In vista dell’assemblea nazionale “Energie in movimento”, convocata da vari settori dei movimenti sociali e in particolare dal fronte romano di lotta per l’abitare e contro gli sgomberi “Roma non si chiude”, proponiamo uno scambio sulla situazione politica al tempo del nuovo governo PD-M5S “pentadem”, dei problemi, delle sfide e delle prospettive dei movimenti tra Paolo Di Vetta, storico militante dei BPM (Blocchi Precari Metropolitani) e del movimento per l’abitare di Roma, e Giacomo Turci, redattore della Voce e dirigente della FIR.


Per parlare delle sfide dei movimenti sociali oggi in Italia, potremmo partire da un’immagine che ha caratterizzato lo stato dell’arte dell’estate a Roma, ma anche nello scenario politico nazionale, che poi ha avuto dei cambi repentini, e cioè lo sgombero di Cardinal Capranica, che è stato, se vogliamo, l’apice di un percorso di contrapposizione, di repressione acuta, al pari se non di più degli episodi che avevamo già visto negli ultimi anni a Roma. A partire da lì, che tipo di valutazione politiche si possono fare, al netto della retorica filopopolare di questa giunta Raggi e di questo Movimento 5 Stelle che doveva portare una discontinuità rispetto al PD come alle amministrazioni della destra ma che, all’atto pratico, non sembra che abbia dato discontinuità su alcuna questione fondamentale per i lavoratori, la gioventù, gli immigrati a Roma?

Come punto di partenza potremmo utilizzare il protocollo sulla sicurezza urbana, quel protocollo proposto dal prefetto di Roma – non l’attuale, ma la precedente prefetta andata in pensione, la Basilone – alla presenza del Ministro Salvini è stato sottoscritto sia dalla regione Lazio, centrosinistra, sia dalla sindaca Raggi, grillina.

L’insediamento della sindaca Raggi a Roma, per pezzi di questa città anche organizzati, era una novità, un elemento di scarto rispetto al governo del centrodestra o del centrosinistra. Un’analisi fortemente errata, perché poi la realtà ha rivelato ben altra composizione politica da parte della maggioranza capitolina. Per tutta una fase non tutta la città aveva ritenuto necessario mobilitarsi con la necessaria forza: diciamo che il protocollo sulla sicurezza urbana e il cronoprogramma degli sgomberi ha prodotto invece il passaggio necessario – un po’ per paura, un po’ per necessità, un po’ perché si è compreso sino in fondo che non c’era possibilità di salvezza in una interlocuzione privilegiata con l’amministrazione capitolina. A questo si è aggiunto anche un atteggiamento da parte della regione Lazio, inizialmente tutto mirato a lasciare la sindaca col cerino in mano, per cui anche a favorire uno sgombero come quello di Cardinal Capranica, nell’ipotesi che tutto questo si sarebbe riversato come problema su Salvini e sulla Raggi, così che il PD avrebbe potuto fare la parte del salvatore della patria. Oggi le cose sono decisamente cambiate rispetto alle ipotesi di governo, perché abbiamo un’alleanza 5Stelle-Partito Democratico che su Roma non ha fatto vedere nulla di nuovo né come discontinuità né come svolta, nemmeno in regione Lazio stiamo notando grandi cambiamenti. Però qui nel Lazio delle prime manovre di avvicinamento ci sono state: si parla addirittura di candidature comuni nelle prossime regionali; Franceschini auspica un percorso di questa natura tra 5 stelle e PD. Diciamo che in questo momento, dopo lo sgombero di Cardinal Capranica, le realtà sociali, le realtà sindacali di questa città stanno dentro questa situazione non semplice dove si è prodotta una capacità di mobilitazione importante, dove si è fatto il possibile rispetto a Cardinal Capranica e si è anche riusciti a produrre una narrazione che ha messo in difficoltà la controparte. Su Caravaggio si è riusciti a costruire un fronte molto largo, utilizzando anche la particolare fase politica, che di fatto ha impedito lo sgombero: la nuova prefetta, da poco arrivata, ha deciso che non era il caso di produrre uno sgombero di quella natura dove comunque sia i movimenti, sia le realtà che avevano solidarizzato, avevano deciso di resistere attivamente a uno sgombero fatto con le forze dell’ordine. Diciamo che si riparte da lì, in qualche modo, in nuovo contesto politico dove però sicuramente gli sgomberi andranno avanti per quello che noi sappiamo: non crediamo ci sia una discontinuità, non abbiamo informazioni che vanno in questa direzione; ci si dovrà misurare con questa nuova fase. Diciamo che l’assemblea nazionale che è stata convocata a Roma per il 14 e il 15, e il confronto serrato che c’è tra le diverse anime romane – di movimento, sindacali, dell’associazionismo – non sappiamo dove porterà. Probabilmente c’è chi vede in questo governo qualcosa di diverso, di interessante, e si sfilerà da questo percorso fatto insieme. Siamo in una fase abbastanza delicata in cui ognuno sta ragionando sul da farsi: sabato e domenica lo si farà insieme, però non possiamo dare nulla per scontato.

A proposito della assemblea di questo weekend: la sua forma ci descrive una situazione sociale e politica a sinistra; chi la convoca sono realtà di diversi territori, realtà più o meno locali che oggi un po’ più di prima si coordinano sul terreno della lotta e delle mobilitazioni, ma in un contesto dove la sinistra politica, sindacale, di movimento sta agendo perlopiù in ordine sparso in una fase dove forse il riflusso iniziato anni fa non è ancora terminato, una fase di scarsezza di episodi di lotta generalizzata a livello nazionale anche su singoli settori, di mancanza di scioperi generali partecipati come quelli messi in campo contro Berlusconi – parliamo di diversi anni fa – e dove rimane molto problematico rispetto alle contraddizioni di cui parlavi, lo scollamento tra il piano della lotta, dell’autorganizzazione, della battaglia politica, e poi il problema del confronto con le istituzioni, con lo Stato, con la “grande politica”, e da qui anche il fatto che ancora, con una debolezza moltiplicata, ci ritroviamo spesso, quando parliamo di politica a sinistra, in una logica per cui possiamo organizzarci e fare la lotta per poi cercare una sponda istituzionale che in qualche maniera ci aiuti da dentro le istituzioni, una sponda però che col tempo è socialmente sempre più scollata da noi. Abbiamo rappresentanti di partiti che possono anche non essere “di sinistra”: quando c’è stata una certa influenza del M5S – se non ora, qualche anno fa -, sembrava che il principale referente del movimento operaio potesse essere addirittura il M5S, che in realtà è un partito nato con un’impostazione esplicitamente antisindacale e antioperaia: tutte le volte che si finiva su questi temi l’ha manifestata, contrapponendo una retorica “popolare” dove poteva entrare anche un discorso assistenzialista, purché non si parlasse di organizzazione e lotta operaia. Questa mi pare una debolezza su cui lavorare anche nelle assemblee che ci aspettano. Sicuramente è un passo in avanti il tentativo di collegare diversi ambiti di lotta, intervento e discussioni aperti oggi in Italia – lavoro, ambiente, casa, diritto alla città -, e però, almeno dal nostro punto di vista, c’è anche il bisogno di collegare queste lotte e questi dibattiti in una strategia, in un’arena politica, in organizzazioni che siano in grado di condurre questa battaglia politica più ampia e generale con piena indipendenza dai referenti istituzionali che però non ci rappresentano socialmente. Questo, tenendo conto che non siamo più in una fase storica dove già troviamo un grande partito-contenitore come potevano essere il PSI e il PCI, né abbiamo organizzazioni rilevanti di sinistra, anticapitaliste, radicate nel movimento operaio, tra la gioventù e in altri settori come potevamo avere, ad esempio, negli anni Settanta. Penso che questa sia una situazione che va affrontata esplicitamente, rompendo quella logica per cui speriamo di avere un partito, “da votare” o meno, che ci possa dare un aiuto “istituzionale” slegato dal nostro conflitto sociale.

A partire dall’esperienza positiva di “Roma non si chiude”, mi interessava sapere come valuti le possibili ricadute politiche di questi processi di riaggregazione che per ora sono molto parziali e che però hanno smosso le acque rispetto a un ambiente che era ancora più immobile, dopo anni di governi tecnici e semi-tecnici a egemonia PD, e dopo un anno abbondante di governo gialloverde centrato sulla Lega e su Salvini.

Io credo che noi siamo di fronte nuovamente a una possibile divaricazione: il M5S negli anni passati ha prodotto una divaricazione nel paese ed ha anche espresso un contenitore, un contenitore che ha messo un coperchio su una possibilità di rivolta o comunque anche di insorgenza, meno gestibile da parte di chi era al governo. Diciamo che quel contenitore ha prodotto quel tipo di divaricazione, anche a sinistra, anche dentro dinamiche di movimento; ha visto un terzo degli iscritti CGIL votare per il M5S, ha prodotto una dinamica anche il lavoro fatto dalla Lega in questo senso: anche la Lega è stata capace di produrre delle divaricazioni dentro la società, dentro la pancia del paese. Credo che ci troviamo ora di nuovo di fronte a un’ipotesi di divaricazione, stavolta più politica, più politicista se vogliamo, perché l’alleanza PD-M5S restituisce a un settore della società un punto di vista, restituisce un’ipotesi un po’ più “progressista” rispetto a quella che veniva prima restituita dall’alleanza Lega-M5S, e questa è una cosa con la quale i movimenti, le realtà sociali, il sindacalismo conflittuale dovranno fare i conti, perché questa divaricazione ha a che vedere con la rassegnazione e l’impossibilità percepita di costruire un punto di vista indipendente, delle lotte indipendenti, un’organizzazione indipendente. Nel senso che l’avanzata delle destre, il consenso che ha costruito Salvini intorno a sé e che l’ha portato alla mossa della rottura coi 5 Stelle, per poi ritrovarsi in questa condizione, non è finita. Questa idea di rappresentarsi come l’opposizione sociale a un governo M5S-PD, indicando come “traditori” i 5 Stelle rispetto a un’ipotesi di rinnovamento e di rottura col passato, con la casta eccetera eccetera, chi la combatte? Ad esempio: fra due anni a Roma si dovrà votare per il nuovo sindaco; questa idea la combattiamo dicendo che l’unica strada percorribile è sostenere un’ipotesi di quella natura PD-M5S “sbilanciati a sinistra”contro l’avanzata di Salvini che prova e proverà a giocare la sua partita dentro questa città, o costruiamo un percorso nostro, capace di non morire, in qualche modo, dentro il PD? Questa è la domanda vera che sta anche dentro la due giorni dell’assemblea che faremo a Roma con varie realtà nazionali, ma che sta dentro anche al dibattito quotidiano, che stava dentro anche all’iniziativa messa in campo lunedì scorso a Primavalle per provare a riportare le famiglie di Cardinal Capranica dentro un luogo dove possono abitare, tentando una nuova occupazione che aveva un doppio valore: uno di natura squisitamente sindacale, legata al diritto alla casa di queste persone, che è stato negato da un comportamento ignobile dell’amministrazione comunale, che vive tutto in termini di emergenza e mai di politiche abitative pubbliche strutturali; dall’altro lato, era un tentativo di misurare la temperatura, sia la temperatura della controparte, che era alle prese con questa “svolta”, con questa “discontinuità”, la temperatura di Zingaretti, di Di Maio, della Raggi, la temperatura di una città che si sta schierando a sostegno dell’ipotesi pentadem… ma anche la temperatura nostra, anche la capacità di questo movimento, dopo aver costruito il percorso Roma non si chiude, dopo aver tentato di difendere Cardinal Capranica, dopo aver costruito il fronte di difesa di Caravaggio, di produrre un nuovo momento conflittuale che ribaltasse tutta la decretazione contro le occupazioni e sugli sgomberi che nasce da Minniti per arrivare a Salvini.

Diciamo che c’è ancora strada da fare e questa strada non è semplice da percorrere proprio perché il nemico ha cambiato volto, ha cambiato forma e, come si diceva un tempo, prova a marciare alla nostra testa: abbiamo la sensazione che il rischio vero è che l’ipotesi “giallorossa” – con grande scorno dei tifosi della Roma – abbia realmente una sua fascinazione. E’ di un opportunismo spaventoso, perché ha garantito di rimanere lì in parlamento chi sapeva di perdere la propria poltrona – sia fra 5 Stelle sia fra parlamentari renziani -, ma che ha anche una sua dose di fascinazione in un paese che comunque contro Salvini si è mobilitato su piazze che hanno espresso un loro punto di vista sulla questione degli sbarchi e degli sgomberi.

Noi dobbiamo essere capaci di saperle leggere, di decidere come muoversi dentro queste situazioni e di costruire un percorso indipendente, cioè che Roma non si chiude abbia una capacità autonoma di continuare il conflitto dentro questa città, di costruirsi come coalizione del conflitto, di saper dialogare anche con i pezzi del sindacalismo conflittuale che in questa partita hanno le idee chiare – e penso che l’assemblea nazionale del 29 settembre proposta dal SI Cobas sia un pezzo di questo ragionamento, di questo percorso in termini più generali che scontati non sono, perché ad esempio nel movimento per l’abitare romano spesso tende a mischiare il piano locale locale col piano nazionale, che effettivamente a volte coincidono per via della particolarità di questa città, che contiene i palazzi del potere, perché ci sono tante occupazioni abitative e sociali come non ce ne sono in altre parti d’Italia. Abbiamo sempre pensato che qui potesse prodursi il livello più alto dello scontro nel momento in cui Salvini governava insieme a Di Maio: riteniamo che questo pericolo non sia ancora scongiurato, però c’è invece chi può cominciare a pensare di avere meno voglia di mobilitarsi. Faccio un esempio per tutti: Landini. Landini incarna un punto di fascinazione a sinistra, della FIOM, di mondi che comunque si sono mobilitati, da “Uniti contro la crisi” in poi; Landini ha lanciato più volte l’idea dello sciopero generale nel mese di ottobre: un discorso che pian piano va diluendosi in un confronto col governo che è mutato per cui, come avviene nella CGIL, è chiaro che può avvenire anche dentro mondi più vicini a noi. Bisognerà essere molto seri, molto lucidi nel comprendere quello che ci accade intorno, e essere capaci di rappresentare un punto di vista nella società, nel paese, in questa città che non consegni nelle mani di Salvini lo scettro dell’opposizione sociale, mentre si impegna a frugare nella pancia dei penultimi che si scagliano contro gli ultimi e provare a muoversi dentro quadro un pochino complicato.

Però le questioni di cui parla dal suo punto di vista anche Salvini ci sono: l’emergenza abitativa esiste, la questione della precarietà esiste eccome; la dinamica di attacco nei confronti dei poveri che vengono colpiti mettendoli insieme dentro la questione dei flussi migratori con la legislazione vigente è un tema, ed è un tema che appartiene tanto al PD quanto ai 5 Stelle, nel senso che la prima legislazione, anche se separata, che colpiva i flussi migratori e le occupazioni abitative era di Minniti e di Orlando; successivamente Salvini ha accorpato in una sola forma legislativa entrambe le questioni, ma il punto di vista si assomiglia in modo spaventoso, per cui non è possibile cadere nell’errore per cui questo governo, solo perché aprirà qualche porto, solo perché toglierà qualche multa ai capitani delle ONG, sia migliore dei precedenti –

Che poi è tutto da verificare, questo…

Va misurato concretamente. Noi riteniamo per esempio che la prima cosa che vada fatta come movimenti per l’abitare, ma anche per chi si batte contro le grandi opere, è andare a un momento di conflitto molto alto col ministero delle infrastrutture, che incarna esattamente due aspetti che hanno a che vedere con le lotte dei movimenti: l’abbiamo già fatto quando Lupi era ministro e la risposta fu l’articolo 5, fu la criminalizzazione delle lotte e dei movimenti. Credo che si debba tornare a proporre quel tipo di spinta, di pressione, aprire contraddizioni laddove sono evidenti. La governance di quel ministero è in mano al PD, che ha una posizione ben precisa espressa rispetto al TAV, alle grande infrastrutture, così come alle politiche abitative: è lo stesso ministero che ha consentito all’articolo 5 di produrre drammi sociali che si stanno allargando a dismisura, che riguardano coloro che vivono nelle case popolari, italiani che non hanno potuto votare perché non hanno più la residenza – un attacco senza precedenti iniziato con Renzi e con Lupi e che noi riteniamo possa proseguire senza nessun cambio di passo con questa nuova maggioranza di governo. Lo pensiamo veramente, non su un piano ideologico, perché ne comprendiamo l’impostazione politica: il M5S ha firmato entrambi i decreti e poi convertito in legge le ipotesi salviniane, non ha fatto un passo indietro su quello, per cui oggi trova una saldatura con chi si era già mosso precedentemente con quel tipo di impostazione, per cui Salvini dovrà fare i conti anche con questo tipo di governo, che gli somiglia, per cui non dobbiamo lavorare anche su questo: se noi consegniamo nell’ipotesi l’idea che sia lui sia in qualche modo diverso da PD e M5S gli facciamo un regalo.

Noi dobbiamo dire che questo governo è esattamente in continuità col precedente e ciò è stato possibile perché sia M5S sia PD hanno al proprio interno, nel proprio DNA, una visione securitaria, una visione repressiva, di guerra ai poveri e di salvaguardia degli interessi delle grandi proprietà, della rendita, sono sfavorevoli alle dinamiche di sfruttamento.

Immagino che nella logistica i lavoratori non pensino di avere un governo più amico, anzi immagino la preoccupazione di quei lavoratori immigrati che si sono organizzati e che oggi fanno i conti con politiche discriminatorie, che non vogliono consentire la sindacalizzazione, il protagonismo e l’impegno in prima persona di una classe lavoratrice migrante, mentre ritengo che questa unità e capacità di lottare insieme sia un elemento scardinante: per questo sono arrivati l’articolo 5 e altri strumenti aggressivi contro chi occupa, chi fa i picchetti, chi fa un blocco stradale. Hanno cancellato, o provano a cancellare, l’idea che la trattativa nasca da un conflitto: la trattativa deve nascere dentro una dinamica di interlocuzione pacificata; se nasce dal conflitto, va colpita e va repressa; se viene contestato un leader di partito a un comizio, bisogna reprimere queste forme di dissenso.

Opporsi a questo governo e far aprire le sue contraddizioni si può fare, e si può fare oggi anche senza avere “nostri” deputati in Parlamento e senza appoggiarci a parlamentari “altri”. Anche a livello locale: gli sgomberi proseguiranno rivendicando il “modello Carlo Felice” di sgombero “soft”, “felice”, “pacifico” e potendo contare su nuovi 40 milioni di fondi stanziati dal governo; si è solo allungata la tempistica con cui si vuole fare questi sgomberi, anche per fronteggiare l’opposizione di tutto rispetto che si è schierata. Un’opposizione che si è alimentata anche del mito negativo di Salvini e oggi dovrà trovare la capacità di alimentarsi comunque di fronte a una nuova compagine di governo: non possiamo cadere nel vecchio errore per cui contro Berlusconi si mosse un grande movimento di massa, ma poi le politiche che gli sono seguite sono state accettate come ineluttabili, mancando un grande nemico simbolico contro il quale stagliarsi. Si è provato a riprodurre questo con Renzi, però non possiamo cercare continuamente figure contro le quali lottare –

Vuol dire rendere la politica italiana ancora più bonapartista di quanto non sia già…

Proprio ora che non ci sono leader che possano essere vissuti come nemici a quel livello – Conte, Di Maio, Zingaretti si presentano sotto una veste molto affabulatrice, molto disponibile al confronto e alla cosiddetta svolta -, proprio ora bisogna avere la capacità di leggere quanto sono pericolosi, infingardi nell’agire da controparte, e di saperli combattere. In questo senso, ho letto un articolo di giornale dove si plaudiva al nuovo ministro dell’istruzione come un “gramsciano”, dunque “è uno di noi” e l’attualità di Gramsci è dentro questo governo: spero che si levino con forze parole contro questa continua operazione di fascinazione di questo governo, quello che sta accadendo ha dell’incredibile.

Appropriarsi di Gramsci da parte di questo governo Pentadem è paradossale, a partire dalle sue pratiche e anche dalle prese di posizioni più “teoriche” antisindacali specie del M5S: Gramsci criticava la burocrazia sindacale “da sinistra” riflettendo sul ruolo dei consigli operai… non a favore della pacificazione e persino dello scioglimento dei sindacati!

A parte questo, penso che il fatto, che il M5S abbia fatto da tappo a una certa possibile polarizzazione, lo abbiamo potuto vedere anche e a maggior ragione da un’ottica internazionale per cui c’è stato, negli ultimi dieci anni, un processo di formazione di partiti anche sostanziosi che volevano inserirsi in vario modo nello spazio politico e nella tradizione della sinistra operaia e popolare, però con nuovi formati che in parte recuperavano il vecchio patrimonio della socialdemocrazia europea, con dibattiti politici anche molto importanti in paesi come gli Stati Uniti d’America che vivono processi sociali politici in parte diversi da quelli a cui assistiamo in Italia. Penso anche che, per rimarcare le lezioni in negativo che possiamo ricavare dalla tragedia della socialdemocrazia europea di un secolo fa – ma anche di quella posteriore -, noi come FIR abbiamo rimarcato sin dai nostri esordi la necessità di uscire dal vicolo cieco di un’analisi politica, di un posizionamento che partiva da un punto di vista centrato su quello che noi per brevità chiamiamo “popolo della sinistra”, che concretamente si identificava con un ceto medio impiegatizio, con una certa area di piccoli proprietari, con una certa burocrazia statale, sindacale e di partito, e con strati privilegiati della classe lavoratrice collegati in maniera più organica alla stessa burocrazia del movimento operaio.

Il discorso che giustamente fate come BPM parte dal punto di vista di quegli strati della popolazione lavoratrice più poveri e precari che rappresentano, al contrario, lo strato inferiore della classe lavoratrice e quella popolazione emarginata nel capitalismo che comunque può identificarsi con la causa del movimento operaio e che però ha il problema di organizzarsi e lottare in condizioni particolarmente precarie, oppresse, represse, e che mette sul piatto questioni che non sono la mera lotta economico-sindacale dei salariati, come ad esempio quale prospettiva di vita in generale può avere la gioventù in un paese come l’Italia con una situazione demografica preoccupante, con le condizioni di sottoccupazione, disoccupazione e emigrazione di massa che abbiamo; che prospettive ci possono essere per le donne che non fanno parte di una ristretta élite privilegiata, ma le cui condizioni generali di vita sono sempre peggiori di quelle degli uomini a parità di condizione sociale? Che prospettiva ci può essere per quella quota, sempre in crescita, di immigrati nella società italiana che perlopiù finiscono con l’essere “normali” salariati, lavoratori, però senza mai diventare politicamente “normali” per via della politica di creazione di una riserva di colonizzati interni, di cittadini di serie B e C – ammesso che si riesca ad ottenere prima o poi la cittadinanza -, che possono essere sfruttati e oppressi di più impunemente.

Allora questa diventa una questione fondamentale di questa fase: conquistare e mantenere il punto di vista degli strati inferiori della classe lavoratrice, uscendo da vecchie logiche e da vecchie rendite di posizione di una sinistra riformista da anni 90-2000 che si è autoliquidata e che rappresentava altri punti di vista e interessi con tutte le conseguenze del caso, come fu con la vecchia socialdemocrazia europea che non rappresentava più il punto di vista e gli interessi materiali della classe lavoratrice: per quello cadde nel tranello dei nazionalismi contrapposti; penso che anche oggi sia una questione di estrema rilevanza e urgenza quella di evitare la trappola del “sovranismo di sinistra” e quindi evitare la trappola della contrapposizione tra la politica nazionale e la burocrazia di Bruxelles: certo, in Europa ci sono potenze e settori politici in competizione, i quali però fanno tutti riferimento alla stessa classe sociale, che non è la nostra – questo vale anche per tutti i sovranisti, i protezionisti, i trumpiani vari che hanno influenzato un settore della sinistra politica italiana che perciò non adotta il punto di vista oggettivo della propria classe sociale di riferimento, che non è certo quello ingabbiato entro i confini nazionali.

Rispetto al soggetto sociale di cui parli, non abbiamo sempre parlato di “componente sociale insidacalizzabile” nel senso che, non essendo all’interno di un posto di lavoro, non essendo all’interno di una dinamica dove si può costruire un’ipotesi comune di sindacalizzazione, di contrattazione rispetto alle condizioni di vita, del salario eccetera, difficilmente trova una capacità di reggere l’urto della crisi. L’unico strumento che vediamo come praticabile è questa forma di sindacalismo sociale che non consegna all’individualismo le battaglie di queste persone: lo sforzo è in questa direzione, cioè di costruire una capacità di difesa dell’individuo, non lasciandolo da solo, di fronte ad un salario misero come di un affitto e di una bolletta molto alti. Il sindacato ha la capacità di spostare più in avanti la condizione sul posto di lavoro, ma non riesce poi a seguire quel soggetto fin dentro la propria vita quotidiana – sull’abitare, sulle tariffe, sui costi vivi che lo ricattano. Poi, figurarsi, c’è tutto un mondo che proprio non ci arriva, al sindacato. Per questo, ci siamo impegnati nella lotta per l’abitare come strumento più valido, immediatamente praticabile, a favore del reddito indiretto, che liberava sia i migranti sia gli italiani dal ricatto dell’affitto, dal ricatto del centro d’accoglienza, delle tariffe e dei costi di vita. E’ una scelta che comporta una illegalità, chiaramente, ma non una marginalità: non è la pratica da lumpen che vive ai margini della società, che si ficca in una fabbrica abbandonata e che tira a campare; è una pratica che invece ha aspetti d’organizzazione che vanno ulteriormente sviluppati e devono entrare ulteriormente in relazione col mondo del sindacalismo conflittuale; devono avere questa forza e costruire un’ipotesi sociale rilevante.

Aldilà dei discorsi e dei piani politici di cui abbiamo parlato e che vanno sviluppati in spazi di discussione e confronto, già questo asso di lavoro da implementare metterebbe in grande difficoltà la compagine di governo, mette in difficoltà i sindaci, mette in difficoltà i governatori regionali. E’ quando questa composizione di classe si separa che diventa più facilmente attaccabile: Salvini ha lavorato esattamente su questo; la destra ha lavorato su questo: ha provato a separare gli italiani dai migranti, i penultimi dagli ultimi, i sanati dagli abusivi nelle occupazioni – la società si è frammentata tra gli aventi diritto e i non aventi diritto. Noi pensiamo che “l’avente diritto” dovrebbe rovesciare la scrivania, simbolica o meno, che ha davanti a sé e che lo rassicura, ed entrare dentro la partita, anche perché è un avente diritto ma precario, senza grandi disponibilità economiche e che ugualmente si sforza per arrivare a fine mese, per pagare il mutuo, per pagare l’affitto, per pagare l’università dei figli, per pagare le bollette. Quello che ci consente di rompere lo schema, la battaglia che dobbiamo fare senza dubbio, è riuscire a rovesciare il paradigma per cui la mia sicurezza passa attraverso il fatto che dieci milioni di persone incapienti, in povertà assoluta, non sono più un problema perché vengono messi ai margini e io vengo privilegiato dentro le scelte del governo.