dei cosiddetti servizi essenziali che in tutti gli altri. Proprio alla luce dell’estensione di questa definizione a una parte della logistica, occorre domandarsi quanti altri settori rischiano il medesimo trattamento, in una fase di crescente repressione e restringimento dei diritti sociali, dovuti alla corsa al riarmo. Un filo rosso collega la 146, i decreti sicurezza, il DdL antisemitismo (legge Romeo), e da ultimo anche il referendum sulla riforma della magistratura.

Armiamoci e partite

La società tutta, dalla classe lavoratrice ai movimenti per i diritti civili, va irregimentata e disciplinata per prepararla alla guerra, che sia guerreggiata o “lontana da casa”. Ce lo dimostra la richiesta da parte dell’UE di aumentare la spesa bellica fino al 5% del PIL, così come l’aumento dei costi della vita dovuto all’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, e ce lo dimostrerà l’impennata dei prezzi al supermercato che seguirà il blocco delle navi che trasportano fertilizzanti. La crisi in arrivo è una conseguenza diretta delle guerre imperialiste dei nostri “vicini e alleati”, Israele e Stati Uniti, a cui i nostri governi (indipendentemente dal colore) chinano il capo, in attesa delle briciole.

Ai turni massacranti, al trasporto di armi su infrastrutture civili e col nostro lavoro, alla privatizzazione dei servizi, ai tagli al welfare, alla militarizzazione nelle scuole, dobbiamo dare una risposta chiara e netta. Non possiamo fare affidamento alle burocrazie sindacali, è necessario costringerle a un’azione radicale e scioperi a oltranza, e per farlo dobbiamo organizzarci come lavoratori e lavoratrici, in modo indipendente e a prescindere dalla sigla sindacale, come ha mostrato l’esperienza di lotta e autorganizzazione nelle ferrovie degli ultimi 2 anni. Ma non basterà: è necessario unire i fronti e aumentare il coordinamento dal basso tra settori diversi di lavoratori, come hanno fatto portuali e ferrovieri quando hanno dimostrato che la logistica di guerra si può inceppare, insieme ai movimenti territoriali. La repressione non si fermerà, e non saranno solo i manganelli nelle piazze a esprimerla: sanzioni disciplinari e processi saranno un costo che potremo sostenere solo, di nuovo, con l’autorganizzazione, attraverso le casse di resistenza, come quella lanciata da USB e CALP dopo le mobilitazioni di ottobre.

Questo per noi significa centrare la lotta sulla classe lavoratrice, e crediamo che i movimenti che si sono sviluppati nell’autunno abbiano un compito fondamentale: mettere a disposizione dei lavoratori e delle lavoratrici tutte le loro capacità organizzative, mobilitatrici e creative. Questo non è solo un compito, ma anche una necessità dei movimenti, per non esaurirsi e rimanere schiacciati dalla repressione.

La legge 146 e i decreti sicurezza sono la mano destra e sinistra dello stesso nemico, e come tali vanno affrontati.  Abbiamo bisogno di ricostruire un fronte unico, e mettere di nuovo alle strette i confederali, affinché il 22 settembre e il 3 ottobre possano essere ricordati solo come il timido preludio di una stagione di scioperi e mobilitazioni che fermi la guerra e dia nuovo slancio alla lotta per una società diversa. Cominciamo a farlo il 28 marzo, alla manifestazione nazionale No Kings, contro tutti i re e le loro guerre.

 

Massimo Civitani