Negli ultimi giorni, la Global Sumud Flotilla ha stimolato anche in Italia una serie di importanti manifestazioni per la Palestina, proprio mentre Israele accelera le operazioni di genocidio e occupazione di Gaza. L’annuncio di uno sciopero a sostegno dell’iniziativa fatto la settimana scorsa dai portuali di Genova riporta il baricentro della solidarietà internazionalista nei luoghi di lavoro. Inoltre, crea un terreno fertile per il rilancio della mobilitazione degli studenti e del personale dell’università contro gli accordi con Israele, ma più in generale per una lotta contro le politiche di militarizzazione, repressione e impoverimento del governo Meloni. Per evitare il recupero delle istanze pro-Palestina e del dissenso contro l’estrema destra da parte di forze filo-sioniste e pro-riarmo come il Partito Democratico e i suoi alleati, è però necessario discutere come costruire una piattaforma anti-capitalista e indipendente dal centro-sinistra.


Dal palco della manifestazione che si è svolta a Genova lo scorso 31 agosto, a cui hanno partecipato più di 40 mila manifestanti in occasione della partenza di un contingente della Global Sumud Flotilla (GSF), i “camalli” del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) hanno annunciato il blocco di tutte le merci dirette verso Israele nel caso in cui il governo di Netanyahu dovesse attaccare o bloccare gli attivisti diretti a Gaza per portare aiuti umanitari. Il sindacato USB, a cui il CALP è legato, ha inoltre annunciato che in tale circostanza indirà uno sciopero generale. Una parola d’ordine molto impegnativa essendo quasi impossibile che il regime di Netanyahu non bloccherà le navi in acque internazionali, come già accaduto qualche mese fa alla spedizione capeggiata da Greta Thunberg (in questi giorni di nuovo a bordo di una delle oltre 20 imbarcazioni partite da vari porti del Mediterraneo alla volta della Palestina). 

Proprio mentre il genocidio sta subendo un’escalation con l’intensificarsi delle operazioni di occupazione di Gaza, il protagonismo dei portuali nella manifestazione genovese è stato cruciale per mettere  in primo piano il ruolo della classe lavoratrice e la necessità di un’azione di lotta concreta contro le politiche di Israele, ma anche contro la complicità di governi e grandi gruppi economici occidentali. 

Questo, a fronte dei tentativi di Partito Democratico, 5Stelle e Alleanza Verdi Sinistra di ridurre la mobilitazione a un’iniziativa  umanitaria  – in uno scenario in cui l’atteggiamento “critico” di Schlein e compagnia nei confronti di Israele non dipende affatto da una presa di coscienza della necessità di rompere con il sionismo. 


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Al contrario, non è nient’altro che una tattica volta a cercare consensi per un rilancio dell’europeismo, sempre all’insegna di austerità e politiche di riarmo, solo in maniera più indipendente da Washington, in un contesto in cui Trump prova ad imporre senza mediazioni la propria agenda internazionale e commerciale ai paesi UE.

Le parole d’ordine che si sono affermate nella piazza ligure hanno quindi richiamato valori di pace e umanità, ma anche l’esigenza del blocco delle merci e delle armi dirette verso lo Stato Ebraico, di cui l’Italia è il terzo esportatore di materiale bellico. Se con la risonanza mediatica della GSF si può ottenere una forte e ulteriore sensibilizzazione verso il massacro a Gaza, insieme alla fornitura di aiuti umanitari, lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti nella catena di approvvigionamento e di supporto della macchina criminale israeliana emerge invece come lo strumento con cui poter materialmente porre un freno al genocidio sionista e supportare la lotta per la liberazione della Palestina. 

Una scintilla che accenderà un autunno caldo?

Il dato rilevante è che, anche grazie alla radicalità impressa dal CALP, la manifestazone di Genova ha stimolato una settimana di cortei in solidarietà alla ‘flotilla’ e al popolo palestinese, con decine di migliaia di persone in tutta Italia, da Catania a Firenze, da Bologna a Napoli. Anche la CGIL ha dovuto chiamare dei sit-in questo sabato, sebbene – invece di rilanciare la  necessità di uno sciopero – i vertici si limitino a chiedere al governo di garantire la protezione internazionale alle navi verso Gaza. Significativo, tuttavia, che poco prima di una partecipatissima manifestazione che ha visto i portuali protagonisti anche a Livorno dietro le bandiere del GAP (Gruppo Autonomo Portuali), la FILT-CGIL e la CGIL provinciali abbiano dichiarato di essere pronte a incrociare le braccia in supporto alla GSF, analogamente a quanto già dichiarato dal sindacato a Ravenna, sotto la spinte di una mobilitazione dal basso dei lavoratori e delle lavoratrici contro il transito di materiale bellico. Lo stesso Landini, forse percependo la possibilità di ulteriori pressioni da altre strutture locali e dalla base, durante il corteo di Reggio Emilia di questo sabato ha usato una retorica barricadera, parlando della necessità di bloccare l’invio di armi e rompere i rapporti commerciali verso Israele” (ma senza parlare di astensione dal lavoro). Nel frattempo, il clima che si è creato in questi giorni può favorire la riattivazione del movimento in università per il boicottaggio degli accordi tra atenei, Israele e aziende belliche. Questo mentre la ministra Bernini prepara nuovi attacchi, in termini di tagli e precarizzazione, a studenti, ricercatori e personale amministrativo, dopo il temporaneo stop della riforma che porta il suo nome durante la scorsa primavera. 

Rimangono inoltre in campo vertenze importanti, come quella dei ferrovieri, che proprio questa settimana – tra il 4 e il 5 settembre – hanno scioperato, dimostrando che non sono disposti a cedere dalle loro rivendicazioni di forti aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro, nonostante la firma di un CCNL a perdere da parte delle burocrazie sindacali autonome e confederali lo scorso luglio. Si tratta di una mobilitazione ove parole d’ordine più ‘politiche’, contro militarizzazione e rapporti con Israele, rimangono minoritarie, ma che tuttavia avviene in un settore strategico per la logistica bellica, oltre ad aver indirettamente contribuito a radicalizzare il movimento studentesco per la Palestina in questi giorni.

Infatti, durante una delle manifestazioni di questa settimana, a Pisa, centinaia di studenti si sono separati dal corteo principale per bloccare i binari della stazione. L’azione, tenuta proprio il giorno prima dello sciopero dei ferrovieri,  richiama, almeno simbolicamente, all’esigenza di unire le lotte degli studenti con quelle dei lavoratori e delle lavoratrici, anche nella misura in cui rappresenta un gesto di sfida nei confronti delle politiche repressive che colpiscono entrambi i soggetti. 

Questo inizio di autunno, potenzialmente ‘caldo’, avviene nel segno del Decreto Sicurezza Piantedosi, approvato lo scorso aprile –  misura liberticida che mira, tra le altre cose, a reprimere aspramente le proteste, introducendo nuovi reati tra cui quello di blocco di strade e ferrovie, forme di lotta patrimonio da decenni del movimento operaio e studentesco in Italia. Una clava legislativa che è già stata però più volte contestata, come in occasione del blocco della tangenziale di Bologna da parte dei metalmeccanici FIOM lo scorso 20 giugno, in occasione dello sciopero per il CCNL – altra partita importante che rimane aperta – così come dal movimento NO TAV a fine luglio. Al contempo la Commissione di Garanzia sciopero, al servizio del ministro Salvini, continua a manipolare arbitrariamente l’applicazione della legge anti-sciopero 146/90, come in occasione della protesta dei ferrovieri di questi giorni (indetta dai sindacati USB-SGB e dall’assemblea autorganizzata PdM/PdB), a cui è stata limitata l’adesione per i manutentori dell’infrastruttura.

Come costruire una piattaforma contro sionismo, riarmo e governo, indipendente dal centro-sinistra?

La possibilità di un blocco coordinato nei porti, con possibili effetti a cascata tra altri settori di lavoratori e lavoratrici, quando la GSF si avvicinerà alle coste di Gaza, apre a sviluppi interessanti nel quadro della situazione di relativo fermento che abbiamo descritto. Fino a un certo punto, l’endorsement che l’establishment politico e mediatico di centro-sinistra sta dando alle proteste può inoltre finire per favorirne l’eco e la partecipazione. Tuttavia, non è scontato che le realtà di movimento e antagoniste riescano a capitalizzare da questa finestra di opportunità, e ad evitare che le proprie energie finiscano per rafforzare il recupero delle istanze pro-Palestina da parte di PD ecc. 

In tal senso, è necessario rilanciare da qui ai prossimi giorni assemblee in tutti i luoghi di lavoro, scuole e università, per rimettere all’ordine del giorno il boicottaggio a Israele e azioni che vadano nella direzione di preparare e allargare la mobilitazione in vista dello sciopero. Non solo, a partire dai processi di lotta in corso, va aperta una discussione seria su come costruire una piattaforma politica indipendente dal centro-sinistra (e da chi vuole ricostruirlo a livello europeo su basi neo-riformiste). Una piattaforma baricentrata sulla classe lavoratrice attorno a parole d’ordine contro le politiche di tagli, impoverimento e repressione del governo Meloni, quindi necessariamente contro il riarmo – sia in salsa Von der Leyen che in quella utopica, ma non meno reazionaria, della “difesa comune europea” di Schlein, Conte, ma anche AVS.

Una piattaforma che sia radicale e all’interno di una prospettiva anti-capitalista, la quale non può però imporsi tramite autoproclamazioni, come quelle che hanno segnato l’impasse del movimento per la Palestina e contro la guerra lo scorso dicembre. Al contrario, essa può emergere realmente come opzione solo rafforzando il coordinamento democratico a livello nazionale dei percorsi dal basso che hanno animato l’ultimo anno e mezzo di mobilitazioni. Questo, insieme a una politica di sfida e fronte unico nei confronti dei grandi sindacati, i quali continuano a influenzare vasti strati di classe lavoratrice e le cui dirigenze burocratiche – molto duttili nei confronti degli umori di massa come stiamo vedendo in questi giorni –  non possono essere semplicemente scalzate denunciandone la natura filo-padronale.

Lorenzo Lodi

Nato a Brescia nel 1991, ha studiato Relazioni Internazionali a Milano e Bologna. Studioso di filosofia, economia politica e processi sociali in Africa e Medio Oriente.