Un anno fa, lo sciopero generale unitario del 3 ottobre e la manifestazione del giorno successivo a Roma portavano in piazza milioni di persone per la Flotilla e la Palestina. Si tratta del picco di un mese di mobilitazione, il cui punto di inflessione era stato segnato dal grande successo dello sciopero generale di USB del 22 settembre. Questo movimento, passato alla storia come “Blocchiamo Tutto”, ha rappresentato la prima irruzione di massa della classe lavoratrice sulla scena politica italiana negli ultimi vent’anni.
Nel documento politico nazionale della III Conferenza della FIR-Voce delle Lotte, di cui seguono i principali estratti, facciamo il bilancio dello scorso autunno di scioperi e blocchi per la Palestina: la sua forza, i suoi insegnamenti strategici, i suoi limiti. Nel farlo, guardiamo inoltre agli spazi che si aprono per una politica di indipendenza di classe, contro il governo Meloni e contro il campo largo del centro-sinistra.
1. Il Blocchiamo Tutto, una breccia negli ultimi 2 decenni di stagnazione sociale e politica in Italia
Una discussione sulla fase politica in Italia oggi non può che partire dalle grandi mobilitazioni che hanno avuto luogo lo scorso autunno, rimaste nella memoria come il “Blocchiamo Tutto”. Si tratta di uno slogan lanciato il 30 agosto 2025 da Riccardo Rudino, portuale genovese del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), come piano d’azione in caso di attacco alla Flotilla che partiva proprio quel giorno da Genova, salutata da una partecipatissima manifestazione popolare. Lo slogan, tra settembre e ottobre, sarebbe stato poi accolto come indicazione di lotta dal più grande movimento in solidarietà alla Palestina a livello internazionale degli ultimi 2 anni e mezzo, nonché la prima significativa irruzione della classe lavoratrice e di settori di massa sulla scena politica negli ultimi vent’anni in Italia. Un’irruzione in grado di trascinare le burocrazie del principale sindacato, la CGIL, sul terreno di uno sciopero unitario con il sindacalismo di base contro il genocidio a Gaza e per certi versi influenzare la stessa agenda politica dei governi imperialisti occidentali. Questa prima parte del documento politico si concentra quindi sull’analisi del Blocchiamo Tutto, a partire da una sua contestualizzazione nelle tendenze di medio-periodo della politica in Italia, nell’ottica di metterne in evidenza la portata e le possibilità che ha aperto per l’inversione di una tendenza negativa a sinistra nel nostro paese. Si analizzano in questo quadro gli antecedenti, gli aspetti di forza della mobilitazione e i suoi insegnamenti strategici, senza tuttavia nasconderne i limiti, così come quelli delle avanguardie politiche che l’hanno almeno in parte influenzato, nell’ottica di articolare una battaglia politica affinché l’eredità del Blocchiamo Tutto non venga dispersa, ma possa rappresentare un punto di appoggio per lo sviluppo di una politica rivoluzionaria negli anni a venire. Un’analisi del riflusso relativamente rapido del movimento, e delle difficoltà delle principali aree militanti di farne un momento di accumulo politico e organizzativo, viene infine combinata a una valutazione degli elementi di possibile polarizzazione a sinistra e consolidamento di alcuni settori di avanguardia operaia e giovanile come lascito delle proteste dell’ autunno, in una fase in cui l’approfondirsi della crisi economica e delle tensioni internazionali può aprire nuove vertenzialità.
1.1 La “lunga notte” della politica di classe e a sinistra post-2008
Il Blocchiamo Tutto di settembre-ottobre è la prima mobilitazione di massa che si è data in Italia dopo l’Onda contro la riforma Gelmini dell’istruzione e i tagli del governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011. Si è trattato, quest’ultimo, di un periodo in cui hanno avuto luogo anche mobilitazioni operaie importanti, come la lotta dei lavoratori FIAT contro la dismissione di alcuni stabilimenti e feroci aumenti dei ritmi, che ha portato a un (parziale) spostamento a sinistra della burocrazia FIOM e a interconnessioni con lo stesso movimento studentesco. Al contempo, con la crisi vi sono inoltre state numerose lotte contro le ristrutturazioni – la stagione degli operai sui tetti inaugurata dalla vertenza dell’INNSE Berardi a Milano. Successivamente, il livello della mobilitazione in Italia è stato molto sotto-tono rispetto ad altri paesi europei per via di varie dinamiche.
In primis, la sconfitta del movimento dell’Onda, contro la riforma dell’istruzione Gelmini, e la repressione successiva ai danni delle avanguardie studentesche, con annessa demoralizzazione e difficoltà nel mantenere una reale continuità dei collettivi nelle scuole e nelle università. I tagli e l’impoverimento hanno inoltre aggravato la situazione con un vero e proprio crollo delle iscrizioni all’università, interrottosi solo nella seconda metà degli anni 2010 [1]. Al contempo, nel 2015, il governo Renzi è riuscito a far passare una contro-riforma della scuola superiore molto grave senza che si generasse una vera e propria mobilitazione studentesca di massa. Di converso, questa riforma, che ha aumentato l’autoritarismo, con l’introduzione della figura del preside manager e di tirocini obbligatori nei luoghi di lavoro, ha reso sempre più difficile organizzarsi nelle scuole.
Un secondo aspetto da considerare sono state le sconfitte sul piano operaio, in particolare alla FIAT, con l’applicazione del piano Marchionne, l’esclusione della FIOM dagli stabilimenti e il licenziamento di settori di attivisti combattivi nelle principali fabbriche nel 2011. Analogamente, le ristrutturazioni, che nel periodo post-2008 hanno portato alla perdita di quasi un quarto della capacità produttiva industriale in Italia (il peggior dato in Europa) [2], hanno spazzato via importanti avanguardie della classe lavoratrice, soprattutto nel metalmeccanico.
Terzo elemento: successivamente alla caduta di Berlusconi nel dicembre 2011, CGIL, CISL e UIL hanno contribuito attivamente alla stabilizzazione capitalista, sostenendo il governo tecnico di Monti e almeno in una prima fase il tentativo “macroniano” di Renzi – con una burocrate sindacale, la Bellanova, nominata ministro del lavoro. L’atteggiamento dei vertici sindacali si spiega con l’illusione di poter essere inclusi in un quadro concertativo con forze di centro-sinistra rappresentate negli esecutivi [3]. Non solo, quindi, in tal modo i grandi sindacati hanno permesso che tagli enormi e contro-riforme liberiste, come quella delle pensioni e il Jobs Act, passassero praticamente senza colpo ferire. Di più, i burocrati hanno di fatto assecondato il peggioramento della crisi industriale, particolarmente colpita dal crollo della domanda interna dettato dall’austerità, e perciò il peggioramento dei rapporti di forza nei luoghi di lavoro in un quadro di crescente precarizzazione. Una situazione del genere, a sua volta ha spinto ulteriormente a destra i confederali, tanto nei rapporti con il governo quanto con Confindustria, ove il Patto della Fabbrica del 2018 ha rafforzato il quadro corporativo delle relazioni industriali nel segno di automazione 4.0 e compressione salariale, al servizio di una crescente proiezione verso l’export.
Il quarto e ultimo aspetto decisivo della stagnazione del conflitto sociale e della scarsa polarizzazione a sinistra in Italia è stata la spiccata debolezza dell’estrema sinistra, screditata dalla collaborazione con i governi DS e Margherita (Centro-sinistra) che hanno gestito il neoliberismo, in alternanza con Berlusconi, tra gli anni 90 e i primi 2000. Nel contesto dei governi Monti e Renzi, tale situazione ha reso il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) incapace di contendere lo spazio politico ai populisti di centro dei 5Stelle. Va inoltre tenuto conto come i settori trotskisti, non irrilevanti nel PRC tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, siano stati completamente incapaci di approfittare dell’impasse di questa formazione che per certi versi ha anticipato la traiettoria delle tendenze neo-riformiste più contemporanee.
1.2 Luci in fondo al tunnel: gli antecedenti e i protagonisti del Blocchiamo Tutto
All’interno del quadro di generale passività appena analizzato, l’ultimo decennio e mezzo, e in particolare la seconda metà degli anni 2010, è stato segnato da alcuni rilevanti fattori di contro-tendenza. Tra il 2017 e il 2018, hanno avuto luogo importanti manifestazioni di piazza contro la violenza di genere, nel solco del movimento Non Una di Meno. Tra il 2018 e il 2020 vi è stato inoltre un discreto successo del movimento ecologista, spinto dall’ondata internazionale di Fridays For Future, che ha coinvolto principalmente gli studenti medi. Sebbene non si sia trattato di veri e propri movimenti di massa né di fenomeni particolarmente ampi di polarizzazione, tali processi hanno fortemente contribuito a ricostituire alcune reti militanti, in particolare legate all’autonomia, e a riconfigurare l’agenda politica attorno alla quale i giovani si avvicinano a idee anti-capitaliste oggi. Passando alla classe lavoratrice, il fenomeno più degno di nota è stato probabilmente un ciclo di mobilitazione e sindacalizzazione nel settore della logistica, il quale non solo non è stato colpito dalle ristrutturazioni, ma è diventato sempre più cruciale nel solco della crescente frammentazione della struttura produttiva italiana e l’ascesa dell e-commerce [4]. Tale ciclo è stato guidato dai sindacati di base, SI Cobas e ADL Cobas, e in misura molto minore USB, il quale sembra però abbia avuto una discreta crescita nei trasporti più in generale, in primis il Trasporto Pubblico Urbano (TPL). Durante la pandemia, inoltre, la FIOM ha mostrato una certa tenuta nell’industria, giocando un ruolo nel cavalcare gli scioperi, spesso spontanei, che hanno portato al lock-down delle attività non essenziali e al blocco dei licenziamenti. Nell’estate 2021 è infine scoppiata la vertenza GKN di Campi Bisenzio (Fi), molto localizzata nella sua estensione concreta, ma con un impatto forte su settori militanti e giovanili a livello nazionale: crediamo di non esagerare nel dire che è grazie a questo percorso se “nei giri di movimento”, prima fortemente influenzati dal post-operaismo, ormai non sia più tabù parlare di centralità della classe lavoratrice. In questo contesto – caratterizzato da un aggravamento della crisi capitalistica internazionale, dopo una fase di relativa stabilizzazione – gli antecedenti più immediati del Blocchiamo Tutto sono stati i seguenti.
1) Il ruolo del movimento per la Palestina che ha favorito la ricomposizione dell’attivismo giovanile nelle università e tra i medi, in sinergia con avanguardie piccole, ma strategicamente collocate, della classe lavoratrice, come i portuali di Genova. Sebbene non di massa, dal 7 ottobre 2023 in poi le proteste per la Palestina hanno avuto una certa continuità e capillarità geografica, con il picco delle accampate nel maggio 2024 e un ruolo non irrilevante dei sindacati di base: si pensi alla manifestazione con 50.000 persone reali a Milano, dopo lo sciopero dei SI Cobas, nel febbraio 2024 e il blocco delle armi a Genova del giugno 2025. Senza queste proteste le avanguardie organizzate non sarebbero riuscite ad avere il minimo di massa critica e la prontezza necessarie a dare la loro impronta al movimento.
2) L’accumulo di vertenze contrattuali importanti – metalmeccanici, trasporto pubblico locale e ferrovieri in primis – a fronte della spirale inflattiva 2022-2023, post-attacco russo all’Ucraina. Essa ha infatti incentivato fermenti dal basso nei trasporti e, in generale, ha ridotto i margini di passività delle burocrazie sindacali nei confronti di padroni e governo. È stato sul terreno dell’esistenza di settori di classe già un minimo mobilitati se è stata possibile una certà partecipazione operaia agli scioperi di settembre-ottobre, e una rivolta della base, ma in particolare di delegati e quadri intermedi, che hanno costretto Landini a dichiarare sciopero con i sindacati di base il 3 ottobre.
3) La capacità della Flottilla di intercettare e diventare il “significante vuoto” per una polarizzazione contro il genocidio, ma più in generale contro la guerra e la destra al governo, di fasce crescenti di giovani e lavoratori. Si è trattato soprattutto di settori precarizzati urbani e delle seconde generazioni, le quali rappresentano una parte importante della popolazione giovanile nelle medio-grandi città del nord a forte densità migratoria. Sono stati questi settori insieme agli studenti – medi in particolare – la componente più dinamica delle manifestazioni di piazza.
4) L’incrinatura della cappa politico-mediatica pro-sionista determinata, non solo dall’obbiettivo aggravarsi del genocidio, ma anche dalle crescenti contraddizioni tra UE e USA, che hanno spinto il centro sinistra a fare leva sul forte nesso Trump-Nethanyau per rilanciare l’Europeismo cercando di strumentalizzare la questione palestinese. Siamo di fronte a un aspetto che non può essere considerato in maniera indipendente, tuttavia è innegabile il ruolo avuto dal tam-tam mediatico tra luglio e settembre rispetto alle atrocità a Gaza nel massificare le manifestazioni dell’autunno, così come gli sforzi mobilitativi da parte delle reti della società civile del centro-sinistra allargato (ARCI e associazionismo cattolico di sinistra).
1.3 La forza, gli insegnamenti strategici e i limiti del Blocchiamo Tutto
Nonostante la rilevanza dell’ultimo punto sottolineato, è innegabile come la dinamica del movimento del settembre-ottobre 2025 sia stata ben fuori dal controllo dell’establishment ‘progressista’ che ha cercato di cavalcarlo. Per un mese, infatti, particolarmente alcune medie e grandi città sono state attraversate da cortei quasi quotidiani, nella maggior parte dei casi capeggiati dai movimenti e dalle organizzazioni della sinistra e del sindacalismo di base. In particolare, nel periodo tra il 22 settembre e il 3 ottobre la mobilitazione ha inoltre tracimato le routine di movimento grazie a una serie di fattori: a) alla centralità della parola d’ordine dello sciopero e del blocco impressa dai settori militanti, sindacali e studenteschi che nei mesi precedenti hanno promosso il movimento pro-Palestina; b) alle pressioni dal basso subite dai dirigenti CGIL, con la mediazione del sindacalismo di base, nonché c) alla disponibilità di settori popolari e giovanili più larghi a pratiche e azioni radicali come l’occupazione delle stazioni – nonostante e contro i decreti sicurezza. Uno degli elementi più straordinari del movimento è stata quindi la combinazione spontanea tra fenomeni di occupazione capillare dei luoghi di studio, in primis le scuole superiori, blocchi nei luoghi di lavoro e blocchi di arterie stradali e ferroviarie; tutte azioni in cui sebbene la spinta iniziale venisse da avanguardie di movimento, riuscivano ad avere un coinvolgimento di massa, quindi a scardinare i dispositivi securitari del governo. La partecipazione agli scioperi, specialmente il 3 ottobre, è stata inoltre piuttosto elevata in settori importanti. Nel settore pubblico, il dato plausibile è del 40% nelle medio-grandi città, con gli insegnanti a trainare questi numeri [5]. Le percentuali sono state piuttosto alte anche nei trasporti, come suggerisce il 35 e 47% dei treni cancellati il 22 settembre e il 3 ottobre 2025 rispettivamente [6]. Vi è stata inoltre un’adesione non indifferente di una composizione proletaria più giovanile, precaria e collocata in settori terziari, relativamente frammentati, di cui è difficile cogliere in termini statistici la partecipazione. Partecipazione della cui entità tuttavia testimonia almeno in parte la portata dei cortei nelle medio-grandi aree urbane – ad esempio in città sui 350.000 abitanti come Firenze e Bologna vi sono stati cortei tra le 50.000 e le 80.000 persone reali, mentre il dato di 2.000.000 di persone in piazza in tutta Italia nella stessa data è forse meno sovrastimato che in altre occasioni di movimento, così come la cifra di 500.000 manifestanti a livello di paese il 22 settembre. Sul piano dell’impatto politico, l’obiettivo di una forma di pace anche un minimo soddisfacente in Palestina non è stata raggiunta, figuriamoci la rottura delle complicità dello stato italiano e dell’imperialismo con il sionismo rivendicata dalle fasce più politicizzate del movimento. Tuttavia, l’iniziativa di massa in Italia, quindi – come ha dichiarato tra le righe un osservatore non sospetto come Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 12 ottobre 2025 – il rischio di “effetti destabilizzanti” di un prosieguo della guerra a Gaza sui governi europei [7], ha contribuito a spingere questi ultimi a pressare gli USA e Israele affinché addivenissero il più presto possibile a una soluzione di cessate il fuoco a Gaza.
Strategicamente, il Blocchiamo Tutto ha quindi dimostrato la capacità dell’iniziativa di lotta della classe lavoratrice, alla guida di più ampi strati popolari, nell’influenzare l’agenda dei governi, e come la routine politica e sindacale possa essere squarciata da irruzioni importanti e improvvise di settori di massa sulla scena, anche in un contesto segnato da una profonda stagnazione a sinistra come quello italiano. Al contempo, come abbiamo mostrato, il Blocchiamo Tutto non cade dal cielo, bensì si ricollega a tutta una serie di piccoli antecedenti e ai fenomeni di relativa ricomposizione di settori di avanguardia nel periodo precedente, in una costante interazione con situazioni di inasprimento delle tendenze alla crisi multipla della nostra epoca – nella fattispecie le crescenti tensioni geopolitiche, quindi le tendenze a guerra e militarizzazione, di cui il genocidio a Gaza è espressione. Si tratta dunque di una conferma rispetto a una prospettiva come la nostra che, in opposizione a progetti neo-riformisti ed elettoralisti, vede come centrale lo sviluppo e l’intervento in movimenti di massa per farne momenti di ricomposizione di classe, costruzione dei rapporti di forza e di accumulazione politica rivoluzionaria. Questo anche nella misura in cui il movimento dell’autunno scorso ha mostrato come in situazioni di mobilitazione di massa l’influenza di settori minoritari di avanguardia militante possa essere molto maggiore del loro peso reale nella società, particolarmente se in grado di connettersi e favorire la politicizzazione dei giovani e di settori strategici della classe lavoratrice, come ad esempio i portuali di Genova, la ‘vera’ leva che ha provato a ribaltare il mondo durante il Blocchiamo Tutto.
In controluce a questa analisi è tuttavia necessario evidenziare i limiti della mobilitazione. Pur essendo state proteste massive, caratterizzate da pratiche radicali e segnate da un ruolo importante della classe lavoratrice, gli elementi di auto-organizzazione sono stati relativamente scarsi, fatta eccezione per l’ondata di occupazioni da parte degli studenti medi e in misura molto minore degli universitari. In effetti, reti informali a partire da fabbriche e uffici sono state necessariamente cruciali per mediare la partecipazione in massa dei lavoratori scavalcando le burocrazie sindacali in occasione dello sciopero di USB del 22 settembre, un elemento da sottolineare con molta forza nella nostra battaglia politica per rivendicare l’importanza dell’esperienza del Blocchiamo Tutto in una strategia centrata sull’organizzazione dal basso contro le direzioni burocratiche dei grandi sindacati. Detto ciò, fatta eccezione per settori di avanguardia anche durante lo sciopero generale del 3 ottobre, la partecipazione della classe lavoratrice è avvenuta, per certi versi, con caratteristiche ‘moltitudinarie’. Lungi dal voler dare sponda a visioni autonome, si intende con questa espressione il fatto che, soprattutto nelle componenti precarie e giovanili al cuore del Blocchiamo Tutto, ma anche in settori più tradizionali di lavoratori, la partecipazione è avvenuta solo debolmente attorno a un’identificazione strutturata attorno ai luoghi di lavoro. Inoltre, sebbene i dati sulla partecipazione degli scioperi siano stati importanti, non vanno sovrastimati, soprattutto nell’industria, nonostante a giudicare da alcuni dispacci della CGIL importanti aziende nel metalmeccanico abbiano scioperato. Lo stesso dato nazionale di adesione agli scioperi tra settori che nelle medio-grandi città hanno avuto un ruolo significativo, come gli insegnanti, si è attestato sul 10% sia il 22 settembre che il 3 ottobre. In questo solco, non sorprende come la partecipazione significativa di settori di classe al movimento non abbia avuto una rilevante ricaduta rispetto al conflitto industriale nel periodo successivo.
Vi sono state fiammate che hanno contribuito all’immaginario inaugurato dal movimento autunnale come la battaglia contro la chiusura dei lavoratori dell’ex-ILVA di Genova del dicembre scorso; lavoratori che tuttavia ci hanno abituato nell’ultimo decennio a lotte dure, e al contempo estremamente corporative, non molto diverse da quella di qualche mese fa. La burocrazia CGIL-FIOM ha avuto inoltre gioco facile, nel gennaio 2026, a firmare un contratto nazionale metalmeccanico molto al di sotto delle aspettative iniziali – in cui si chiedevano forti aumenti e riduzione dell’orario di lavoro – senza incontrare praticamente nessuna resistenza dal basso. Infine, sebbene il no a genocidio e guerra, accanto alla comprensione della centralità di blocchi e scioperi, siano stati elementi estremamente avanzati posti dal movimento, il livello di politicizzazione di quest’ultimo è stato scarso rispetto all’anti-imperialismo, al ruolo delle forze di centro-sinistra, ma anche e soprattutto alle connessioni tra gli obbiettivi immediati delle mobilitazioni e questioni, materiali e non, più complessive poste da riarmo e militarizzazione.
Osservare i limiti in questione è un primo passaggio necessario per spiegare la relativa facilità con cui le burocrazie sindacali e il Piano Trump siano riusciti ad operare nella direzione di spegnere la mobilitazione autunnale. Questa operazione ci permette però anche di fissare un nostro punto di distinzione dalle altre correnti trotskiste e da quelle neo-staliniste – ma anche dagli autonomi, sempre pronti a scambiare nei problemi dei movimenti la loro forza – ovvero: l’identificazione di persistenti difficoltà di soggettivazione delle classi lavoratrici e popolari, in particolare in Italia, e non solo di una crisi di direzione del movimento operaio.
Lo diciamo, sia chiaro, tenendo conto di come per fortuna siamo in un contesto ben diverso dal post-1989 – l’apogeo della restaurazione borghese a livello mondiale – segnato da significativi elementi di ricomposizione soggettiva delle classi lavoratrici – tra i quali va annoverato lo stesso Blocchiamo Tutto, con il ruolo cruciale che hanno avuto le avanguardie operaie e giovanili, il trascinamento dei sindacati di massa sul terreno dello sciopero e l’eco dell’importanza di bloccare la produzione e il paese attorno a parole d’ordine di fatto internazionaliste e contro le spinte al riarmo e alla guerra capitalistiche. Tutti elementi che hanno posto la classe operaia del nostro paese a occupare la posizione forse più avanzata nel contrasto a queste tendenze a livello internazionale. Va tuttavia segnalato, per interpretare in maniera concreta i ritmi del conflitto sociale con cui ci troviamo ad avere a che fare, come il movimento sia avvenuto in una situazione in cui l’Italia sconta ancora un ritardo rispetto a processi di ricomposizione di classe\polarizzazione politica a sinistra che hanno caratterizzato altri paesi europei lo scorso decennio. A tal proposito si potrebbe dire che in Italia – dove negli anni 90, pur con tutti i suoi limiti, Rifondazione Comunista aveva rappresentato un polo di estrema sinistra relativamente di massa, uscito inoltre per certi versi rafforzato dalle lotte attorno al G8 di Genova del 2000 – il “1989” sia avvenuto nel 2008. Tale anno, quello in cui Rifondazione subì un tracollo elettorale che la escluse dal parlamento e dalla quale non si è più ripresa, può indicare infatti convenzionalmente la data della scomparsa di una sinistra politica visibile in Italia, a ‘coronamento’ di una politica di organicità al centro-sinistra nel decennio precedente e di più generale liquidazione di un piano politico socialista; una traiettoria pre-conitrice per certi versi di quelle del neo-riformismo europeo.
In ogni caso, enfatizzare i limiti di soggettività espressisi durante il movimento non ci serve per giustificare logiche del ‘meno peggio’, come tendono a fare settori neo-riformisti e mandelisti, i quali a partire dall’osservazione di elementi difficilmente contestabili di disgregazione della classe deducono che l’unica opzione sia un tipo di politica basata su soggetti sociali e parole d’ordine più generiche … Senza accorgersi che un approccio del genere contribuisce esso stesso a peggiorare la debolezza politica della classe e finendo per non vedere le potenzialità di ricomposizione che si determinano in alcuni momenti di rottura. In altri termini, pensiamo che entro certi limiti affrontare le difficoltà di soggettivazione della classe sia inseparabile dalla costruzione di una direzione rivoluzionaria. Comprendere lo stato concreto della classe, ci serve quindi per enfatizzare la centralità dell’organizzazione politica indipendente delle avanguardie giovanili e operaie, e al contempo della promozione di processi di auto-organizzazione attorno a queste avanguardie, come perni per favorire dinamiche di ricomposizione di classe anticapitalista; processi che hanno opportunità cruciali per esprimersi e svilupparsi proprio in momenti di rottura e protagonismo di massa come il Blocchiamo Tutto. Questo, tenendo conto allo stesso tempo degli spazi di manovra che le burocrazie sindacali e altri apparati dello stato integrale continuano ad avere, a maggior ragione in una fase di complessiva debolezza della soggettività di classe, a vari livelli, quindi l’importanza di una riflessione su tattiche di fronte unico.
1.4 I limiti strategici della sinistra radicale durante e dopo il Blocchiamo Tutto
L’assenza di una riflessione pregressa attorno agli assi fin qui delineati – in particolare rispetto al nesso auto-organizzazione direzione – da parte delle forze di estrema sinistra e dei settori militanti è stato quindi un fattore che ha inciso in maniera rilevante nella difficoltà del Blocchiamo Tutto a strutturarsi dal basso, ad avere maggiore durata ed efficacia, oltre a ostacolare la capacità delle avanguardie di fare del Blocchiamo Tutto stesso un momento di accumulo politico-organizzativo. In particolare, se il ruolo di USB è stato importantissimo per dare un’impronta politica radicale al movimento, l’assenza di una strategia sistematica attraverso la quale sviluppare embrioni di auto-organizzazione, e al contempo sfidare le burocrazie CGIL all’unità d’azione dopo lo sciopero del 3 ottobre, ha avuto un effetto negativo sulla continuità della mobilitazione. Va riconosciuto, sia detto, uno sforzo positivo in questo senso da parte del sindacato di base, con il lancio del percorso delle 100 assemblee verso lo sciopero generale del 28 Novembre. Si è trattato tuttavia di uno sforzo che è avvenuto solo ex-post, e non nel fuoco del movimento, mentre non è stato accompagnato da un tentativo sistematico di coinvolgere la base della CGIL e di mettere alla prova Landini di fronte al tema dell’unità nella lotta, posto con forza dagli scioperi autunnali. Al contrario, lanciando lo sciopero del 28 novembre, la dirigenza USB si è esplicitamente compiaciuta del fatto che la CGIL avrebbe scioperato separatamente il 12 dicembre. L’esito è stato uno sciopero del sindacato di base, e una manifestazione collegata, sensibilmente più partecipati di eventi simili lanciati in passato, ma ne lontanamente capaci di replicare il Blocchiamo Tutto, ne di rappresentare un passaggio utile a rallentare il riassorbimento della mobilitazione.
A livello studentesco, e in particolare nelle università, inoltre, i settori militanti che hanno messo il grosso della generosità militante nelle piazze e nelle occupazioni, non sono stati in grado di lavorare nel senso di allargare le azioni al grosso del corpo studentesco; così come non sono stati significativi gli sforzi per consolidare l’unità tra studenti e lavoratori, non solo nella pratica contingente dei blocchi, ma anche nella costruzione di percorsi di discussione e coordinamento condivisi. Ha giocato in questo solco un ruolo negativo importante l’ostilità a metodi democratici nella costruzione delle mobilitazioni, portato almeno in parte della scarsa fiducia nelle proprie posizioni da parte di nuovi settori di attivisti giovanili, timorosi che meccanismi di voto durante le assemblee potessero portarle a destra. Più a fondo, si è tuttavia trattato di un preciso orientamento politico tipico delle correnti egemoni nel movimento studentesco in Italia.
Il contesto di crisi non ancora superata della soggettività di classe e gli errori politici menzionati hanno contribuito a far sì che il Blocchiamo Tutto non solo sia stato neutralizzato in maniera relativamente veloce, ma non abbia nemmeno sensibilmente aumentato il livello di attivazione nei luoghi di studio e di lavoro nel periodo seguente. Il riflusso successivo è stato pesante non solo nei termini dell’arretramento della partecipazione di massa, ma anche rispetto al livello normale della mobilitazione attestatosi prima dell’autunno: negli ultimi mesi, infatti, le reti che hanno animato le proteste per la Palestina a partire dal boicottaggio a Israele, in primis nelle università, sono rimaste in uno stato semi-comatoso. Un aspetto che va considerato in questo solco è la frustrazione tra le avanguardie in questione per gli scarsi risultati raggiunti, nonostante due anni di mobilitazione localizzata ininterrotta e una serie di proteste di massa; frustrazione che va però letta, più a fondo, all’interno della debolezza politica di questi settori, segnata da forti illusioni movimentiste, e indirettamente riformiste, rispetto alle capacità delle pressioni dal basso di esercitare effetti significativi sulle istituzioni, sia a livello universitario che statale. La repressione seguita al Blocchiamo Tutto ha infine contribuito in maniera decisiva a disorientare il movimento, isolando in maniera decisiva i militanti organizzati da periferie e settori di massa più larghi.
1.5 Quello che resta del Blocchiamo Tutto: polarizzazione giovanile, tenuta di alcune avanguardie operaie, in un quadro di approfondimento della crisi
In sintesi, generalmente, le avanguardie organizzate non sono uscite dagli scioperi del settembre-ottobre 2025 rafforzate, ma anzi, soprattutto quelle universitarie e organizzate, attraversano una fase di spaesamento e divisione, all’interno di un clima di repressione – situazione che a sua volta incide negativamente sul livello normale della mobilitazione, favorendo quindi il riflusso.
Sarebbe tuttavia errato negare il rapporto tra il Blocchiamo Tutto e la crescente polarizzazione contro la destra al governo da parte di crescenti fasce popolari e importanti settori giovanili. Sia chiaro, la vittoria del NO al referendum sulla giustizia non può essere ridotta a questo aspetto (segnala, infatti, almeno in parte, frizioni nelle stesse constituency reazionarie del governo). Tuttavia, un elemento decisivo della sconfitta referendaria è stato l’orientamento degli under-35 e il voto nelle medio-grandi città, quartieri periferici e popolari inclusi, ovvero il cuore delle mobilitazioni del Blocchiamo Tutto [8]. Inquadrando il movimento dell’autunno nel complesso della fase di accumulazione di sconfitte, in un contesto di semi-sparizione della sinistra politica, degli ultimi vent’anni, esso indica il più importante fenomeno in contro-tendenza, e il cui eco di massa è difficile non abbia avuto dei riverberi tra settori di classe e giovanili, sebbene possano essere difficilmente distinguibili nella fase attuale di riflusso. Alla luce di ciò, dobbiamo quindi combinare a una visione realistica della congiuntura una visione positiva sulla fase, quindi un approccio proattivo e attento alla possibilità che anche in Italia si sviluppino nuovi fenomeni politici a sinistra, come esito di una sedimentazione anche indiretta delle grandi mobilitazioni dell’autunno.
A dire il vero, alcuni elementi di concreti di politicizzazione sedimentati dal Blocchiamo Tutto sembra siano presenti nei licei, ove la mobilitazione autunnale è stata veramente radicata e accompagnata dalla rivitalizzazione dei collettivi studenteschi, ma probabilmente anche dalla nascita di nuove strutture del genere sulla scia dell’ondata di occupazioni. A partire da questo dato, non è da escludere una sensibile riattivazione dell’attivismo studentesco anche all’università, una volta che queste fasce avranno terminato le scuole superiori, oltre a rimanere i licei un terreno da monitorare e prioritizzare maggiormente nel nostro orientamento.
Chiudendo con un passaggio su un terreno più operaio, sebbene il Blocchiamo Tutto non abbia portato a un aumento della conflittualità nei luoghi di lavoro, sembra esso abbia consolidato e un minimo esteso l’influenza di alcune avanguardie, con la tenuta dei CALP, il rafforzamento del GAP di Livorno e la fondazione di altri collettivi portuali ad Ancona e Ravenna – aspetto interessante: tutte situazioni che pur essendo influenzate da USB (eccetto i portuali di Ravenna) hanno una certa indipendenza dalla linea maggioritaria del sindacato, e sono favorevoli a promuovere percorsi di auto-organizzazione e fronte unico a prescindere dall’appartenenza sindacale. Non è da escludere, infine, che l’esperienza degli scioperi autunnali contro genocidio e guerra possa essere in corso di sedimentazione sotto la superficie ed esprimersi in una maggiore politicizzazione, rispetto agli anni scorsi, delle vertenze economiche che probabilmente emergeranno nei prossimi mesi sulla scia di una nuova spirale inflattiva dettata dall’attacco imperialista USA-Israele all’Iran. A tal proposito, è interessante come il livello di conflittualità in un settore importante come le ferrovie si sia mantenuto relativamente elevato, con gli scioperi di maggio in solidarietà alla flotilla del 18 (USB) e del 29 (resto del sindacalismo di base) che hanno segnalato una discreta adesione, particolarmente tra il personale di bordo. Questo si può dedurre dai tassi di regolarità del treni calati tra il 25 e il 29% in queste due date, rispettivamente, percentuali molto più basse del 47% per 3 ottobre 2025, ma che suggeriscono una certa tenuta delle reti auto-organizzate e dei sindacati di base del settore. Il fatto è interessante nella misura in cui l’anno prossimo scadrà nuovamente il contratto nazionale delle Ferrovie, mentre questo autunno dovrebbero essere rinnovate le RSU.
Vi è inoltre da considerare come, il Blocchiamo Tutto abbia incentivato uno spostamento a sinistra del discorso delle formazioni che fanno parte dell’area PaP, con la rivendicazione di una prospettiva socialista e rivoluzionaria, e posizioni di rottura senza se e senza ma con NATO, UE e politiche di riarmo. Come abbiamo cercato di far emergere (sebbene con un approccio dialogico) nella nostra risposta al manifesto per un’assemblea nazionale lanciata da PaP lo scorso 14 giugno, si tratta di una virata che ci sembra faccia realmente bilancio di una prospettiva e una prassi elettoralista, di non rottura completa con il centro-sinistra (nodo alleanze locali con il PRC, parte del campo largo come sottolineeremo nella seconda parte del documento). Si tratta inoltre di una proposta fortemente schiacciata sulle esperienze neo-riformiste europee alle quali PaP continua a richiamarsi. Tuttavia, PaP ha impostato un dibatto che, sebbene in forma spuria ed estremamente contraddittoria, per la prima volta pone elementi strategici (oltre alla mera prospettiva di ammucchiate iper-elettoraliste per superare la soglia di sbarramento), ed è un fatto positivo per noi nell’ottica di far emergere in maniera più chiara la nostra proposta politica almeno tra settori di avanguardia.
2. Sul governo Meloni e il quadro dei partiti politici
Il Blocchiamo Tutto è stato la prima importante sfida dal basso al governo Meloni, il quale tuttavia, a partire dall’inverno 2026, sembra aver ripreso l’iniziativa con la repressione ai danni dei settori militanti al centro delle proteste dell’autunno. Il sonoro NO al referendum sulla giustizia del 23 marzo ha, in effetti, incrinato per la prima volta in maniera visibile l’aura di invincibilità dell’esecutivo. Meloni si appresta però a diventare il premier più longevo della storia italiana repubblicana, mentre come continuano a segnalare i sondaggi e la vittoria del centro-destra alle amministrative di maggio, continua a godere di consensi relativamente elevati.
In questa seconda parte del documento proviamo a smontare l’idea che si sia mai trattato di un governo forte, in grado di appianare le tendenze alla crisi organica post-2008 in Italia, di cui se mai la maggioranza a guida estrema destra è l’ennesima espressione. Inoltre, particolarmente negli ultimi anni segnati dalle riduzione dei margini fiscali in relazione al riarmo e dalle crescenti tensioni tra USA e UE, le contraddizioni interne e gli episodi di dissenso nei confronti del governo sono aumentati. Come si spiega allora il paradosso della coesistenza di tutti questi fattori di instabilità e il persistente consenso di cui gode l’attuale maggioranza? Per rispondere è necessario – oltre a un’analisi della fase politica in cui è andata al potere Meloni, della struttura sociale italiana e delle basi sociali dell’esecutivo – guardare alla difficoltà del centro-sinistra nell’assorbire il malcontento. Si tratta di una situazione che da un lato apre spazi a nuovi fenomeni politici di estrema destra ancora più pericolosi come Vannacci, ma dall’altro lato tiene aperta la discussione rispetto a come costruire una politica di indipendenza di classe e rilanciare una strategia rivoluzionaria.
2.1 Ascesa e crescenti difficoltà di Meloni… ma tenuta del consenso
Il governo Meloni si afferma in seguito a una fase, per così dire, tecno-riformista della politica italiana, a sua volta prodotto del decennio 2008-2018, segnato da politiche di austerity e dal perfezionamento di importanti contro-riforme neoliberali – in primis l’aumento dell’età pensionabile e il Jobs Act. Le basi per la stagione tecno-riformista sono stati un quadro di relativa ripresa dalla recessione, a partire dal 2016, e uscita dagli anni peggiori della crisi del debito che hanno permesso, nella sostanza, il ritorno di un assetto di centro-sinistra, meno apertamente improntato a politiche liberiste, tra il 2019 e il 2022. In effetti, i protagonisti della fase sono stati i 5 Stelle, una forza populista eterogenea, la cui ribalta deriva dallo screditamento dei partiti tradizionali nella fase peggiore delle politiche di austerità. La loro funzione è stata tuttavia, in ultima analisi, quella di riabilitare il PD e, infine, il governo tecnico Draghi. In tal senso può essere fatta una analogia con il ciclo inaugurato da Sanchez in Spagna, grazie al sostegno del neo-riformismo di Podemos e caratterizzato da ritocchi alle politiche di attacco alle classi popolari portate avanti nel periodo post-2011; ritocchi che in Italia hanno avuto come emblema il reddito di cittadinanza e il decreto dignità.
Le caratteristiche peculiari di questo cambio di passo in Italia, e i nessi che lo collegano all’ascesa di Meloni, sono da associare alla debolezza della mobilitazione sociale e della polarizzazione a sinistra nel paese di fronte all’accelerazione delle misure neoliberali nella fase precedente. Sono questi elementi a spiegare perché, a livello politico, il mantenimento della contestazione entro le compatibilità sistemiche non sia avvenuto tramite la mediazione di una forza neo-riformista, ma a guida 5 Stelle, i quali prima hanno brevemente governato in coalizione con la Lega, e solo successivamente con il Partito Democratico. Mentre quindi si tamponavano alcuni dei peggiori effetti della fase post-2011 venivano al contempo ulteriormente sdoganate politiche repressive e di criminalizzazione dell’immigrazione – che il cambio da una coalizione populista a una di centro-sinistra non avrebbe sostanzialmente modificato – concorrendo all’assestamento a destra dell’asse politico. In seguito, l’allentamento del fiscal compact con la crisi COVID avrebbe tuttavia ulteriormente prolungato la fase tecno-riformista, sebbene tramite un’accentuazione dell’impronta tecnocratica con Draghi primo ministro. L’avvento di quest’ultimo, tuttavia, non mirava a replicare l’esperienza Monti, ma a garantire i settori dominanti del capitale – a cui i 5 Stelle non sono mai divenuti organici – rispetto alla gestione dei fondi PNRR; cosicché, l’ex capo della BCE non ha ritirato le riformine e le misure limitatamente espansive, come il super-bonus, approvate da grillini e PD precedentemente.
La guerra in Ucraina ha segnato un importante cambio di contesto, da un lato, facendo tornare alla ribalta i vincoli di bilancio legati alle sempre più insistenti esigenze di aumentare la spesa militare, dall’altro riducendo il consenso del governo per via dell’ondata inflattiva successiva all’impennata del prezzo del gas. Le gestione restrittiva della pandemia e alcune velleità modernizzatrici nei confronti di alcune tradizionali caste (come i balneari) si erano nel frattempo aggiunti all’odio nei confronti di misure come il reddito di cittadinanza a compattare attorno a Fratelli d’Italia – l’unico partito rimasto fuori dall’unità nazionale – fasce piccolo borghesi sfruttatrici e parassitarie. Si tratta di fasce storicamente influenti sul sistema partitico, oltre ad essere relativamente importanti nella struttura sociale italiana, non solo come residuo storico, ma anche come portato del crescente peso di una sorta di piccola economia della rendita urbana, spinta da deindustrializzazione, declino demografico, crescente peso del turismo e delle piattaforme. Come abbiamo a suo tempo analizzato, la vittoria elettorale di Meloni & co. nel 2022 ha poggiato su questa base sociale, insieme al consenso passivo di settori di classe lavoratrice colpita dalla crisi e attratta dalla promessa di uno scambio eliminazione del reddito di cittadinanza-riduzione dell’età pensionabile e delle tasse sul lavoro dipendente.
Detto questo, la formazione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha rappresentato un cambio di stagione importante per la politica italiana. Per quanto infatti l’ampia maggioranza parlamentare della coalizione di destra sia stato il prodotto congiunto di una legge elettorale parzialmente maggioritaria e delle divisioni all’interno del campo del centrosinistra allargato, l’entrata in carica di Meloni ha segnato il ritorno a un rapporto diretto tra coalizioni pre-elettorali e formazione del governo. Non solo. Per la prima volta, un partito di estrema destra proveniente dalla tradizione neofascista è stato il più votato in assoluto, ha conquistato la leadership nel campo della destra, e ha nominato il primo ministro. Questo ha fatto gridare da più parti all’imminente pericolo fascista. Negli anni, abbiamo sempre cercato di sottolineare come sventolare l’argomentazione di un ritorno delle camicie nere per opporsi al governo di destra fosse analiticamente e politicamente scorretto. Se concordiamo che il fascismo sia stato in primo luogo un movimento controrivoluzionario di massa, contrario alla democrazia borghese e alle sue istituzioni, centrato sulla piccola borghesia, e che ha utilizzato la violenza politica contro le organizzazioni operaie e social-comuniste al fine della conquista del potere, appare subito evidente come FdI sia ben altro. Sul piano politico poi, la caratterizzazione di FdI come forza fascista rappresenta uno strumento nelle mani del centrosinistra in formato extralarge per compattare le propria fila – l’ultima iterazione di questa lunga storia è la decisione della risicata maggioranza interna di Rifondazione Comunista di cercare di entrare nel recinto del centrosinistra con la finalità di creare un fantomatico fronte antifascista. Con questo non vogliamo ovviamente concludere che FdI sia assimilabile in tutto e per tutto alle altre forze di destra. Se ne distacca non solamente per essere espressione più pura di una base sociale piccola borghese di quanto non lo possa essere, o lo sia stato in passato, Forza Italia o la Lega, ma anche per un carattere apertamente nazionalista-reazionario con forti tratti razzisti, xenofobi, e transfobici. Per quanto rimane altamente improbabile che l’evoluzione del partito possa portare alla compiuta affermazione di una forza fascista, o anche solamente proto-fascista, esiste invece la possibilità che all’interno di alcune organizzazioni giovanili che ruotano attorno a FdI si coagulano embrioni di futuri gruppi neofascisti.
Il governo Meloni è al momento il secondo più longevo della storia repubblicana, con ottime possibilità di balzare in vetta a questa classifica, superando il governo Berlusconi che lo precede di 3 mesi circa. Questo elemento di stabilità politica si lega a quello della sostanziale tenuta del consenso politico di Meloni e soci. Si tratta di un dato che appare non solamente in controtendenza con quanto mostrato da tutte le altre grandi potenze occidentali, dove partiti e leader di governo faticano a mantenere una base di consenso considerevole – dalla Francia di Macron agli Stati Uniti di Trump, dalla Germania di Merz alla Spagna di Sanchez, fino a giungere alla Gran Bretagna di Starmer – ma che appare anche difficile da spiegare rispetto alla capacità governativa dell’esecutivo. Al di là di ogni giudizio di merito, questo governo si è presentato con tre propositi principali di riforma: autonomia differenziata, sotto la bandiera della Lega; premierato, voluto da Fratelli d’Italia; e infine la riforma della giustizia, in capo a Forza Italia. Nessuno di questi obiettivi è stato centrato. Come noto, la riforma della giustizia è stata sconfitta nelle urne, la corte costituzionale ha di fatto affondato l’autonomia differenziata, e il premierato è scomparso dai radar politici, rimandato alla prossima legislatura. In campo economico, il quadro non è più roseo. L’azione del governo Meloni è coincisa con la frenata della crescita dopo il rimbalzo seguito alla pandemia. Con un aumento che è oscillato tra lo 0,5 e 0,7 percento del Pil, l’Italia è cresciuta circa un terzo in meno della media dell’Eurozona, mentre la produzione industriale ha registrato ben 25 mesi consecutivi di contrazione tra la seconda metà del 2023 e buona parte del 2025. Il debito pubblico ha raggiunto la soglia dei 3.150 miliardi di euro e si attesta oltre il 137 percento del Pil, mentre il rapporto tra il deficit di bilancio e il prodotto interno lordo rimane, di pochissimo, sopra la soglia del 3 percento. I dati sulla disoccupazione sono migliorati rispetto al periodo pre-COVID, ma sono ascrivibili in parte agli effetti della crisi demografica del paese, e soprattutto all’incremento degli occupati come effetto di medio periodo dell’innalzamento dell’età pensionabile introdotto negli anni 2010. Nel frattempo, l’Italia è l’unico paese occidentale in cui i salari sono rimasti al palo, e addirittura declinati in termini reali, dagli anni 90 a questa parte. Insieme alla fine del PNRR e il ritorno in vigore del Patto di Stabilità UE, l’avvento della presidenza Trump ha inoltre ridotto i margini di manovra fiscali, accelerando le tendenze al riarmo europeo, con l’ultima finanziaria che per trovare risorse da destinare alle spese belliche ha riproposto elementi di austerità, dopo vari anni di politiche economiche relativamente espansive. Tale aspetto ha peraltro esacerbato tensioni con la componente leghista della coalizione, la quale diversamente da Forza Italia, e dallo stesso Fratelli d’Italia ha mantenuto una posizione più filo-Putin (salvo poi allineandosi sempre nei voti sulle armi all’Ucraina con il resto della maggioranza). Il legame tra Trump e Meloni ha inoltre aumentato le pressioni attorno alla sua figura da parte delle istituzioni e delle altre capitali UE, finendo inoltre per metterla in cattiva luce nel contesto dell’attacco imperialista USA-Israele all’Iran. La guerra in Medio-Oriente, come già accennato, sta già avendo effetti che peggioreranno ulteriormente il malcontento, a partire dal deterioramento della situazione economica, i quali, oltre a ridurre i margini di manovra di Meloni and co., potranno favorire una ripresa di episodi di vertenzialità nei prossimi mesi, anche associati a processi di crisi industriale, come il recente caso Electrolux. Il nodo più critico per il governo è però, per certi versi, il capitolo sicurezza. Nonostante l’introduzione di svariati nuovi reati e l’inasprimento delle pene esistenti attraverso vari decreti legge, continua a persistere nell’immaginario comune – fortissimo tra gli elettori di destra, ma che abbraccia anche importanti settori della classe lavoratrice meno politicizzata – un problema di sicurezza, radicato soprattutto nelle grandi città e strettamente collegato alla questione dell’immigrazione. La formazione del nuovo partito di Vannacci, il suo seguito non risibile, e la continua emorragia di eletti tra le fila dei partiti di destra verso il gruppo dell’ex generale sono tutti segnali che marcano i maldipancia sull’estrema destra verso un governo che avrebbe fatto troppo poco e troppo blandamente sul versante sicurezza. Da un certo punto di vista il problema per il governo è qui il noto problema del risolutore. Se affermasse che non esiste più una questione sicurezza verrebbe meno il suo principale cavallo di battaglia, ma il continuo agitare la questione – anche da programmi vicini al governo come quelli su Rete4 – alimentano lo scivolamento verso posizioni ancor più di estrema destra con richiami apertamente nostalgici al fascismo, oggi rappresentate da Vannacci e soci.
Se quanto detto è corretto, appare quindi pacifico che non possono essere i risultati dell’azione di governo a spiegare la sostanziale stabilità di consenso per Meloni e compagnia. Le ragioni devono stare altrove. Due aspetti sono di particolare importanza. In primo luogo, la presenza di una base sociale che attorno a un pulviscolo di settori piccolo-borghesi come albergatori, ristoratori, operatori turistici, balneari, tassisti, commercianti, e simili coagula un sentire cultural-ideologico di natura conservatrice, anche reazionaria in molti casi, anti-egualitaria, xenofoba, anti-statalista in termini fiscali, e nazionalista, non tanto come propensione imperialista, ma in funzione anti-immigrati. Secondariamente, la costante spoliticizzazione della grande maggioranza della classe lavoratrice che partecipa in maniera numericamente limitata ed estremamente frammentata in politica e finanché al momento elettorale, gonfiando indirettamente il peso numerico dei settori piccolo-borghesi, subendo un travaso di forze a favore dei partiti di destra, e mostrandosi assolutamente incapace di rompere il connubio di convergenza indiretta tra grande e piccola borghesia. Ma l’analisi sul persistente consenso di Meloni non può fermarsi a questo punto: deve guardare anche all’incapacità dell’opposizione di guadagnare popolarità a fronte delle contraddizioni a cui si trova di fronte l’esecutivo.
2.2 L’incapacità del centro-sinistra di assorbire il dissenso contro il governo. Quali spazi a sinistra?
Quanto detto fin qui non mira a presentare l’immagine di un governo monoliticamente stabile e che non è stato sottoposto a scossoni importanti, anche dal basso, come il Blocchiamo Tutto di cui si è lungamente discusso, e il NO al referendum della giustizia. La stessa crescita della vertenzialità sul terreno dei contratti nazionali tra il 2024 e il 2025 segnalata sempre nella prima parte del documento è collegata a un malcontento nei confronti del governo. Parte di questa vertenzialità coinvolgeva infatti il settore pubblico; oppure si pensi ad esempio all’odio dei ferrovieri nei confronti del ministro dei trasporti Salvini, che ha abusato della legislazione anti-sciopero. In passato abbiamo inoltre già analizzato come la necessità di intercettare questo malcontento, in una situazione in cui il governo di destra ha spento le illusioni concertative di Landini e soci, è stato un fattore importante dietro lo sciopero generale CGIL-UIL del 2024 che abbiamo caratterizzato come meno routinario del solito. Enfatizzare la tenuta del consenso del governo non mira quindi a sottolinearne la stabilità, o a identificare il perdurare di una fase in cui le opportunità per l’emergere di nuovi fenomeni politici e un’opposizione radicale rimangono preclusi. Al contrario, i dati di gradimento, sorprendentemente stabili di Meloni, sono un indicatore molto interessante rispetto alle difficoltà a cui si trova di fronte il centro-sinistra nell’assorbire i vari elementi di dissenso e di conflittualità nei confronti del governo ai quali stiamo assistendo da qualche anno a questa parte.
Questo proprio in una situazione in cui il centro-sinistra, che sembra aver definitivamente preso l’appellativo di campo largo, sembra andare verso un’estensione veramente extra-large. Oltre alle 3 componenti ‘classiche’ rappresentate dal Pd, M5S e AVS, il campo largo potrebbe includere infatti anche le due formazioni più liberiste del panorama italiano (e cioè Italia Viva di Matteo Renzi e, con ogni probabilità, Azione di Carlo Calenda) numerosi micro-partitini (da Possibile a +Europa, passando per le frattaglie socialiste di Nencini e compagnia) e finanche (almeno nelle intenzioni del gruppo dirigente della risicata maggioranza) Rifondazione Comunista. A tale estensione non corrisponde però, appunto, una significativa crescita nei consensi. Anzi, l’elemento più interessante che è emerso a partire dallo scorso settembre è la limitatissima capacità del centrosinistra di assorbire il malessere sociale che si è palesato con forza nelle settimane del Blocchiamo Tutto e che, come la nettissima vittoria dei No al referendum dimostra, continua a produrre riverberi sulla scena politica italiana. Tali riverberi non hanno però portato, almeno su un piano elettorale e dei grandi numeri, a una significativa crescita dell’estrema sinistra, dinamica che dipenderà in buona parte dalla capacità di fare bilancio delle mobilitazioni dello scorso autunno e proporre una reale alternativa di mobilitazione e indipendenza di classe.
Per concludere, siamo quindi in una situazione in cui sulla scia, anche per certi versi carsica, del Blocchiamo Tutto, della situazione internazionale e delle contraddizioni del governo, nonché dell’incapacità del centro sinistra di canalizzare il dissenso, in una situazione di possibile ritorno di fenomeni di contestazione dal basso nei prossimi mesi, si aprono spazi di indipendenza di classe a sinistra. Nel contesto della frammentazione e per certi versi dell’impasse di proposta politica che coinvolge l’estrema sinistra, vi sono spazi di crescita per un’organizzazione come la nostra, che per quanto allo stadio di gruppo di propaganda iniziale, insiste sulla prospettiva di un campo politico indipendente realmente coerente dal centro-sinistra.
Frazione Internazionalista Rivoluzionaria
Redazione La Voce delle Lotte
Note
[1] Ministero dell’Università e della Ricerca (2026) “Immatricolati per a.a. 1998/99 – 2025/2026“.
[2] Gallo R (2025) “Quanto sarà capace l’industria italiana?“, Il Sole 24 Ore.
[3] Per approfondire la nostra elaborazione in merito si veda: De Leone M e L Lodi (2022) “Sindacati, burocrazia e Stato dagli anni ‘70 alla lotta GKN“, Egemonia, n. 4.
[4] Del Panta G. e C Caciagli (2022) “La scomparsa delle fabbriche? Appunti sui cambiamenti nella geografia di classe in Italia“, Egemonia, n. 2.
[5] Scacchi L (2025) “La Marea, la classe la prospettiva: sull’ultimo mese e il prossimo autunno“, Controvento. In questo articolo, oltre a un’analisi in varie parti condivisibile, vi è un’interessante bilancio dei dati di partecipazione allo sciopero.
[6] Si veda il sito trainstats.altervista.org
[7] Panebianco A (2025) “Gaza, il percorso e il dirupo“, Corriere della Sera.
[8] In base a uno studio della LUISS, il NO ha stravinto tra gli under 35, con oltre il 60%, al contempo tra la “classe operaia” intesa come lavoratori manuali ha vinto di stretta misura il SI, con il 52%. Vanno però fatte alcune osservazioni: i “lavoratori manuali” non riassumono la classe lavoratrice in senso marxista (per cui il punto è il rapporto con i mezzi di produzione e non la natura concreta del processo lavorativo, bensì il grado di controllo su di esso); inoltre, tra un quinto e un quarto dei lavoratori manuali sono immigrati e quindi non potevano votare. Infine, i dati sono da disaggregare tra i centri urbani minori e le grandi città: come mostra un’analisi di Radio Popolare, il NO ha vinto in tutti i quartieri popolari di Milano, mentre a Roma solo un municipio ha votato per il SI. Peraltro, sempre in base al rapporto LUISS, i disoccupati hanno votato a grande maggioranza per il NO.
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